INDICE

 

1)   Ludovica Radif, Soldo Bifronte (Tilgher, 2004)

2)   Annamaria De Marini, Emanuele Brignole e l’Albergo dei Poveri di Genova (Termanini, 2016)

 

                                      Book Crossing

 

3)   Charles Bukowski, Seduto sul bordo del letto, mi finisco una birra nel buio,

                                                     (Edizioni minimum fax,2002)

4)   Trinh Xuan Thuan, La pienezza del vuoto (dallo zero alla meccanica quantistica, tra scienza e spiritualità), (Ponte alle Grazie, 2017)

 

5)   Gianpaolo Benincasa, Einstein e il Sasso – L’impossibile e la scienza (Mursia,2010)

 

 

 

                                                          LUDOVICA RADIF

                                            SOLDO BIFRONTE

 

                                                    

 

 

                    

 

 

Ho intitolato  “I classici” la pagina del sito dove come prima recensione inserisco questa mia del libro che la professoressa Ludovica Radif, nel 2004, mi mandò in dono.  Sono loro, I classici,  ad insegnarci come si diventa uomini, sono loro ad indicarci la strada tanto più che pur in epoche diverse l’uomo rimane uguale a se stesso in coscienza,  paure, voglia di migliorare.

E inizio la pagina appunto con Soldo Bifronte di Ludovica Radif.

Notate anche la dedica dell’Autrice con il mio nome nel contorno di  un immaginario soldo e con al centro la sua firma come compare in apertura del piccolo, elegantissimo libro pubblicato dalla raffinata editrice Tilgher: un particolare per farvi capire la sua fantasia, la sua voglia d’invitare alla lettura con un sorriso perché Radif è un’Autrice mai banale. La professoressa ha collezionato titoli di studio e tanto, tanto sapere, ma appunto questa sua foto dove è in dialogo con un'amica, una collega, ce la presenta com'è: moderna, simpatica, che sembra invogliarci a parlare con Lei. Nessun distacco cattedratico da parte sua pur se si è laureata all’Università di Genova in Filosofia (storia della Filosofia Antica) nel 1993 e poi nel ‘96 in Lettere Classiche (Glottologia), conseguendo il dottorato di Ricerca in Filologia greca e latina nel 2000. Dal 2002 è docente a contratto, dal 2016 Ricercatore-Assistente specializzato e, da allora, ha tenuto moltissimi corsi di Pragmatica, Sociologia della Comunicazione, Linguistica generale, Filosofia e Teoria dei Linguaggi presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Genova. Le sue competenze linguistiche spaziano dal Greco Moderno allo Spagnolo, all’Inglese. I suoi interessi vanno dalla Filologia e Interlinguistica, alla riscoperta della commedia antica nel Quattrocento e nel Cinquecento, dal codice alla scena. E’ esperta di tecniche di traduzione e problemi d’adattamento del testo alle differenti epoche. Ha avuto incarichi all’estero come sulla Commedia umanistica presso l'Università Masarykova di Brno (Czech Republic).

 

Forse  pensate che potevo tralasciare di darvi tante notizie, da me reperite su Internet, tanto più che da sempre sostengo sia il libro a dover parlare da sé al di là di presentazioni, prefazioni ecc. Ho fatto un'eccezione per due motivi: il primo che pur non avendo mai conosciuto di persona Ludovica, il suo delizioso libretto mi è rimasto nella mente e nel cuore.

 

Nella vita ci sono dei debiti. I miei non sono mai stati materiali, dato che fin da bambina m’insegnarono ad entrare in un negozio per comprare solo se già avevo deciso cosa  e quanto spendere, ma sento debiti morali e sono fin molto più pressanti.

 

Non ricordo a che giornali collaborassi nel 2004, ma non sempre quando si è sotto padrone si può scrivere di ciò che si vuole. Perciò ora che sono anziana consiglio a chi intraprende la professione del giornalista di battersi fino a sopraffare il proprio caporedattore (colui che decide cosa metterà in pagina) per proporre e scrivere proprio ciò che lui stesso vuole, ciò in cui lui stesso  crede.

 

Non solo – e questo è il secondo motivo – Soldo Bifronte mi ha portato anche un soffio di nostalgia: Sarei diventata così brava come Ludovica se mi fossi fermata all’Università per migliorare la mia tesi? Me lo aveva chiesto il mio correlatore Enrico Turolla che per la laurea ottenne per me il 110 e lode e medaglia d’argento, ma non volli. Per un attimo, leggendo Ludovica, ho visto campi sconfinati di sapere in cui addentrarmi, però allora ero troppo attratta dal dar voce all’umanità degli altri cosa che ho potuto fare con trent’anni di giornalismo. La mia vocazione è stata scrivere, soprattutto scrivere per gli altri e degli altri (dimenticandomi della banalissima me stessa). Non solo, dato che mi laureai in Lettere Classiche all’Università di Genova nel 1965, se avessi continuato forse sarei stata insegnante di un’allieva così dotata come Ludovica, laureatasi rispetto a me 28 anni dopo.

 

Ancora una piccola divagazione. L’elegante edizione Tilgher del libro dell’Autrice (da allora ne ha scritti molti, molti altri), mi ha riportato alla memoria la raffinatezza del negozio di porcellane fondato da Luigi Radif, che dal 1820, da sette generazioni, continua ad abbellire via San Lorenzo a Genova, dove tanti giovani di buon gusto e in procinto di sposarsi da sempre decidono di fare la loro lista nozze. Però quando mi sposai io, - ero al terzo anno d’Università e Turolla quando gli dissi che per quindici giorni di quella lontana primavera non avrei potuto frequentare le lezioni perché mi sposavo, commentò assorto “Povera bambina!” -, allora in quel lontano 1963 le liste nozze erano ancora cosa quasi sconosciuta e non praticabile. Ogni dono sarebbe stato ben accetto dagli sposi, anche il più orrido o improbabile, ma comunque perché fatto con il cuore nel tempo sarebbe divenuto così caro da non potersene più separare. Pensando al negozio Radif ritengo che come si dice “la classe non è acqua”, lo stesso si può pensare per l’eleganza di scrittura e di presentazione connaturata a Ludovica e pur se applicata a tutt'altro settore.

 

Ma bando ora alle nostalgie per ciò che poteva essere e non è stato.

 

Inizio da una frase, che porta dritto nel cuore del testo da lei tradotto e commentato. Le parole di Penia (la Povertà) rivolte a Farfuglio ne La commedia della ricchezza (o il Pluto) di Aristofane: “Rispetto a Pluto io li rendo migliori gli uomini, di mente e di aspetto. A contatto con lui prendono la podagra e la pancia, hanno le gambe gonfie e sono schifosamente grassi, vicino a me magri e sottili come vespe, e molesti con i nemici”.

 

Risposta scherzosa, ma non troppo, di Farfuglio: "Con la fame, è probabile sì che tu procuri loro la vita da vespa!”

 

L’elegante sapienza di ricercatrice di Ludovica risalta nella scelta di mettere a fronte il testo di Aristofane, ultimo fra le commedie superstiti dell’autore e rappresentata nel 408 a.C., e poi nel 338 a. C. , con il testo di Rinuccio Aretino che nel 1415-16, durante il suo soggiorno a Creta, si accinse a tradurlo in latino.

 

La trama è presto raccontata: Cremilo (cioè Farfuglio, il personaggio citato del dialogo con Penia) per poter dare un futuro migliore al proprio figlio, va a consultare a Delfi l’oracolo per eccellenza dell’antichità, Apollo. Il dio gli risponde di affiancarsi alla prima persona che  incontrerà e di non lasciarla prima di averla convinta ad accompagnarlo a casa. Questa persona è il dio Pluto (la ricchezza). La favola antica c’insegna da subito che Pluto, è stato accecato da Zeus per invidia degli uomini onesti e di qui deriva l’apparente ingiustizia della distribuzione del denaro. Dall’Aretino la sezione del Pluto che corrisponde all’entrata e alla permanenza in scena della Povertà, è stata chiamata Fabula Penia con un rovesciamento del nome del protagonista. Attraverso l’Aretino, uomo dell’Umanesimo, abbiamo l’occasione per riflettere sulla vera centralità della commedia, sospesa tra Povertà e Ricchezza.

 

Ci spiega Ludovica: “L’architettura narrativa esposta nelle prime righe della Fabula (31-130) è da noi riutilizzata nelle sue linee essenziali, come cornice per una nuova commedia dei soldi, sintesi delle due”. Una tragicommedia, dunque e quant’è bello questo "noi" del plurale maiestatis, naturale per  me dai  tempi dell’Università e usato da me talvolta in famiglia per darmi un po’ di tono, ma provocando solo sconcerto. “Sei tu che parli o chi c’è con te?”, mi prendevano in giro marito e figli.

 

Tre i brevi capitoli del libro cioè la  traduzione de La commedia della ricchezza di Aristofane, La Tragicommedia dei soldi, La Commedia della Povertà di Rinuccio Aretino. E l’idea sostenuta dall'Autrice è “una sostanziale natura bifronte del denaro: visto da Aristofane, visto da Rinuccio; conquista attraverso il duro lavoro o bottino di un furto, bene effimero o patrimonio duraturo, Ricchezza-Povertà, Povertà-Ricchezza". E ancora: "Il soldo è una terminologia ricca di storia e d'esperienza, che affonda le radici nell’idea di solido, (oro) massiccio di romana ascendenza, e diviene comune in ambito europeo all’epoca di Franchi e Longobardi, giungendo fino al secolo scorso a indicare un sottomultiplo della lira, ma anche traslato ai giorni nostri come sinonimo di denaro, ricchezza.

 

Delizioso!, e ricordando come possano essere fulminei certi giudizi su di noi, ricevuti da persone che poco o niente ci conoscono, mi colpì quello di un anziano ingegnere, collega di mio marito in Ansaldo. Con sua moglie c’invitarono con altri amici a casa loro, una  villetta in riviera. L’ingegnere mi disse mentre conversavamo in un prato verdeggiante che circondava la casa: “Lei mi sembra una fachira..." Aveva ragione, nella vita spesso mi comporto come se il mio giaciglio fosse un immaginario e spartano letto di chiodi. Perciò il bel soldo con intorno il mio nome - la dedica  insolita e preziosa di Ludovica Radif, premessa al suo antico dono - mi fa pensare di me che appartengo a madama Povertà. Questa, Penia,  divenne Pluto nella versione umanistica e, non a caso, proprio in Aristofane c’è la distinzione tra povero e accattone. “La vita di un mendicante è vivere senza aver nulla, mentre il regime del povero è quello di risparmiare e portare avanti un’attività, senza che niente gli avanzi, ma senza che niente gli manchi". Condivido!

 

 

 

 

                                                             Annamaria De Marini

                              Emanuele Brignole e L’Albergo dei Poveri

                                                    di Genova

 

 

                                              

 

Un grazie alla professoressa Annamaria De Marini che ha ripubblicato nel 2016 con Stefano Termanini un libro scritto 20 anni or sono e la differenza è già evidente nei due titoli: con Termanini  Emanuele Brignole e L’albergo di Poveri di Genova, con Giuffrè, nel 2000, il titolo è stato L’Albergo dei Poveri apre le porte all’Università. La nuova pubblicazione è ricca d’importanti approfondimenti ed è incentrata  sulla figura e la famiglia di Emanuele, il lungimirante fondatore.

Termanini a Genova gode prestigio avendo tra l’altro edito una monumentale opera sul cardinal Siri, tanto caro alla memoria dei genovesi, e altri libri di genovesi cattedratici e non solo, però sempre brillanti scrittori.

Questo testo ci ricorda l’importante Storia della Carità in Genova. Non a caso la prima pagina riporta una lettera d’encomio da parte del cardinal Angelo Bagnasco ed ha un’introduzione di Giovanni Toti, presidente della Giunta Regionale della Liguria.

E’ singolare, ma non raro, come talvolta i nipoti raccolgano - e lo vogliano fare con tutti se stessi – il massimo insegnamento dei nonni e pur se Annamaria non conobbe il suo, questi è stato un medico genovese, un luminare, che curava gratis chi non poteva permettersi di contribuirgli adeguata parcella e per questo nell’Albaro bene di un tempo ebbe molta stima.

In questo libro spicca la figura del fondatore dell’Albergo, Emanuele Brignole, oggetto d’invidie così grandi che venne accusato di aver troppo abbellito l’edificio con statue splendide e splendida architettura senza però aver impiegato quei soldi nella vera carità per i poveri.

                                        (Emanuele Brignole di Giuseppe Molinari, atrio superiore, 1857)

 

E dovette risponderne davanti al Senato e con tutta probabilità in questa occasione padre Massimiliano Deza compose la famosa Difesa dell’Albergo dei Poveri che si va edificando in Carbonara. Il Brignole rimase così colpito dalle accuse da ammalarsi e farsi curare sotto il falso nome di Gabriele Mennuo. Annamaria ricorda in proposito il libro del prof. Paolo Moruzzi, Stanislao Omati da Borgo San Donnino e il Signor Ipocondriaco, una disputa medica del Seicento intorno al caso di un paziente illustre, in cui racconta nel dettaglio la storia della depressione che colpì Emanuele dopo le accuse che gli furono rivolte.

Noterei la differenza di comportamento tra il gentiluomo Emanuele e i tanti facce-di-tolla che si aggirano inverecondi nella politica nostrana, restando non solo indenni, anzi quasi corroborati dai disastri che generano: tali politici continuano nelle loro stucchevoli passerelle come di recente a Bergamo dove si sono recati tutti, ma a contagio finito.

Invece durante la costruzione dell’Albergo (1656-1835 con aggiunte posteriori al 1835), Genova conta sei epidemie di peste nel solo ventennio dal 1493 al 1510. Quella del 1493-94 fu così devastante da contare 5000 vittime, ma nel 1656 in un’altra terribile epidemia di peste, durata un anno e mezzo, su una popolazione di 70mila abitanti i morti furono ben 50mila.

E’ il Seicento genovese un secolo di splendore dell’architettura e delle arti con il filone della pittura legato al Barocco e alla Controriforma (Bernardo Strozzi, Valerio Castelli, i Carlone, i Piola cui si affiancano in quanto operarono per alcuni anni al soldo di committenti genovesi Rubens e Van Dyck). Non solo, precedentemente durante la pestilenza del 1524, fu inaugurato il Lazzaretto alla Foce in cui perse la vita a 54 anni lo stesso Ettore Vernazza che lo aveva attuato. Nella pestilenza del 1493 era entrato in contatto con la nobildonna genovese Caterina Fieschi Adorno (Santa Caterina da Genova) e a seguito di questo incontro, per lui determinante nel confermarsi nella sua opera caritativa, aveva fondato la Compagnia del Divino Amore i cui adepti, appartenenti alle migliori famiglie genovesi, si chiamavano Fratelli, operavano in segreto e con le loro ricchezze e nel loro tempo libero realizzavano opere non solo di carità anche di respiro sociale ed economico. Questa storia antica non manca di ricordarci quanto siamo fragili pur in momenti storici di cosiddetto splendore come fu il Seicento per Genova.

Nel libro Annamaria ci ricorda che  ad inizio di quel secolo, quasi a presagire un nuovo spirito, mutò l’atteggiamento nei confronti del povero. Prima era considerato quasi “sacro” nel senso che il sistema assistenziale ecclesiastico prevedeva per i benestanti l’obbligo di soccorrere “il povero di Dio”, rappresentante di Cristo in terra. La sua figura venne degradata e criminalizzata e si arrivò alla scelta della reclusione, separando fisicamente i poveri dal resto della società e mettendoli nei reclusori dove potevano svolgere lavori: il lavoro con la preghiera li avrebbe redenti. Il primo reclusorio era sorto a Lione dove già nel 1614 l’Ospedale di San Lorenzo era stato adibito ad accogliere i mendicanti della città. A metà del Seicento Genova fu la prima a dotarsi di un proprio reclusorio, cioè l’Albergo dei Poveri. Ma esperimenti di reclusione erano stati realizzati in Olanda, Inghilterra e anche appunto in Italia, a Roma e Bologna e con il Lazzaretto alla Foce, una delle soluzioni trovate per il pauperismo dilagante.

Quando i poveri entravano nell’Abergo erano divisi in uomini e donne ed avviati ai laboratori dove veniva loro insegnato un mestiere.

Questo libro è un’affascinante Storia della Carità in Genova con i nomi di Bartolomeo Bosco (che costruì il primo nucleo dell’Ospedale Maggiore di Pammatone (una delle prime forme europee di ospedale civico), con imprimatur della bolla Pia quaelibet (1472) del ligure papa Sisto IV (Francesco della Rovere). Fu l’accorpamento in un unico ente di tutti gli ospedali cittadini ad esclusione di San Lazzaro riservato ai lebbrosi. Seguono in questa “esplosiva” storia genovese della solidarietà i nomi di Caterina Fieschi, Ettore Vernazza, Gaetano di Tiene, Virginia Centurione Bracelli, San Gerolamo Emiliani. C’è il ricordo anche degli Ordini ospedalieri cavallereschi.

Una grande compassione suscita quel settore critico della carità che riguarda gli “esposti” cioè i bimbi abbandonati che attraverso “la ruota”, dove venivano lasciati, confluivano all’Ospedale di Pammatone. Ettore Vernazza dispose che fossero accolti in appositi locali nei pressi del Ridotto degli Incurabili in modo che protettori benestanti si occupassero della loro istruzione: i maschietti venivano poi trasferiti in botteghe artigiane, la bambine erano seguite da donne di onesta fama. Poi potevano abbracciare la vita religiosa, sposarsi o restare per assistenza agli infermi presso l’Ospedale di Pammatone. Se si sposavano i protettori le fornivano di dote. Grazie a Giovanni Battista Salvago, uno dei Fratelli della Compagnia del Divino Amore, questi bimbi abbandonati, cioè gli esposti, detti anche i “Putti spersi” ebbero una loro sede in una villa nella zona del Bisagno.

Tornando al protagonista Emanuele, affascinante è la storia della sua famiglia originaria di Val d’Aveto e il suo consolidarsi in fama e ricchezza anche attraverso una politica oculata di matrimoni. Non a caso, il pensare in grande di Emanuele volle dare un  nome appropriato all’Albergo che occupava ben 60mila metri quadri: “Reggia dei Poveri!

Un libro da leggere e rileggere per entrare a fondo in quei due secoli di crescita di Genova che iniziò a  declinare dopo il grave bombardamento del 1684 da parte della flotta francese di Luigi XIV. La costruzione dell’Albergo durò appunto quasi due secoli e  durante la Grande peste del 1656-7 morirono anche Cristoforo Monsia, il direttore dei lavori e due degli architetti, Girolamo Gandolfo e Giovanni Battista Ghisa.

E’ dunque anche una storia di  uomini e donne, coraggiosi e determinati, al di là delle proprie fragilità umane (si pensi una volta di più a quanto soffrì anche fisicamente Emanuele per le accuse che gli furono rivolte davanti al Senato).

La mia conclusione e molto accorata è che i politici moderni, i nostri nuovi santi, si muovo solo a tempesta passata: non prendono nemmeno in considerazione l’idea di poter essere contagiati in un’assistenza diretta:si sentono troppo importanti e necessari.

Ora l’Albergo dei Poveri è in parte in uso all’Università di Genova con parti destinate a sede delle Facoltà di Giurisprudenza e di Scienze politiche e vi sono progetti sia per la fruizione da parte del pubblico del patrimonio artistico presente negli ambienti di rappresentanza sia per la realizzazione di una nuova biblioteca con 250 posti a sedere e capienza per 100mila volumi e cinque nuove aule con un totale di 360 posti a sedere.

Ancora un elogio alla professoressa De Marini, oltre che per la ricerca storica, per il suo stile chiaro, senza fronzoli o sbavature, che rende la lettura di  agevole e veloce comprensione accrescendone l’interesse.

Un pregio del libro, dato che ormai abbiamo acquisito che le immagini sono l’occhio della pagina, consiste  nelle  foto d’epoca d’inizio del Novecento: come il laboratorio di ricamo,  la tipografia per l’insegnamento, la cucina a vapore, il refettorio dell’asilo affollato da circa cento bambini. Quanto ai numeri, cosa assai importante, per darci la dimensione dell’opera se gli assistiti registrati nel 1676 erano 971, salgono a 1169 nel 1678 e a 1377 nel 1679. Tale crescita fu anche dovuta alla carestia del 1678 che causò un’ondata di miseria e però i decessi nel 1679 per epidemie interne furono di 218 persone oltre i 51 anni e nel 1693 morirono 150 bambini sotto i 10 anni.

E gli ignoranti del nostro tempo strepitano contro i tanti decessi da covid 19 nelle strutture per anziani senza capire la logica di quanto è avvenuto e che quasi certamente non si poteva evitare.

Una foto da segnalare per intensa bellezza è l’Immacolata Concezione di Pierre Puget sull’altare maggiore nella Chiesa dell’Albergo, ma un’altra di strepitosa bellezza è la veduta dall’alto dell’Aula Magna che sembra una nave quasi a dover simbolicamente sfidare nuovi eventi calamitosi perché la cultura è certo un modo per superare le avversità.

Infine nel retro di copertina è questo suggestivo Ritratto di Emanuele Brignole, probabilmente ad opera di Giovanni Battista Merano, che è nella sala delle adunanze dal 1678: il nobiluomo genovese indica sullo sfondo la sua grande opera assistenziale: L’Albergo dei Poveri.                                               

  

                                               

BOOK CROSSING

 

C’è una bella iniziativa che si chiama Book crossing e consiste nello scambio di libri in punti fissi della città.

Dove vivo io, a Nervi di Genova, proprio la biblioteca della zona, la Virgilio Brocchi, porta i suoi libri in eccesso o presso la Gelateria Giumin (gelati squisiti: fatevi una gita per gustarli!) o dove c’è una pensilina degli autobus davanti ai giardini comunali di piazza Duca degli Abruzzi. In questo secondo luogo, al coperto, ogni giorno quando passo lì davanti guardo i libri che sono a disposizione. Il giorno dopo è difficile reperirli: sembra vadano a ruba. Mi sono informata e mi hanno anche detto che un libraio del centro storico qualche sera passa per farne incetta e rivenderli, ma ho anche chiesto ad una signora anziana: “E’ possibile che ci siano così tanti lettori accaniti e che i libri scompaiano nel giro di poche ore. Non sarà qualche extracomunitario che viene a prenderli per rivenderli come carta?" Risposta: "Non saprei, è possibile. So solo che io li porto e mio marito mi segue per riprendersene qualcuno e così il libro mi ritorna a casa”.

Comunque grazie a questa intelligente iniziativa a casa mia sono arrivati questi tre libri citati nell'Indice, che ho letto con grande interesse. Confesso che per ì poeti "americani" come Bukowski mi ero fermata tanti anni or sono a Bob Dylan che mi era piaciuto da subito moltissimo e avevo trovato conforto a questa mia scelta d’anima in un’ottima professoressa di lettere nei licei (commentava Dylan ai suoi allievi), mia coetanea e compagna in un’altra sezione del Liceo D’Oria. Lei, Laura Dedone Bisio, è poi diventata anche un’affascinante conferenziera in occasioni letterarie organizzate dal Municipio IX Levante di Genova. Insieme abbiamo presentato alla Biblioteca Universitaria di Genova, lunedì 23 aprile 2007, Diari ed Epistolari di guerra (1934-1946): Laura ha parlato di Immagini d'esilio di Antonio Mor (Grecia-Egitto-India), io ho commentato Il testamento del Capitano(Mio padre disperso in Russia sul Don, 1942) di Piero Gehddo, Giuseppe Benelli il mio Lettere d’amore e di guerra, tratto dall'epistolario dei miei genitori (Edgardo ed Ida Bressani – Trieste, Kairouan, Saida, Bobbio), già tra i dieci finalisti nel 2002 al Premio dei Diari di Pieve Santo Stefano (vicino ad AR, Toscana).

Quanto al secondo e al terzo libro, arrivati con il book crossing a casa mia, cioè La pienezza del vuoto  e Einstein e il Sasso, hanno interessato soprattutto mio marito, ingegnere. Ne è rimasto affascinato e quando è passato  salutarci un suo fratello minore, Peppi, dottore in economia e commercio, gli ha messo in mano il primo dei due e lui si è appassionato alla lettura al punto che dopo la mia recensione, mio marito ha deciso che glielo spedirà in modo che lo possa “centellinare”. Questo mio cognato è stato da sempre un poco appassionato di libri, soprattutto però dal lato commerciale, nel senso del come diffonderli e farli acquistare. Ciò avvenne, grazie a lui, con The American Peoples Encyclopedia (A modern reference Work, Grolier Incorporated - New York, venti volumi più quelli di aggiornamento dal 1967 al 1975, uno per annata).

Mio marito l’acquisì perché proposta da suo fratello ed io allora, giovane sposa, piansi perché era costosa e avevo già altre insigni enciclopedie in casa, Il grande dizionario enciclopedico della Utet (XII volumi più la Cronologia universale, più sette Appendici) e, sempre della Utet l’Enciclopedia universale dell’Arte (XVI volumi). Però nel tempo ho ben apprezzato l’enciclopedia The American… in quanto di agile consultazionee forse più dinamica delle mie.

Da sola io mio sono regalata solo la Biblioteca Romantica di Mondadori e I Nobel della Utet.

Quanto alla Biblioteca Romantica trovo nell’ultima pagina di Guerra e Pace un nota dell'editore Arnoldo Mondadori. Questi precisa che nella Nota di seguito alla Certosa di Parma, primo volume della Biblioteca, pubblicato nel 1931, venivano illustrati i criteri della scelta dei testi e delle traduzioni. La Nota era di Giulio Antonio Borgese e conteneva il progetto d’insieme della collana. Alcuni autori (pochi9 non venero poi pubblicati e Guerra e Pace e il Don Chisciotte previsti in un vlume furono pubblicati in due: queste le sole modifiche rispetto al progetto iniziale. La ristampa avvenne nel 1970. Acquisii la collana grazie alla segnalazione sulla rivista Grazia cui mi abbonava zia Pina e ne fui oltre modo lieta anche perché i libri erano accompagnati dagli Ex-librise ne allego la riproduzione di uno intestato a Marisa Ferrero, mio nome in famiglia e cognome da sposata, mentre poi per i miei scritti ho sempre adottato il nome di battesimo e il cognome d’origine: Maria Luisa Bressani (mi sembrava più in linea con i

    miei studi pregressi e notate l’eleganza di questo ex-libris come la carta avariata delle pubblicazioni che portavano sempre in apertura una foto

     dell'autore.

                                                             

Ho anche un biglietto da visita di un libraio, Bardini Libri, che l’autunno passato esponeva in Galleria Mazzini I classici italiani, latini, greci e della scienza (sempre editi Utet e a me regalati da mio padre) e se mai i miei nipoti non li vorranno dato che i libri portano via spazio e comunque se sono tanti si rischia di non leggerli come ho fatto io per  la maggior parte di questi, questo libraio sarebbe interessato ad acquisirli. Altra soluzione, potrei far erigere con disposizione testamentaria una gran pira di tutti questi libri e farmi bruciare lì sopra come usava in India. Non so se i nostri crematori oltre al corpo accettino anche i libri: penso proprio di no tanto più che ora sono al collasso per le tante vittime del Covid 19.

Mi viene in mente quando una volta da giornalista di quartiere ero andata per le scuole locali per scriverne e mentre mi attardavo a prendere appunti, un bidello, desideroso di chiudere al più presto, mi si avvicinò per dirmi, imitando Carducci: "E scrive e scrive e ha poche altre virtù". Un modo per farmi andar via al più presto ma anche un modo simpatico e da uomo che ricorda ciò che a scuola gli hanno insegnato.

Bando alle chiacchiere, ora torno alle mie recensioni e dopo queste scenderò nella cantina comune del mio caseggiato dove c’è un armadietto che a suo tempo spostammo dalla nostra per far spazio alle moto dei due figli maschi. In quell’armadio ci sono I Classici stranieri della Utet libri carissimi a mia madre che ereditai da lei e ne ho letto solo alcuni, trovandone qualcuno molto, molto attuale pur se scritto molti anni prima. Intendo completare questa pagina (il mio esteso libro on line) con le recensioni a qualcuno di essi.

 

 

                                                                 Charles Bukowski

                        Seduto sul bordo del letto mi finisco una birra nel buio.

 

                                                             

 

                                                          

 

 

 

 

Non ho mai amato i “ribelli", cioè coloro che pur avendo incontrato -come i tanti di noi- le difficoltà della vita, di queste si fanno un vanto come fossero  degli incompresi.  Penso, da sempre, che l’esser ribelli paghi  nel senso di notorietà, accoglienza o pentimento dei tanti - i più - per non aver da subito individuato il “genio ribelle”.

Amo molto di più, da sempre, coloro che faticano come tutti, giorno per giorno, ma non se ne fanno un vanto, anzi ritengono che sia  dovere d’Uomo.

Però ora che, grazie al “book crossing”, ho scoperto Bukowski, un po’ mi devo ricredere. In passato già ho molto amato Bob Dylan quando era considerato solo “un ribelle", ho molto amato Leopardi, che a sua volta si sentì incompreso e  indirizzò tutta la sua poesia come la sua “ribellione” e con infinita sensibilità, malinconia, umanità.

Credo che una delle doti massime e incontrovertibili del Poeta sia la “veggenza", cioè la dote di camminare avanti a noi anni luce. La prima poesia di questi “Sotterranei 50” di Bukowski, è intitolata "Il Mondo dello Spettacolo" ed inizia così: "io non posso farcela/ e tu non puoi farcela/ e noi non/ ce la faremo". Parole profetiche e in contrasto con i messaggi che vengono diffusi durante la pandemia di Covid 19 (una delle tante che ha afflitto l’umanità). I messaggi che ci propinano  sono sempre: "tutti insieme ce la faremo”, invece Bukowski sembra avvertirci già allora e malinconicamente che “così non è". Leggo ancora in modo metaforico questa prima poesia in cui il poeta dice che l’unica cosa nelle nostre possibilità è “alzarci da letto ogni mattina, vestirsi e poi salire in auto, felici nel constatare che questa non ti è stata rubata e non ha le gomme sgonfie”.  E “poi entri/dentro/ e se lei/ parte – tu/ parti”. Ed è come un film ma dentro ci sei tu.  Continua: “e la più lunga/tenuta in sala/ in cui /puoi mai sperare/è/ un solo/giorno”. Ecco ci ha descritto la nostra vita ricordandoci la sua durata massima: “un solo giorno”. Sono passati forse tanti, tanti anni da quando siamo venuti al mondo ma sembra ieri. Un attimo…

Nell’attuale pandemia di Covid 19 alcuni sono stati multati, specie giovani, perché sono saliti in auto dicendosi: “non contagiamo nessuno,andiamo solo in giro per vedere com’è”. Quattro della Lombardia, dalla zona rossa, si sono spinti a Recco per mangiare la focaccia al formaggio e sono stati multati. Così è questo nostro giorno che corre veloce.

La seconda poesia del libro sembra un divertissement del poeta e s’intitola “Tenebre & ghiaccio”. Anch’essa inizia con un richiamo alla precarietà delle vita, quindi alla morte: “passo per Westerm Avenue e guardo le lapidi/ piazzate per terra invece che all’impiedi sul prato del cimitero:/la nostra dignitosa/modernità non vuole turbarci con le cose definitive anche se poi/ paghiamo il 22% di interessi se compriamo con la carta di credito…/ abbiamo bisogno dei nostri punti di riferimento (tipo i cimiteri)/ abbiamo bisogno del nostro liquore e delle nostre responsabilità/ abbiamo bisogno di così tante cose di cui pensiamo di non aver bisogno”.

Il poeta sta guidando verso la sede de Il Mondo è quadrato, una S.p.a., un’istituzione in ci s’incontra e si discute sul fatto che il mondo è quadrato con  il Polo Nord al centro a far sì che tutto non scivoli al di là del margine.

Dice: “Il MARGINE in realtà è un MURO DI TENEBRE E GHIACCIO”. Pensa che forse i pianeti che crediamo rotondi sono illusioni e la luna e il sole in realtà sono quadrati e si fa forza per entrare nel luogo del convegno sperando nel Polo Nord che gli impedisca di cadere al di là della Curva o del Margine. Strana questa poesia ma riflette l’ansia di entrare in un luogo dove forse o si fanno chiacchiere “impegnate” o forse solo “da bar” e quella porta, che esita ad aprire per entrare, potrebbe pure essere quella di casa al rientro serale quanto la moglie può metterlo davanti alle proprie responsabilità. Potrebbe anche essere un centro di ricupero per alcolisti dato che l’Autore aveva il vizio di bere assai, ma ciò che colpisce e ci fa sentire uno con lui è la sua ansia da cui qualcosa deve salvarci: Curva o Margine o Polo Nord, qualcosa che non ci lasci cadere fuori, piombare nel vuoto, anche quello di noi stessi.

La terza poesia è proprio dedicata alla Morte che però qui è un vero colpo di reni della vita e s’intitola “La grande corsa.

Bukowski sta andando in bici (una bici a dieci marce – e si sente il suo orgoglio nel dirlo…) lungo il belvedere sul mare. Sente di avere il viso intenso come un melone e sa che nello zaino ha una bibbia con un panino alla salsiccia e alla mela rossa rossa. Pensa tra sé che la giovinezza è passata nel senso che mai più bacerà una vergine. Ormai ha “faccia mal rasata e peli che fuoriescono dal naso”. Pensa: “vado avanti/liscio liscio/ preparandomi alla tomba…" Poi incontra un gruppo di ragazzi seduti nella loro decappottabile (che abisso sociale con la sua bici…) ed uno commenta nel vederlo: “sapete chi era quello?” “era? era?” l’Autore si scuote, non accetta di buon grado queste parole tombali e grida di rimando: “ehi voi,/scorreggette rumorose!/ voi pezzi di/ cacche/ di coniglio!"  Quindi come spronato per fargliela vedere: “metto la marcia/ alta,/ salgo su una collina/m'infilo in una macchia/ di nebbia,/ le gambe/pompano e/ il/ mare/s'infrange..." Insomma respira di nuovo a pieni polmoni lontano dall’annuncio di morte.

Entro però nel cuore dell’artista, di ciò che lui pensa sia la sua creatività.  La poesia è “Tra una corsa e l’altra”. Un impiegato dell'ufficio postale lo contatta come fanno quasi tutti, quelli ancora in cerca di gloria, con i famosi: "so che non dovrei disturbarti..." Ruvida risposta: "dici bene". L’altro gli spiega che ha passato la notte a leggere un suo libro e vorrebbe intervistarlo. Risposta sempre ruvida: “sono stanco delle interviste, non hanno niente a che fare con niente”. Replica dell'altro: "guarda che l'intervista non è per il nostro giornale ma per me che voglio uscirmene dall'ufficio postale". Bukowski: “devi solo prendere una sedia/ e sederti/davanti alla tua/ macchina da scrivere…”  E quando l’altro gli “toglie il disturbo”, di cattivo umore  definisce così  tutti gli aspiranti scrittori: “non erano/abbastanza fuori/ di testa/ da sedersi a una/macchina da scrivere/ e lasciare che le parole battano/ i tasti./

                                                   non volevano

                                                       scrivere

                                                      volevano

                                                   diventare famosi

                                                       scrivendo.

In queste parole c’è il suo credo d’artista e altrove parlerà del foglio bianco appallottolato quando l’idea non arriva e le dita non fluiscono sui tasti, ma ci parlerà anche del suo amico, il Budda, che gli tiene compagnia sullo scrittoio e che è ormai così impolverato da fargli senire il bisogno di lavarlo. Hanno sopportato tanto insieme in lunghe notti e sembra lo guardi con un sorriso: "sta ridendo di questo schifo di vita”. Il Budda sembra dirgli: “perché pulirmi, tanto mi sporcherò di nuovo” e ancora: “beviti il tuo vino, che è quello che sai fare”. Poi l’amico torna zitto.  Il pensiero della morte prorompe come non mai nel ricordo di Céline.  Sulla parete della sua stanza ha una foto di quest’altro scrittore “maledetto” come lui. “Ha un bastone e un cesto, indossa un cappotto troppo pesante, è stremato dalla vita: i cani l’hanno assalito e non ce l’ha fatta più”. E’ morto in questo 1988 – dice Bukowski -  e ricordando l’amico “tutti questi mesi li ho sentiti in modo tremendo come non mi era mai capitato prima. Accendo una sigaretta e aspetto”. 

Per lui la morte arriva nel 1994 a Los Angeles, quindi a 73 anni che pochi non sono. L’amicizia con Céline era iniziata quando gli aveva scritto una lettera dopo  aver letto il suo Viaggio al termine della notte e lo definì un maledetto maestro che mi sussurra nella testa e che lo aveva fato vergognare della sua pochezza.  E ancora a chi gli chiese perché gli fosse piaciuto così tanto rispose: “perché si è tolto le viscere e ci ha riso sopra”.

Bukowski, nato nel 1920 in Germania, dove il padre svolgeva il servizio militare e dove conobbe la madre, dopo la fine della Prima guerra mondiale, poiché l’economia tedesca era al collasso, i suoi genitori si trasferirono con lui negli Stati Uniti. Lì era nato suo padre poiché il nonno vi era emigrato negli anni ottanta dell’Ottocento. Quanto al vino iniziò a bere a 13/14 anni e scrive: “se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare, se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare, e se non succede niente si beve per far succedere qualcosa”. Frequentò l’Università per due anni seguendo corsi di Arte, Giornalismo e Letteratura. Fu disinteressato alla politica nel senso come evidente da questo suo pensiero: “la differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare”.

Ha scritto sei romanzi, centinaia di racconti e migliaia di poesie. A 24 anni il suo primo racconto, ma non riuscendo a sfondare nel mondo letterario, per altri dieci anni non mise giù una sola parola. Ottenne un lavoro come postino, ma dopo tre anni si dimise, però nel 1960 ritornò a quell’ufficio come impiegato archivista e vi restò per oltre dieci anni. Nel 1969 accettò una proposta dell’editore John Martin della Black Sparrow che gli contribuì 100 dollari al mese purché si dedicasse a scrivere a tempo pieno. Meno di un mese dopo pubblicò per lui Post office che gli diede fama e perciò – riconoscente (dote rara)- pubblicò tutti i suoi altri scritti sempre con questo editore. Nel 1988 si ammalò di Tbc ma continuò a scrivere fino alla morte. Ultimo suo romanzo Pulp e il suo funerale fu officiato da monaci buddisti, disciplina spirituale cui si era avvicinato (ricordate il Budda sullo scrittoio, non era quindi a caso, ma del tutto autobiografico). Ci ha lasciato questa massima: “La verità profonda per fare qualunque cosa, per scrivere, per dipingere, sta nella semplicità. La vita è profonda nella sua semplicità”.  Finisco ancora  con la sua poesia “Sguazzare”:

“certe persone sono così cretine che le senti sguazzare dentro la loro cretinaggine…

hanno quasi tutti pezzi: mani, piedi, orecchie, gambe, gomiti, intestini, unghie, nasi e così via

                                                              ma

                                                      non c’è niente

                                                          lì dentro

                                                            anche

                                                           se sanno

                                                            parlare,

                                                         costruire frasi –

 

…loro sono il deposito di tutte le banali stupidaggini di cui si sono imbottiti e mi urta guardarli, mi urta ascoltarli, vorrei correre a nascondermi, vorrei sfuggire alla loro fagocitante inutilità…

                            …non c’è film dell’orrore più brutto né omicidio così irrisolto

                                             ma il mondo va avanti e loro vanno avanti.

 

Concludo sull’assoluta modernità del Poeta e scrittore Bukowski e non a caso la copertina di questa raccolta di poesie, da me ora un poco commentata,  porta una figura da cartone animato che è un suo disegno, una sua elaborazione elettronica.

Se penso all’Infinito di Leopardi immagino ascoltando i suoi versi un quadro ottocentesco in tutto il suo splendore di paesaggio, ma il mondo cammina in fretta e ogni Poeta coglie  il colore del suo tempo.

E proprio per concludere il poeta e uno dei suoi gatti (ai gatti dedicò anche una poesia definendoli “suoi Maestri”).

 

                                                    

 

 

 

                                                           

 

 

 

 

 

                                                                    Trinh Xuan Thuan

                                                La Pienezza del Vuoto

 

                                         

 

In via del tutto eccezionale dopo questo libro che mi ha affascinata, facendomi capire tante cose sull’Universo e sull'Uomo inserisco due foto dell'autore: una al suo scrittoio e una durante una conferenza.

L’Autore, nato ad Hanoi nel 1948, ha studiato al California Institute of Technology e lal’Università di Princeton, Insegna astronomia all’Università della Virginia ed è ricercatore all’Institut d’Astrophysique di Parigi. Ha ricevuto il premio Kalinga dell’Unesco nel 2009 e il Prix Mondial Cino del Duca nel 2012 (www.trinhxuanthuan.fr)

Mi ha fatto capire con il libro che sto per recensire quanto siamo provinciali culturalmente e capaci di credere l’Italia che è nel “cortile” del Mediterraneo come tuttora al centro del mondo. Per spiegarmi meglio vi prego di leggere sia questa recensione sia la successiva di uno scienziato palermitano che ha lavorato al CERN di Ginevra: entrambi sull’Universo arrivano più o meno in base alle più avanzate conoscenze attuali alle stesse conclusioni, ma tra i due c’è una diversità abissale. Il vietnamita di Hanoi dà spazio anche a ciò che è l’uomo nella sua essenza spirituale, il palermitano si ferma alla Scienza come verbo incontrovertibile e come non ci fosse altro al di là di essa.

 

 

                                                      

 

 

La pienezza del vuoto inizia con un capitolo intitolato “Il vuoto matematico”  che nella prima pagina riporta una definizione del dizionario Petit Larousse: “Uno spazio che non contiene niente” o anche dal Dicionnaire culturel: “Uno spazio che non è occupato dalla materia”. Definizioni entrambe profondamente in contrasto con la sua dedica di questo libro che è alla memoria di genitori e sorella, ma anche a chiunque sia alla ricerca di un vuoto fecondo.

L’Autore ci suggerisce di fare il vuoto nella nostra mente giungendo alla conclusione che, dopo aver scartato tutto, comprendiamo di dover smettere di muoverci, di agitarci, comprendiamo di “non agire soltanto per fare, ma di agire anche per essere”. Ritrovimo così il vuoto della piena consapevolezza e della “coscienza attenta”.

Da scienziato ci fa osservare che nel regno della matematica il vuoto assume la forma della cifra zero e che questa parola trae origine dal termine indiano sunya che significa vuoto o nulla, parola che in arabo è diventata sifr, anch’essa con il significato di “vuoto” e zephirum in latino dando origine al termine zero.

Ci ricorda che il pensiero matematico è nato dal desiderio dell’uomo di contare gli oggetti che possedeva e che l’uomo si è servito anche del suo corpo per contare. Non per incidervi tacche (corrispondenti a numeri) come sulle ossa, sul legno o sulla pietra ma per far corrispondere un numero a determinate parti del corpo. Le dita della mano sono state associate al numero cinque e i cinesi hanno utilizzato un calcolo digitale basato sulle dita delle due mani, mentre alcune tribù indiane d’America utilizzano un sistema di numerazione a base 8 che è il numero totale di intervalli tra le dieci dita. I Sumeri (la loro è una delle più antiche numerazioni conosciute e risalente al 3000 a. C.) adottarono una base decimale, ma anche una base 60 e ancor oggi usiamo quest’ultimo sistema per contare il tempo: un’ora è di 60 minuti, un minuto di 60 secondi. Il sistema degli Egizi, che si sviluppò circa alla stessa epoca e faceva ricorso a geroglifici, utilizzò una serie di disegni.

La cosa da notare è che in tutti questi sistemi lo zero è assente.

E’ stata la numerazione posizionale a rendere necessario lo zero.

Prima dell’invenzione dello zero per calcolare si usavano abachi, pallottolieri e i quipo (cordicelle intervallate da nodi, usate dagli Incas a partire dal tredicesimo secolo, 1200/1300).

Vi sono stati tre zero nella storia della matematica:

1) Con i Babilonesi, nel 300 a.C.  e con il sistema di numerazione a base 60 (simile a quello dei Sumeri). Però compresero che ci potevano essere ambiguità d’interpretazione in quanto rappresentavano lo zero con un chiodo verticale e lo spazio delle migliaia, riservato al chiodo, era solo più ampio di quello riservato ad esso nelle decine, per cui diventava soggettivo interpretare questo spazio.  Perciò lo zero fu poi da loro rappresentato con un doppio chiodo inclinato.

Due chiodi verticali che si susseguivano indicavano 61, due verticali separati di uno doppio chiodo inclinato rappresentavano 3601. Ingegnosi!

2) Con i Maya compare il secondo zero (500-925 d.C.). Usavano una numerazione a base 20 e una separazione a forma di conchiglia indicava lo zero.

Questi zero babilonesi e maya svolgevano il ruolo di marcatori di spazi vuoti.

3) Con i matematici Indiani lo zero diventa numero. S’ispirarono al sistema posizionale babilonese, da loro scoperto quando li aveva invasi Alessandro Magno. Il loro zero è quello che utilizziamo ancor oggi e la parola sunya (vuoto) appare per la prima volta in un trattato di cosmologia indiana - 458 d. C. - scritto in sanscrito.

Aggiungendo nel V secolo d. C. lo zero e usando la base decimale, la numerazione indiana segnava una nuova e decisiva tappa posizionale ed è poi diventata la numerazione universale.

A questo punto l’Autore ci pone e si pone una domanda: come mai lo zero è nato in India e non in Occidente dove i Greci dal VI secolo a.C. al V d. C. avevano compiuto grandi progressi?

Spiegazione: Per loro lo zero era come un anatema perché se si somma un numero a se stesso esso cambia, mentre resta uguale se si aggiunge lo zero che si “rifiuta ostinatamente di modificare tutti gli altri numeri”. La divisione per zero porta in scena l’infinito, mentre se si divide qualsiasi numero per l’infinito si ottiene zero. Al contrario nella coppia Yin (pieno) e Yang (vuoto)  lo zero e l’infinito sono indissolubilmente legati.

Paradossi della filosofia greca come quello di Zenone su Achille e la tartaruga (che l’eroe sfidandola in una gara di corsa non può raggiungere)  fanno sì che perfino Aristotele ritenesse che lo zero fosse un concetto da tener lontano in quanto entità che sfidava la ragione. Aristotele dominò la cultura del mondo occidentale e l’Occidente bandì per venti secoli l’infinito e lo zero, mentre così non fu in Oriente. Mentre il concetto di nulla e di vuoto non erano ben accolti dall’Occidente, nella civiltà indiana il vuoto svolge un ruolo importante nella religione induista. Il dio Siva rappresenta il vuoto supremo che ha generato l’universo. Un libro Al-Hsab al-Hindi, il cui autore, un matematico di Bagdad, al-Khuwarzmi (vissuto tra il 780 –850 d.C.),  spiegava il funzionamento di numerazione indiano e si diffuse assai nel mondo islamico. Gli scienziati arabi conoscevano le idee di Aristotele e la sua avversione per lo zero e l’infinito però accettarono la concezione indiana dello zero come rappresentazione del vuoto. Dopo tre secoli arrivò la prima traduzione latina del libro di al-Khuwarizmi, cioè Algoritmi de numero indorum, diffondendo questa conoscenza del calcolo indiano nell’Occidente cristiano. Nel 1277 l’arcivescovo di Parigi Étienne Tempier decise di abolire alcune dottrine aristoteliche in contrasto con l’idea di un Dio onnipotente e sdoganò il vuoto di cui da allora si  parlò. Ci furono riluttanze come a Firenze dove nel 1299 furono proibiti i numeri arabi perché con un semplice tratto di penna lo 0 poteva esser convertito in 6, ma in Occidente si diffuse il termine algoritmo per una serie finita di istruzioni che portano alla soluzione di un problema.

Dopo questa affascinante ricostruzione del cammino della numerazione decimale e con lo zero, da noi adottata, il secondo capitolo spiega il perché di questa ostilità antica per il vuoto o il nulla o lo zero: “L’horror vacui”. Trinh ci offre una splendida carrellata sul “miracolo greco” che per otto secoli produsse menti speculative eccezionali con la convinzione che doveva essere esistita una materia primordiale a partire dalla quale era nato l’Universo, il Caos era diventato Cosmo quando vi aveva trionfato l’ordine e il vuoto fece il suo ingresso ufficiale nella scienza con la nascita della teoria atomista. Leucippo (circa 500 a.C.) fu il primo a formulare l’ipotesi che  la materia fosse composta di unità fondamentali invisibili chiamate atomi (che etimologicamente in greco significa “indivisibile”).  Ma la voce di atomisti e stoici fu sopraffatta da Platone e dal suo allievo Aristotele (384-322 a.C.) che ripresero l’idea di Empedocle cioè che lo spazio dell’universo non fosse vuoto ma immerso in una sostanza informe, l’etere, che si aggiungeva ai quattro elementi: aria,acqua, terra, fuoco, costitutivi dell’universo. Quello di Aristotele era un universo finito con al centro la terra e codificò il principio dell’horror vacui: “la natura ha paura del vuoto”. “L’universo non era stato creato, c’era sempre stato ed avrebbe continuato ad esserci per l’eternità”, era un concetto molto rassicurante.

Verso la fine del II secolo a.C. la Grecia fu annessa all’Impero romano e i Romani erano poco inclini alle astrazioni e non s’interessarono della cosmologia. Nel V e VI secolo le invasioni barbariche diedero a Roma il colpo di grazia, la sapienza greca scomparve dall’Occidente, il testimone della scienza passò ai califfi di Bagdad che tra il 750 e il 1000 fecero tradurre in arabo le grandi opere greche.

Nel mondo medievale il sapere divenne appannaggio della Chiesa e i teologi cristiani sostenevano che Dio avesse creato il mondo ex nihilo, dal nulla, facendolo passare dallo stato di inesistenza a quello di esistenza. E alla domanda “Che cosa avesse fatto Dio prima di creare il mondo?”, Sant’Agostino, aggirando il problema, rispondeva che Dio aveva creato il tempo (e lo spazio) simultaneamente al mondo e quindi la domanda non aveva senso perché il concetto di anteriorità non si poteva applicare prima della creazione del tempo.

Nel sedicesimo secolo (il 500) la riscoperta del De rerum natura di Lucrezio, cantore e divulgatore dell’atomismo, fece rinascere l’idea di uno spazio vuoto tra gli atomi e Lucrezio celebra anche la pluralità dei mondi.

Tra Cinque/Seicento fu Galileo a riflettere sul problema del vuoto…

Vengo però al punto fondamentale: circa 14milioni di anni fa avvenne una spaventosa deflagrazione, il Big Bang che diede origine al nostro universo. E’ stato nel 1929 che l’astronomo americano Edwin Hubble si è accorto dell’espansione dell'Universo e se con un esperimento ideale invertissimo il corso degli avvenimenti tutte le galassie si troverebbero nello stesso istante nello stesso punto, ma con il Big Bang si è costituito un universo dinamico in perpetua formazione, il cui movimento di espansione trascina con sé galassie ferme.

Un fatto dobbiamo fissarci bene in testa: il Bang è avvenuto nella quiete assoluta perché quando la materia non aveva ancora fatto la sua comparsa non c’era mezzo che trasmettesse le onde sonore. Il film dei primordi è muto, senza suono.

L’Universo è stato plasmato da quattro interazioni fondamentali: la nucleare forte che tiene insieme protoni e neutroni, i “mattoni” dei nuclei atomici; l'interazione elettromagnetica per cui le cariche opposte si attraggono e quelle uguali si respingono (e le molecole e la struttura a doppia elica del DNA dipendono tutte da essa); l’interazione nucleare debole che agisce come un'anticolla ed è responsabile della disintegrazione della materia, processo che si chiama radioattività (senza essa il Sole non produrrebbe energia per una decina di miliardi di anni, ma vivrebbe pochi milioni di anni, cioè un battito di ciglia nella storia cosmica); infine l’interazione gravitazionale, mille miliardi di miliardi di miliardi di miliardi (1039) più debole dell'elettromagnetica.

Poiché tuttora l’Universo è in espansione e il suo spazio continua a rarefarsi e raffreddarsi, tutto ha avuto inizio da uno stato di calore e densità elevatissimi concentrati in uno spazio infinitesimo, però le fluttuazioni del campo di energia primordiale non si stabilizzano sul valore zero e quindi lo spazio non potrà mai essere vuoto.

Attraverso affascinanti sotto capitoli come “La cristallizzazione del campo di Higgs e l’origine delle masse”, “La particella di Dio”, “Il Bang: un espansione inflazionaria”, “Un Universo in accelerazione”, “Un Universo nato dal vuoto”, “Susy (cioè SuperSymmetry) e la teoria delle stringhe”, “Il Multiverso” viene introdotto questo concetto: in una delle centinaia di miliardi di galassie dell’Universo osservabile, quella dal dolce nome di Via Lattea, vicino ad una stella di nome Sole, su un pianeta chiamato Terra, circa 3,8milioni di anni fa degli atomi si aggregarono in catene di DNA che diedero origine alla vita, poi alla coscienza e a uomini capaci di interrogarsi sull'Universo che li ha generati.

E sorge la domanda: è possibile che l’energia del vuoto sia determinata dal mero fatto che noi esistiamo?

Gli astrofisici si sono accorti che l'esistenza della vita e della coscienza nel cosmo dipendono da una calibratura precisa delle costanti fisiche e delle condizioni iniziali. Se questi parametri numerici variassero di pochissimo, l’universo sarebbe del tutto diverso: non potrebbe ospitare la vita e noi non potremmo esistere. L’astronomo anglofrancese Brandon Carter (1942) ha proposto di chiamare tale constatazione “Principio antropico”. Si è in seguito considerata l’idea di Universi paralleli in cui però è solo il nostro a possedere le condizioni richieste.

Non solo, trascinate dall’espansione accelerata dell'universo, le centinaia di miliardi di galassie oggi osservabili, diventeranno per noi invisibili entro duemila miliardi di anni circa, cioè cento volte l’età attuale dell’Universo, e tra quattro miliardi di anni la Via Lattea si fonderà con la vicina Andromeda. I nostri discendenti potranno osservarla per dedurne che il nostro Universo attraversò una fase in cui era molto piccolo, caldo e denso ed è nato da una deflagrazione, il Big Bang? No, non potranno più farlo e l’espansione dell’Universo della materia oscura e dell’energia del vuoto apparirà loro il mito di un’antica civiltà scomparsa, concepito per descrivere l’origine del mondo, ma privo di qualsiasi riscontro concreto: tale concezione corrisponde in maniera sorprendente a quella delle maggiori tradizioni spirituali d’Oriente: l’induismo, il taoismo, il buddismo. (Ed è su questo tema religioso la conclusione del libro).

Nella splendida carrellata di conquiste scientifiche riguardo l’Universo, un nome di questi straordinari inventori, mi ha intenerito: Blaise Pascal, morto a soli 39 anni, afflitto da disturbi di salute tra cui violente emicranie (e bisogna averle provate come me per capire cosa significhino).

Diede un contributo fondamentale a settori della fisica come calcolo delle probabilità, geometria, algebra e studio dei fluidi e dei gas sotto pressione. Era nato in una famiglia della piccola nobiltà di toga, suo padre era magistrato ed aveva deciso di educarlo personalmente, desiderando si dedicasse allo studio del latino e del greco più che alla matematica. Ma il bambino “prodigio” scoprì a dodici anni le proprietà geometriche dei triangoli che Euclide aveva enunciato duemila anni prima, a 16 pubblicò le sue prime scoperte di geometria nel Saggio sulle coniche, a 19 inventò una delle prime calcolatrici meccaniche, la “pascalina”, per aiutare il padre nella riscossione delle imposte…

Non mi dilungo a ripercorrere le sue scoperte (perfino quando troppo ammalato per procedere ad un esperimento si rivolse al cognato perché lo eseguisse e con successo), ma riprendo le parole a suo riguardo che Trinh  riporta  dal Genio del cristianesimo di Chateaubriand:

“C’era un essere umano che, dodicenne, aveva creato la matematica con sbarre e tondi, uno che, sedicenne, aveva scritto il più competente trattato delle coniche che si fosse visto dall’antichità, uno che, diciannovenne, ridusse in macchina una scienza che esiste tutt’intera nell’intelletto, uno che, ventitreenne, dimostrò i fenomeni del peso dell’aria e distrusse uno degli errori più gravi della fisica, uno che  all’età in cui gli altri uomini incominciano appena a nascere, dopo aver finito di percorrere il cerchio dell’intera scienza umana, si accorse del suo nulla e volse i pensieri alla religione… Un uomo che da quel momento, fino alla morte arrivata quando aveva 39 anni, sempre ammalato e sofferente, risolse teoricamente uno dei problemi più complessi della geometria e buttò giù su foglietti di carta pensieri che hanno tanto del divino quanto dell’umano: questo spaventoso genio si chiamava Blaise Pascal”.

Mi sono dilungata a ripercorrere la vita di Pascal perché nelle parole sopra sottolineate in azzurro c’è il concetto stesso di questo libro: il non fermarsi alla scienza ma capire che l’infinito o l’ansia d’infinito dell’uomo spazia molto più largamente.

Pur se l’Autore scriverà alla fine: “Quelli della scienza e della spiritualità sono due Magisteri diversi, come ha sottolineato il biologo americano Stephen Jay Gould”. “La scienza funziona benissimo – ci ricorda ancora Trinh – e raggiunge lo scopo che si è prefissa – lo studio e l’interpretazione dei fenomeni senza alcun bisogno di sostegno da parte di una tradizione spirituale o di una religione, mentre queste ultime mirano a indurre in noi una metamorfosi interiore profonda a livello di percezione del mondo e d’interazione con esso, e ad aiutarci a pensare e agire in modo corretto.

Che sia la Terra a girare intorno al Sole o il contrario, che all’origine dell’universo ci sia il Big Bang o un’altra causa, per la religione non cambia niente. Ma scienza e spiritualità s’ispirano entrambe a una ricerca della verità i cui criteri sono l’autenticità e il rigore. Le rispettive maniere che hanno d’immaginare il reale non devono condurre tanto ad un’opposizione irriducibile, quanto ad un’armoniosa complementarietà”.

E se queste sono le parole finali del libro, prima c’è un interessantissimo capitolo “Il Tao del Vuoto” che indaga le religioni trovando i punti di contatto con la scienza.

Poiché per noi cattolici sono concetti poco frequentati ne accenno in breve.

“Tao” significa “via”, “metodo”. Quale via? Quella dell’Universo!

Il Tao non può essere visto, non può essere enunciato (e troviamo in questo concordanze con il cristianesimo sul concetto di Dio). Il Tao è la “madre di quel ch’è sotto il Cielo”. Ma il concetto taoista è anche di un Vuoto-pieno all’origine di tutto, di un Non-essere che genera l’Essere e presenta incredibili somiglianze con la cosmologia moderna.

Non solo, il Vuoto tende alla pienezza, quindi è alla radice della “Via”. L’antica pittura cinese, d’ispirazione taoista, è una riprova di questo assunto: non mira a produrre un oggetto estetico ma ha come obiettivo la rivelazione stessa del mistero dell’Universo. Nel libro un dipinto taoista che, nel raffigurare valli e montagne, mostra l’interazione tra Vuoto e Pieno. Il taoismo spesso paragona il Vuoto ad una valle, infossata tra i monti ma che nel fondo contiene alberi, corsi d’acqua ecc.

I Ching o Libro dei mutamenti, del primo millennio a.C., considerato uno dei testi più importanti del pensiero universale, contiene 64 segni che si basano sul simbolismo dello Yin e dello Yang, cioè del Pieno e del Vuoto. Tali segni si mutano di continuo gli uni negli altri, come i fenomeni evolvono da una forma all’altra. Dai pianeti alle stelle, dalle galassie agli ammassi di galassie nulla è permanente. I cicli di vita e di morte delle stelle, però, non si misurano in termini di un secolo, ma di miliardi di anni.  E in campo scientifico superata la rigidità di Newton, il tempo e lo spazio di Einstein sono diventati dinamici, elastici, con comportamenti sempre complementari.

Il Buddismo ha riflettuto a sua volta sulla nozione di vuoto.

Siddharta Gautama, il Buddha (il “risvegliato”, in sanscrito) visse nel V o VI secolo a. C., periodo straordinario nella storia umana che vide altri uomini eccezionali come Confucio e Lao-tzu in Cina,  Platone e Democrito in Grecia. Si è interessato alla natura del mondo come fa la scienza perché riteneva che l’ignoranza fosse fonte di sofferenza. C’insegna che dobbiamo imparare a distinguere la realtà apparente dalla realtà ultima (il modo in cui le cose sono davvero). C’insegna -e questa è interconnessione- che la nostra felicità dipende da quella degli altri: “risveglio” non è solo uno stato di conoscenza illimitata, ma anche di compassione infinita.

Il buddismo rifiuta l’idea di un universo che passa dalla non esistenza all’esistenza e ci ricorda in maniera sorprendente il vuoto-pieno dei fisici. Poiché però non accetta l’idea di un inizio dell’universo in cui tempo e spazio siano simultanei, viene a proporci un Universo ciclico. Il Big Bang non sarebbe quindi un’esplosione primordiale unica, ma l’inizio di un ciclo specifico di una successione infinita di cicli, estesi all’infinito, sia verso il passato che verso il futuro.

Il primo scienziato che elaborò il modello di Universo ciclico è stato il russo Aleksander Aleksandrovič Fridman (188-1925) e lo fece con sorprendente sintonia con l’Universo ciclico della mitologia induista. Per essa il dio Brama creò il mondo nel sonno, mentre dormiva e sognava ed ogni ciclo cosmico corrisponde ad uno dei suoi respiri. Ciascun respiro corrisponde a circa 8,6 miliardi di anni, un lasso di tempo vicino all’età moderna valutata intorno ai 13,8 miliardi di anni.

Però le osservazioni attuali escludono un Universo ciclico per lo meno all’interno del modello standard del Big Bang di cui però esistono altre versioni. Oggi, l’evoluzione cosmica, guidata dalle leggi della fisica e della  biologia ricorda sotto molti profili la creazione ex nihilo dell’Universo evocata dalla tradizione giudaico-cristiana.

Una lettura affascinante questo libro al punto che ricercherò un altro testo di Trinh: Lo scienziato e l’infinito- Numeri, uomini e universi. Voglio approfondire.

 

 

                                                 Gianpaolo Benincasa

                                                           Einstein e il Sasso

 

                                                              

 

Sondo mio marito per capire perché questi due libri gli siano piaciuti. Risposta: pur partendo da presupposti diversi arrivano alla stessa conclusione. Cioè: “L’uomo è così perché esiste”.

In sintesi:

-         ogni uomo è quello che è e crede in ciò in cui crede perché...

-         il bagaglio genetico

-         il bagaglio somatico

-         il bagaglio culturale

-         il bagaglio sociale

-         il bagaglio cromosomico dei genitori.

Seleziono dal libro alcuni concetti che valgono più di una mia recensione.

“Ogni uomo nasce con un bagaglio genetico che dipende in gran parte dal patrimonio cromosomico della nostra razza, ma più specificamente da quello dei suoi genitori.

“Sono così ereditari certi tratti somatici e del carattere, certe predisposizioni artistiche i sportive, e purtroppo anche la predisposizione a certi tipi di malattie.

“A questo patrimonio di partenza se ne aggiunge un secondo, non meno importante, fornito con l'interazione don l'ambiente durante il periodo di sviluppo dalla nascita in poi. Patrimonio importante per la formazione del carattere e delle cartatteristiche che formano il bagaglio ideologico, sociale e politico di ogni uomo.

Ogni uomo è quello che è e crede in ciò in cui crede perché così è nato e così si è formato.

Le interpretazioni dei fatti dipendono appunto in gran parte dal bagaglio genetico-ambientale della persona che interpreta.

Nessuno di noi è esente da questa regola: la perfetta obiettività non esiste, è solo un mito.

Può accadere che un giudice con delle idee politiche ben definite, per quanto imparziale ed onesto, mostri spesso maggior empatia ed indulgenza verso quelle più vicine alle sue idee e le cui azioni quindi si prestano, dal suo punto di vista, a qualche giustificazione.

Anche nel campo della scienza, le interpretazioni di fatti certi sono spesso guidate dalle credenze e dal solito bagaglio personale degli scienziati che interpretano tali fatti".

Benincasa cita la Sindone che la Chiesa non ha mai ammesso sia il vero sudario del Cristo deposto dalla croce, ma la tradizione popolare non ha avuto bisogno di questo imprimatur per considerarla tale..

Ora inizia la mia recensione dopo aver premesso chi sia Benincasa, l’autore.

Inizio con un Ah, ah, ah, cioè una grassa risata che si collega a quanto da lui detto sulla Sindone.

Ma prima sull’autore: Gianpaolo Benincasa, palermitano, si è laureato in Ingegneria Nucleare e dal 1967 ha lavorato al CERN di Ginevra per realizzare sistemi di controllo e sicurezza dei più grandi acceleratori di particelle del mondo. Benincasa scrive questo libro per sfatare alcune delle più false credenze riguardo il formarsi dell’universo e la nostra storia, parte dal Big Bang (15 miliardi di anni fa), dalla comparsa di quello che si può considerare il nostro antenato (100mila anni fa) per venire alla nostra storia negli ultimo 10mila o 20mila anni. Stupisce che il libro sia stato edito da Mursia, casa editrice di divulgazione perché per le tante equazioni, ecc. meglio figurerebbe come pubblicazione accademica.

Perché la mia risata? L’Autore sostiene che bastava l’inequivocabile test del carbonio 14 per escludere che la Sindone appartenga al tempo di Cristo, ma gli è sfuggito del tutto il significato della devozione popolare. L’uomo del sudario parla così ai tantissimi fedeli: “Guardate cosa mi avete fatto. E io sono ancora qui nel vostro ricordo per insegnarvi il perdono quello che non avete usato con me”. Grandeggia l’Uomo-Cristo e la gente accorre.

Così tutti i capitoli di Benincasa nati da un profondo sapere scientifico sono dimostrazione che sì forse un giorno l’uomo ne saprà di più ma mai e poi mai si potrà accontentare della scienza in se stessa. Confuta i miracoli e forse un poco, ma solo un poco si arrende davanti al sole roteante a Fatima che però cataloga come una possibile illusione ottica collettiva. Non sa dire “credo quia absurdum” né come Sant’Ignazio di Loyola “gettati a terra e prega e ti verrà la fede”. Crede solo nella scienza che per ora gli dà risposte limitate, crede negli Ufo perché crede negli Universi paralleli. Qui merita proprio di riportare le sue parole Tra le più famose testimonianza quella antichissima di Plinio che parladi Clipeus ardens sui cieli di Roma, quella di Basilea nel  1566 quando durante tutta una giornata, dischi, sigari e altre sfere hanno volteggiato sul cielo della città e sono state riportate nelle cronache locali e quella del 1608 in Costa Azzurra quando si spararono perfino salve di cannone contro questi strani oggetti. In tempi più moderni una vera esplosione di avvistamenti dopo la seconda guerra mondiale…L'ipotesi più affascinante è di macchine volanti guidate da esseri intelligenti venuti da lontanissimi pianeti …E questi visitatori hanno una tecnologia di qualche migliaio di anni più progredita della nostra... Conclusione:essi sono coscienti di quale catastrofe si genererebbe da un eventuale contatto tra due civiltà così differenti. Così come quando noi scopriamo una qualche piccola tribù in una regione sperduta del nostro globo, rimasta isolata dalla nostra civiltà, facciamo enormemente attenzione a non creare questo catastrofico shock di civilizzazioni (come è purtroppo già accaduto). Quindi gli extraterrestri ci avrebbero risparmiato per non causarci ciò, però  il progetto SETI (Search for ExtraTerrestrial Intelligence): ricerca di intelligenze extraterrestri e che utilizza una serie di grandi telescopi per captare segnali dall'universo, finora non ha raggiunto risultati apprezzabili.

Forse con umiltà, pur affascinati da questa ipotesi, dovremmo tornare a Shakespeare quando dice che “fra cielo e terra ci sono più cose di quanto l’uomo non immagini". Forse pur continuando sull'arduo cammino della scienza (e ricordando che le più grandi scoperte sono spesso avvenute per motivi del tutto casuali) dovremo accontentarci di sfangare e sfangare sulla strada del progresso e della civiltà, ma forse potrebbe esserci più facile se accogliessimo con umiltà il senso del mistero e allora forse quelle domande impervie: Perché esiste l’universo? Chi siamo? Da dove veniamo? Perché ci siamo” che sono quelle dell'uomo da sempre troveranno qualche piccola risposta.