Maria Luisa Bressani in Ferrero,

Nata a Trieste l’11 giugno 1942, coniugata dal 4 aprile 1964, tre figli e sei nipoti.

Laurea in lettere classiche, tesi Aristeia omerica e virgiliana, medaglia d'argento, Università di Genova, 1965, conseguita a giugno del IV anno.

Segnalata Il premio Edicola, racconto lungo "Begonza," edito Lalli 1977.

IX Sìlarus, racconto "Radici di nevrosi," pubblicato Sìlarus n°73. I Premio Massimo Bcntempelli, "leggende Arrabbiate," racconti. VIII Premio Candoni-Teatro Orazero per l'atto unico con note

di versione televisiva, Ifigenia e Achille.

I° premio assoluto teatro, Villa Alessandra 1977 per  Ifigenia e Achille

Segnalata Scrittori per la scuola, Firenze 1977, per due racconti, "Una

famiglia sexy", e "Suicidio," inclusi in Flash di luce, di

sabbia, di pensieri:

Segnalata X Sìlarus, per il racconto "Le sedie'. Medaglia d’argento  al Premio Candoni del 1978 (2° premio) per il radiodramma Rogna. Segnalata al Candoni nel 1979 per Sky-scrapers, nel 1980 per Cronicario.

Medaglia d'argento al XI Sìlarus per il saggio "Il commiato di Berto: grandezza e meschinità dell'io sono"

 

                    Ho scritto (1975-80)

(il tutto per più di kg. 3 di peso e più di cm.8 di altezza con i fogli impilati uno sull'altro. Testi datati nei riferimenti a personaggi d’attualità)

 

                  Narrativa:

Begonza,Leggende arrabbiate,Flash di luce, di sabbia, di pensieri, All'incrocio, Le frenetiche, morbide storie, Pezzotti.

                         Teatro:

Bambola di stracci, Quattro ciarle, Ifigenia e Achille, Forse te ne prego, Rogna, Sky-scrapers, Cronicario, Apolide.

Inserisco i due attestati di Controvento (primo Premio per i 3 atti di Ifigenia e Achille così classificata su più di 100 testi presentati a Villa Alessandra nelle Marche) e del Candoni Teatro Orazero (stesso testo presentato in un solo atto, medaglia di bonzo, cioè terzo classificato ad Arta Terme di Udine).

 

                        Ifigenia e Achille

 

Arta Terme in Provincia di Udine è il luogo dove Carducci scrisse il Comune rustico.

                           

                

             

Questi due premi a suo tempo mi hanno inorgoglito in quanto di qualità e nella Giuria del Candoni a presiedere era il prof. Giovanni Calendoli ordinario di Storia del Teatro a Padova. E c’era anche l’ottimo Ugo Amodeo, regista Rai  che, a Trieste, in tanti e colti ricordano con affetto e stima. C’era Ugo Ronfani che nel Giorno (pagina Cultura) scriveva di teatro giusto sopra di me: ciò mi era di orgoglio.

Amodeo, lo ritrovai a presentare a Trieste le Lettere d’amore e di guerra, epistolario dei miei genitori. In quell’occasione disse al pubblico presente alla libreria Minerva che gli erano sempre piaciuti i miei testi teatrali perché con personaggi a tutto tondo come quelli di Cechov.

In quel momento, pur incredula, crebbi dentro di me tre spanne.

Non solo Amodeo mi aveva chiesto di far rappresentare Ifigenia e Achille da una piccola compagnia teatrale da lui costituita ma non trattandosi di una compagnia Rai ed essendo io una giovane intransigente e sciocca rifiutai. Ricordo il regista Duccio Tessari che poi intervistai quando  mi disse di aver investito per il suo Una pistola per Ringo: come in un prodotto, in un’auto e guadagnò una cifra per allora esorbitante. Questo è spirito imprenditoriale,  è rischiare per riuscire, per ottenere.

Prima di mettere quattro testi del mio teatro inserisco questo articolo di Giovanni Raboni che conservai come un breviario in quanto se alle origini ho scritto a ruota libera, poi con il giornalismo ho imparato la disciplina della brevità.

Però c’è il pro e il contro: si può forse restringere a dismisura un testo teatrale pur pensato e calibrato come meglio si crede?

Ad ogni modo per rispetto a me stessa di un tempo pubblico come scrissi allora. Certe volte nella giovinezza c’è una irripetibile freschezza di sentire.

 

 

             IFIGENIA e ACHILLE (1977)

 

            

 

                                                                                     

 

                                       

                               Argomento.

(C’è un coro di donne e ci sono tre soldati che stanno giocando a carte).

Donne:

    - Accorrete! Accorrete! Hanno ucciso i poeti!‑

-Che dici? I poeti sono un esercito oggi. -

-Accorrete! Accorrete! Hanno ucciso i sacerdoti della parola. - -Non vedo sangue.-

-La parola è morta. Viviamo a metà. -

-Apriti Sesamo, questo fu parola.-

 

-Le montagne si aprirono.-

-Sono morti i poeti. -

-                I poeti sono un esercito. Ricuperiamo la parola. -

-                Dio parlò e la parola germogliò. –

-                Riappropriamoci della parola. -

-                Sia di nuovo magica, evocativa. -

-     Basta slogan. Parole senza senso. -

-                Abbiamo sete di parole vere. -

-                Parole-cose, parole-verità. Riscopriamone la sorgente.

-     Hanno ucciso i poeti. -

-                Ci hanno tolto l'identità. –

-                 Guarda quanti poeti!‑

-    Riscopriamo la parola poetica. -


Soldati:- Racconteremo una storia antica, per voi. Quando i poeti credevano nelle parole e le servivano utili, dolcificanti o graffianti.-

Donne: - Tra una guerra e l'altra i poeti raccontavano alle donne. - Soldati: - Ecco la storia per voi, donne. -

-     I Greci muovono guerra a Troia per riavere Elena sposa.   -      Sposa di Menelao, rapita da Paride figlio di Priamo. -

Donna: - Ma ... la dea impone per il buon esito della spedizione il sacrificio di Ifigenia, figlia di Agamennone, il gran re dei Greci tutti.-

Soldato: - Agamennone per convincere la moglie a venire al campo e a portare con sé la figlia le manda a dire, ingannandola che prima della partenza vuole celebrare il matrimonio di Ifigenia e di Achille, il più giovane e prode re che si muova per Troia.-

Donne:- Il poeta antico fece sacrificare Ifigenia. -

-          Giustamente! Così volevano gli dei. –

-          E poi l'innocenza non è forse sempre uccisa?‑

Soldato:-Achille non poté far nulla per Ifigenia. -

Donne:- Era pronto a salvarla. Ifigenia scelse il sacrificio. -

Soldati:-Achille partì per Troia. -

-Un poeta ci raccontò poi che si innamorò di Briseide, dalle belle chiome. –

- Gli ricordava Ifigenia. –

- Gliela tolsero. ‑

-          Allora Achille non  volle più combattere. –

-           Patroclo, il suo amico diletto, lo pregò di dargli le armi fatate, per spaventa re i nemici, che avrebbero temuto di essere di fronte all'invincibile Achille

Donne: - Uccisero anche Patroclo.

Coro di donne e soldati:

Achille finalmente si mosse per vendicarli tutti.

Combatté contro i fiumi. Contro Scamandro. Contro Simoenta.

Grande come gigante. Le sue armi scintillarono d'oro fino al cielo.-

Saliva la luna scarlatta nel cielo di bronzo.

Achille fu uomo coraggioso e solitario.

Per uomini come lui non esiste cammino sicuro.

Fu falco dagli occhi grifagni. Era un giovane smarrito. All'improvviso fu eroe. Lo uccisero.

“L’ala strascica come vessillo

Nella disfatta.

Non più solcherà il cielo, vivrà ancora

Qualche giorno di fame e di pena.

Egli è forte e il dolore è più duro con i forti”

Patroclo morto, Ifigenia sacrificata lo ferirono per sempre. Ombra remota è il sogno di lui.

Forse su una spiaggia desolata ancora erra solitario e canta e piange sulla lira. Piange e canta per gli uomini tutti. Eternamente voce e musica.

Perché il pane e il latte, giorno per giorno, non abbiano sapore di sangue e di sopruso.

Soldato:-Pane e prosciutto, questo è il giusto mezzo. –

Soldato: -Pane e acqua, questo rende uomini.

Donna: - C'è chi ha fame di pane e non può dirlo. Chiude gli occhi affamato. -

Donna: C’è chi ha fame di parole. Muore abbandonato. -

Soldato: - Cent'anni!

Con una zuppa di pane e latte si vive felici cent'anni! Dov'è il sopruso?-

 

Donna: - Il pane si rafferma, il latte si caglia se non si può mangiare e bere in pace.-

Donne: - Dateci pane. Dateci latte per addolcire il pane. –

                -Cuoceremo il pane fragrante per voi.

             Portate un secchio di latte bianco per noi. –

           Dateci parole-vere, parole-cose. Per stare in pace. -

Soldati:- I giochi sono tutti fatti. Ubriachiamoci di parole. -

Donna:- Se tu non sei diverso da me e io sono te, siamo un mondo di eguali in cui non val la pena di muoversi più.‑

                (voce di Ifigenia in sottofondo):

         -Ma... Achille piange ancora per sé e per me.

              Piange la giovinezza perduta, la ribellione inutile. -

Donne, tutte insieme: - Piange Ifigenia, la sua donna.

Le portava una corona. Una rosa per lei ed una colomba.

La voleva fare sua sposa.

Ifigenia fuggì, si sacrificò. Che è la stessa cosa girare gli occhi lontano dalla vita. -

Coro:- Per noi restò amore, dolore, sangue versato sulle porte e nelle strade dall'eterna contesa dell'odio.

Pane e latte per cancellare l'odio. -

Soldato:

-Quando sono in guerra

apro gli occhi al mattino e dico:

Risparmiami,

Tu, padre del cielo e della terra,

     Risparmiami

questa giornata rovente.

Lasciami dormire ancora.

Chiudo gli occhi alla sera e dico:

Risparmiami,

Tu, padre del vento e degli uccelli,

questa notte insonne.

     Vedo la giornata d'oggi,

le bombe di fuoco, il sangue,

sento grida laceranti,

Tu aiutami a riposare.

     La violenza è intorno a me.

           E' dentro di me.

           Mi squassa tutto

    non conosco più né pane fragrante,

             né latte di miele. -

 

Donne: - Pane e latte per cancellare l'odio. Ubriachiamoci anche noi, come bambini che mettono il ditino nel bicchiere, lasciato sul tavolo dai grandi, per vedere se è buono.

Coro: - Pane e latte che non abbiano sapore di sangue e di sopruso.  Siano sicuri, quieti

Donne: - Pane fragrante, per non morire affamati.

latte di miele per addolcire il pane.

per non morire in abbandono. -

Coro: -E’ l'alba. L'allodola cantava verso il sole. In quella casa una giovane Ifigenia sta per essere sacrificata. Lo sa bene. Perché la storia antica, ormai dimenticata,  presto le viene ricordata.

Donne: - Il falco sì slanciava nell'azzurro. -

Soldati: -Anche il giovane Achillé è già stato a Troia. Sa già come le cose andranno a finire. Sa pure che il suo destino è di tentare sempre, di cercare di cambiare.-

Donne: - In quella casa sono due giovani. Oggi. Separati da una sottile parete di legno: cresciuti uno in una stanza, l'altra in quella vicino. -

Che faranno? Che si diranno?

Soldati: - A noi in fondo non importa.

importante per noi è sempre una città assediata, sempre una guerra, per giocare carte e dadi. Bere vino davanti alle mura. Suonare la chitarra.

FuIl d'assi. Tressette. Piglio tutto io. Questo vino è limpido e terso. Beviamo a piena gola. -

Donne: - Cantateci, soldati, una canzone di poesia e d'amore. Per non pensare alla guerra. –

                                       (Il coro si ritira)

 

                                             Prologo

 

Nutrice:

Qui sono nata. Qui sono vissuta. Qui debbo morire, in questa casa, nutrice di lunga data. Qui si sono avvicendate le brevi gioie e i lunghi dolori della mia vita. Dove potrei dove potrei vivere e morire se non qui?

Eppure oggi, giorno di gioia, perché la mia bambina si sposa e la fanno regina, vorrei andare lontano, lontano.

Il mio cuore è stretto dall'angoscia.

Mi hanno detto che il suo sposalizio con Achille è solo una finzione ed avverrà un sacrificio inevitabile.

°Cucio il suo abito di nozze, bianco e d'argento. Ogni punto è un desiderio di felicità, ogni filo tagliato è un ricordo che se ne va.

Questi luoghi sono stati tutta la mia vita per lunghi anni e la sua presenza, della l"piccola bambina, li ha fatti rinverdire per me. Ogni-angolo è pieno della sua risata di sole.

Come potrò dimenticare, lasciarla andare?

Cucio, cucio e veglio il suo sonno per l'ultima volta.—         

 

 


                                   SCENA I

La scena è divisa in due settori da una paratia.

Da una parte Ifigenia si sta risvegliando, mentre la nutrice cuce. Dall'altra Achille sta lustrando una lancia.

(Voci da fuori ritmate)


-Hailé, Hailé, Hailé Sélassié… Grande, grande…Potente, potente!-

 


A.          - Hailé, papé... Papé satàn aleppe. (Continua a lustrare la lancia).

 

Ifi (Ifigenia, destandosi): - Nutrice, di chi sono le voci là fuori?-

               -Hailé, Hailé.... Grande, grande.-

A. : - Papé, papé... bello eh? Accidenti a loro! Se la piantassero! Non fanno che gridare. Fortuna che io non debbo riposare. Mi sto preparando alla battaglia,io lustro la mia lancia. Non ho tempo da perdere, io.-

Ifi.: - Nutrice, senti che canti di gioia?

Cantano per me? Oh sono così felice, questa mattina. C'è il cielo azzurro, vero? Oggi mi sposo, oggi mi incoronano.

DDiventerò regina. Il mio sposo, me l'hanno descritto, è grande, importante, meraviglioso!

Però non mi importa tutto questo grande-importante-meraviglioso.

Importa che avrò la mia casa, i miei bambini e mio padre verrà a trovarmi e gioirà della mia gioia, lui che mi tenne sulle ginocchia e nel cui volto cercai approvazione e consenso.

Per prima chiamai lui padre e lui chiamò me figlia. Mi prese tra le braccia bambina. Felice sarò nella casa d'uno sposo e mio padre mi vedrà vivere e fiorire.    in modo degno e forse accoglierò lui vecchio nel caro asilo della mia casa, ricordando le fatiche per come mi affiancò nel crescere ed educò.

Oggi mi sposo e lo sposo è grande, importante, meraviglioso.

Che voglia infinita di rendere felici tutti!‑

N.: - Dormi ancora un po', bambina.-

Ifi,  (balzando dall'angolo dove stava distesa): Non posso dormire. Voglio affacciarmi alla finestra. Voglio vedere il mio popolo, la mia gente.  Cantare con loro.

Già applaudono a me, per la mia festa, e saremo felici insieme. Urlerei d'amore per loro. -

N. - C'è tempo, c'è tempo. Dormi, bambina...‑

-Hailé, Hailé... Tiranno, tiranno.... Ladro del popolo... Morte, morte.-

Ifi. - Che dicono, nutrice, non è gioia la loro?-

N. - E' sempre gioia, quella del popolo, per un'incoronazione o per una decapitazione Dormi, dormi, bambina... Il vestito non è ancora pronto.-

-Ifi: - Il  mio vestito bianco... Non vedo l'ora di indossarlo. E' bello come un sogno. Sarò giglio beu canoi, campanula che ondeggia al vento, canna

che tintinna ... Questa luce, di questa mattina azzurra, è cosa dolicissima.

   N.: - Sogni, sogni... 

                          -Hailé, Hailé... Morte, morte.-

A- - Hailé, Hailé... Papé, papé satàn aleppe. Evviva il ciuco di Melesecche.-

Ifi: (Appoggiandosi alla paratia)-Chi c'è di là? Chi? Nella stanza accanto? Chi parla di là?-


A. :- Evviva il ciuco di Melesecche.

Ifi.: (Ridendo)-Di Melesecche? Ci deve essere un pazzo di là. Però mi fa ridere. Sarà la rima.

Sai,nutrice, ti voglio confidare un segreto. Sai cosa desidero che abbia il mio sposo, più di tutto, sai, proprio più di tutto?... Che mi faccia ridere.

Ho tanta voglia di sorridere, di raccogliere fiori di primavera, di chinarmi su un tenero bimbo e di ridere, alla sera, con il mio sposo. La mia vita sarà una festa.-

N. - Sciocchezze, sciocchezze.

Ifi: - Perché ripeti sempre le cose due volte? Non sono stupida. Che scopo ci sarebbe a vivere per soffrire?  Credo che la gente si stanchi di essere felice e si vada a cercare le complicazioni… Il dolore nasce così, perché lo cercano. Eppoi si vive una volta sola.-

           (Elisabetta Elisabetta d’Inghilterra... Evviva, evviva la perfetta!‑

N.: (Attizzando il fuoco nel caminetto, l'eterna nonna che racconta favole).

-Aveva un mantello di porpora ed ermellino, proprio il mantello dei re.

Non la ricordi, Ifigenia? Era così graziosa e piccola e fragile sotto quella corona pesantissima, nella cattedrale immensa. Pensa che ha dovuto allenarsi a lungo per portare tutto quel peso!- I

Ifi. - Che matti! Poveretta!

Guai se il mio vestito fosse pesante, non lo sopporterei. Il mio abito l'ho scelto leggerissimo, che si gonfi al vento come una nuvola. Vorrei essere una nuvola, ma il cielo è così azzurro questa mattina ed il sole è caldo e non vorrei sciuparlo. Mi sento leggera, libera.Apri le imposte, per favore, voglio godermi ogni raggio, farmi accarezzare dal sole.-

 

A.:- Elisabetta! Poveretta! La sopportano perché gli ricorda Paperina. E' innocua.-

Ifi. - Cos'hai detto?-

A.: - Paperina, Paperina!-

Ifi.: Forse rassomiglia più a Minnie, dolce e trepida, eternamente fidanzata, eternamente in attesa.

Credi di essere così saputone, ma lasciatelo dire, non te ne intendi poi molto di donne.-

A.: -Per quel che me ne importa. -

Ifi.: - Male. Farai bene ad imparare. Potrebbe servirti.-

A. - E tu te ne intendi forse di uomini?‑

Ifi. - Oh per me non ha importanza, davvero! Oggi mi sposo e mi incoronano.-

A. - Di grazia, com'è questo sposo, così fortunato, re e sposo, tutt'insieme? Mi rendi curioso.-

Ifi. - Non lo conosco. Me l'ha dato il destino. Non so se ha occhi  verdi o azzurri, se è biondo o bruno, ma so che è l'amore. Per lui io sono nata, per lui mi hanno allevata.

Mi farà una carezza, come il padrone al suo cane, ed io lo seguirò. In capo al mondo con lui andrò.-

A. :- Mi sembri un po' esaltata. -

Ifi.: - Oh no, no. Non credere che sogni soltanto e che io non sappia quali saranno i miei doveri e i miei privilegi. Nella mia casa sarò signora e padrona e mio marito rispetterà il mio mondo. Alla sera sarà felice entrando dalla porta, al mattino sarà soddisfatto, uscendo. Sarò una degna sposa per lui. Io gli curerò...

A. :- Ah, ah, ah! I gerani forse? Naturalmente la tovaglia sempre fresca di bucato, naturalmente la tua chioma sempre ben pettinata, naturalmente te ne starai sempre in casa rintanata.


In che cósa mai accompagnerai il tuo sposo?

Oh sarà un uomo ben: fortunato! Sarai sempre pronta per il viaggetto culturale. Solo che lui, a sera,  si nasconderà dietro un giornale se tu non cambierai.

Ifi - Non essere sgarbato. Non sciupare la mia giornata.-

A.:- Sogna pure. Illusione fa rima con delusione.-

-  Annamaria, Annamaria (di Grecia): “mia tutta la giovinezza".               

N. : - Una biondina dal volto pieno e colorito ha fatto incantare il popolo. Finalmente! Ha operato il sortilegio.

Lo salverà con la sua innocenza, perché il popolo, mia piccola Ifi, il popolo non ha volto, non sa pensare, è imprigionato in un ciclone che se lo porta a

spasso. Se riesce a tirare la testa fuori dalla bufera, subito canta e vuole snebbiarsi gli occhi, ma... il ciclone lo riprende e se lo porta via.-

                -Bella, bella, dolce, dolce, giovane, giovane.-

A. - (Violentemente sarcastico) La giovinezza passa e resta la bruttezza di essere come tutti. Se il popolo si accorge che sei come lui, che non hai una corona sulla tua testa, uno scettro da sbattere sulla sua testa, se ne fa un sol boccone di te. Ha sempre fame, sempre grida: pane! pane!

Per i mortali infelici devi apparire un dio, polente e ricco, se non vuoi essere scalzato.-

Ifi: - Sai che ti dico? Non ti ascolto più.

Mi affaccio alla finestra per partecipare, per gioire, per cantare anch'io con loro. Io li amo.-

A. - Tu sei tutta Amore. Aspetti l'Amore, ti senti Amore con la maiuscola. Fa’-

                    -Annamaria, Annamaria... scappa via, via.-

A.:- Si sono già stufati. Se indugia solo un attimo le tagliano la testa.-

                                -Via via.... via via.-

Ifi.:  - Nutrice ho paura... Sono urla tremende, nutrice, sparano...- -Oh no, no... Jhon ti amo, ti amo (così disse Jacqueline mentre gli reggeva la testa spappolata).

A.: Jacqueline… Né il sorriso, né  l’indifferenza altera l’hanno risparmiata da loro.  "Immota guardi orizzonti di fuoco, ...insensibile al grido del presente, ...trasformi l'anima in pietra,... Sfinge”.

N. :- Il suo sorriso tremava di lacrime.-

Ifi. -(Nascondendo il volto in grembo alla nutrice) Ho paura di diventare indifferente anch'io.-

N. - Nemmeno l'indifferenza potrà salvarti. Distruggeranno anche te.

Respingi ogni corona, per il tuo bene.-

A. :- Amore, dovere, sacrificio, buona volontà, corone da non accogliere!-

Tieniti lontana dall'aureola se non vuoi finire mosaico. Gloria dopo, ma prima l'orrore. Non guardarli, non girarti. Se un cagnetto rabbioso abbaia, fingi di non vederlo.

Quando ti sarà a fianco diventerà un lupo, pronto a  divorarti. Non lasciarlo venire al tuo fianco.-

Ifi.: - (Canterellando, ritornata allegra): “Madama Cicoria, qui sull'uscio c'è un lupo maligno. Ha le zanne aguzze, aguzze e un famelico sogghigno! (Termina ridendo).

confitta nelle tessere d'un

 

 

 

 

N.: - Un lupo c'è ed affamato assai. C'è sempre ed aspetta.-

Ifi. - Nutrice, non spaventarmi. Che mi rimarrebbe da fare se anche tu mi spaventassi?                        

                  (Alzandosi  e andando verso la finestra),

Portami con te, vento, lassù in alto nel cielo,

voglio venire con te.

Portami con te, torrente, via sotto le stelle,

voglio venire con te.

Sarò foglia, lontano lontano, dentro la terra, con la pioggia e le bacche.-

(Una pausa. Torna ad inginocchiarsi davanti alla nutrice che continua a cucire, seduta)

N.: - Bambina,fuggi. Questo vestito bellissimo ti renderà ammirata e nascerà l'invidia.-

Ifi: - Non m'importa. E' un sentimento naturale. Sì, è scomoda l'invidia, è  fastidiosa. Però nasce dal dolore di non poter essere migliori di come si è.-

N. :- Monteranno in collera. L'invidia non sarà più così dolce e salottiera. Diverrà un uragano. Ti strapperanno il vestito, lo lacereranno.

Non tollerano esseri diversi da loro. Se hanno perduto qualcosa, qualunque cosa, vorrano toglierla anche a te.

Ti renderanno brutta come loro, misera come loro.-

Ifi: - Che parole tremende, tu dici. Parli come se io fossi su un piedestallo. Questa sarebbe una colpa vera, un peccato mortale. Non voglio vivere su un piedistallo. Sarò lacera, brutta, povera, contusa, ma amica loro.

Saremo insieme io e la mia gente. Non c'è gioia più grande.-

N. :- Ti illudi. Non ti accoglieranno mai. Ti rimprovereranno eternamente. Tu possiedi questo magico vestito, che loro hanno già perso.-

Ifi. - Creerò vestiti per loro, ancora più splendidi. Amandoli, servendoli, mescolandomi a loro.-

N.:- Parole belle e difficili da realizzare. Non ti illudere.

Diranno che tu sei una privilegiata e non ti vorrano accogliere.

Tu sei così, perché per sorte, per fortuna sei nata tale, tale ti hanno allevata. Tu non hai partecipato. Non hai alcuna virtù.


Sei un bel manichino, che porta un vedtito stregato ed abbagliante. Per vedere se sotto la luce c'è un cuore e un cervello vorranno lacerarlo, questo vestito.

Per arrivare a te.

Ma sai cosa vogliono davvero? Poter dire: c'è solo crusca sotto, paglia, nulla che conti.-

Ifi: - Ma è crudele. E' ben peggio dell'invidia. -

N.:- Scappa. Presto! Scantona dalla porticina di fianco.

Sarai all'aria libera, libera anche tu. Vai lontano. Sarai felice, sconosciuta, irgnorata, senza clamori e invidie.

Il mondo calpesta sempre i suoi fiori. Poi, quando già sono tagliati, cerca di infangarli, per crearsi gli alibi, le giustificazioni. Gli assassini gridano impuniti, sordidi come il mondo su cui camminano.

Fuggi, se non vuoi essere calpestata.-

Ifi. - Nutrice, mi è venuta in mente quella volta che mio padre mi regalò il ta- volo da ping-pong. Saltavo di gioia intorno al tavolo. Il nostro vicino mi si accostò. Mio padre se ne era appena andato. Il vicino disse:"Tutti i genitori regalerebbero il tavolo da ping-pong ai figli! Bella forza quella delle possibilità "economiche." Alla sera sentivamo che picchiava suo figlio, già adolescente, per farlo diventare uomo. Non aveva la possibilità economica lui, ma la possibilità del pugno sì. Non ho più giocato a ping- pong dopo quell'estate. A me ha rovinato il regalo quell'uomo. -

N.: - Non ti rovineranno il regalo soltanto. Apri gli occhi, mia piccola adorata. Loro vorranno offrirti pietà.-

Ifi:- No, non vorrò mai pietà.- N.: Non avrai più orgoglio. Ti piegherai. Cercherai spiegazioni e giustificazioni.-

Ifi. - Ma che posso fare?-

N.: - Fuggi, fuggi.   Oggi non ti sposerai. Achille è sogno. Uno specchietto per allodole. Non c'è nessun Achille per te. Ti vogliono sacrificare. Per Elena dalle belle chiome.-

Ifi:- E se anche così fosse? Elena è pur sventurata come me.

Paride le dice: "cagna", Menelao la rivuole solo per decoro. I qreci tutti si muovono per ben altro che per i suoi capelli d'oro e per la sua bianca gola.

                                         (Breve pausa).

Questa mattina, mentre stavo per svegliarmi, mi sono vista legata ad uno scoglio. Il mostro stava per uscire dall'acqua. Tu, proprio tu, tu parli già del lupo che mi afferrerà.

Oh sì, sì, mi vogliono sacrificare. Fanciulla di bianco vestita, legata ad uno scoglio, per cui sempre troppo tardi un Achille paladino si alzerà a uccidere il mostro.-

N.: - Mille fanciulle vergini di bianco vestite sono state immolate in un labirinto per un'idea fatta uomo o mostro. Non c'è modo di uscirne. Il mondo vuole la sua purificazione attraverso questo sacrificio

Mille Sibille, per aprire gli occhi e balbettare i misteri dell'universo, hanno dovuto prima affrontare l'orrore, prima d’ornarsi di una corona d'alloro dalla verde chioma e scomporre al vento i riccioli biondi. Ricordiamo soltanto che Cassandra disse cose tremende per sé e per gli altri, mentre prima era come una nereide dai riccioli belli e avrebbe voluto vivere soltanto facendo risuonare a terra l'orma del sandalo d'oro. Prima di capire era così!

 

Ifi: - Ecco, io credo di capire in questo momento:

 L'innocenza è un uccello spaurito che in mano non puoi chiudere.

E’ una piuma  chedeve fuggire lontano nel vento.

Eppure il mio destino è segnato.

Non posso fuggire. Non voglio pietà. Non la vorrò mai.

Io amo la mia gente, anche Elena futile e bella. La mia gente non mi farà troppo male. Sarò lacera, contusa, insieme a loro, in loro compagnia e se vorranno che di me non rimanga nulla, salvo il vestito delle illusioni, bianco per loro, lucente per loro, lo lascerò. Le tessere di mosaico di cui tu mi hai parlato forese mi aiuteranno a vivere o a morire. Brillano d’oro.

Loro hanno ragione. Chissà mai cosa c’è sotto il mio vestito? Un cuore, un cervello, crusca, paglia, stracci, strame?

Al momento del sacrificio lo capirò, ne sono certa. Qualcosa per loro lascerò.-

N. :- Bimba mia, sei un'illusa. Affonda la tua testa in grembo a me.

Non guardare, non pensare. Stiamo un attimo cosi.

Lasciati ninnare ancora un po'.

La gente che passa dirà:"Sei stata molto coccolata, sempre, Ifigenia."

Noi non vediamo la gente che passa, ora. Non la sentiamo.

Resta un attimo così. Poi deciderai.—

                                 (Silenzio).

N.: - Ecco, ora il vestito bianco è pronto. E' finito.

Ifi. - Nutrice, non abbandonarmi. Aiutami ad indossarlo. Perché te ne vai?

 


N.: - Io sono il delfino nell'acqua.

Giurammo nella favola breve di aiutarci. Tu leone ed io delfino facemmo un patto di compagnia. Tu camminavi sulla terra ed io ti seguivo nell'acqua.

Presto sarai assalita dal lupo, mi stai già chiamando. Io t'ho spiegato prima ed ora non posso uscire dall'acqua che mi circonda. Non posso uscire dal mio elemento  antico, per soccorrere te, giovane e moderna.

Non pretendere che io ti capisca al di là di quel che posso.

Sei figlia del tuo tempo.

Il limite è in me. Per l'amore che ti porto vorrei aiutarti, ma non posso. T'ho spiegato prima.

Solo tu, Ifigenia, fanciulla dal dolce sorriso, puoi salvarti da te. Fuggire, scegliere il sacrificio. questo è solo in te.

Nella mia vita tu sei già ricordo. Andrò per gli angoli di questa casa vuota a

cercare l'eco del tuo sorriso

e so bene che dall'acqua che mi circonda non posso uscire per aiutare te


Ifi: - Ma tu mi aiuti, ogni volta che mi parli. Non lasciarmi con questa grave decisione. Da sola.

N.: - Sono vecchia ormai, la mia vista si spegne.

Sono stata nell'aria, nella lucer un giorno. Poi mi sono trovata nell'acquaa  a

galleggiare sui ricordi. Presto sarò terra e non vedrò più nulla.

Tu sei nata poco fa dalla terra, sei stata nel grembo d'acqua di tua madre e ora stai per volare nell'aria, verso la luce.

Luce sia il tuo destino. Oro che riflette la luce.

Non pensiamo al dolore.

Però ricorda è dolce talvolta non pensare, è giusto talvolta pensare grandi cose. Oggi tu vuoi pensare grandi cose. Non fuggire se ne sei capace. Ne sarai capace, lo so. Bisogna aver coraggio. Addio, bimba mia. Non chiedermi quello che non ti posso dare. Solo il mio amore sarà sempre per te.

Quando sarò terra io fiorirò di nuovo per te e i tuoi occhi mi rivedranno in ogni fiore. Sarò di nuovo un atto d'amore per te.

 

(La nutrice si allontana consegnando a Ifigenia il vestito bianco con una carezza).

Ifi: - Eppure in questo momento mi lasci sola.

Ora devo decidere da sola.

Tu  mi dai due consigli: uno di rinuncia per il mio bene,

                             uno di coraggio per il tuo amore.

Com'è crudele tutto questo.

Ieri giocavo con la bambola. Oggi ho un vestito bianco in mano e mi hai spiegato che quando l'avrò indossato e loro l'avranno visto... il bianco non dura pulito neanche  un attimo... e loro me l'avranno invidiato, tutti i giorni. della mia vita dovrò chiedere comprensione e pietà, come se avessi commesso un delitto.'

Se bianco sarò il mondo me la farà pagare. Mi lasceranno sola.

Se nero sarò, mi chiameranno amica, e poi mi lasceranno sola, dicendo che tutto ciò che di brutto avviene nel mondo è colpa mia e della gente come me.

Che mai farò?

Ecco, potrei essere solo un vestito. Avrei il colore che indosso. Sarei facile da catalogare. Nessuno mi rimprovererebbe.

Se loro parleranno non saprò più cosa sono. Di me vedranno quello che per me non ha alcuna importanza. Quello che per me conta, noni lo condivideranno.

                                         (Pausa breve).

Non:voglio essere sacrificata. Ho cambiato idea. Ho paura.

Voglio fuggire da me, non sapere nulla di me. Non voglio amare solo me stessa. Bisogna che trovi un'occupazione, qualcuno di cui occuparmi, per dimenticarmi di me. Il folle che mi fa ridere, quel folle è il mio destino. Mi salverà da me.



Questa luce è cosa dolcissima vedere e le cose di sotterra sono nulla. Ed è folle chi desidera morire. Vivere miseramente, di piccole cose, è più che morire nobilmente.

 

(Bussando alla parete di legno), Chi?.. Chi sei?..Dimmi chi sei?-

A. :- Oh, questa è bella! Ti sei svegliata di colpo.

Quali sono le tue intenzioni, di grazia, signorina?-

Ifi: - Tu sei pazzo. L'ho capito. Non c'è dubbio. Allora ti parlerò chiaramente. Voglio sposare-te.

A .: - E dove hai lasciato lo sposo e re, tutt'insieme?

Per caso l'hai sotterrato?

Ifi: - Sii serio una volta tanto.-

A-:- Sono pazzo, non posso. Le donne ammazzano sempre gli uomini.

Ifi: - Ti prego, sii serio. Ti voglio sposare.‑

A. - Voglio… Ha già l'aria di un capriccio. Perché mi vuoi sposare?-

Ifi:- Ho il vestito pronto. Mi hanno allevata per questo. So quello che si chiede a una moglie-

A.-:- Quante cose sai! Mi fai paura.-

Ifi. :- Anch'io ho paura, ci rassomigliamo.-

A.: - Ecco la ragione. Hai paura. -

Ma non hai paura di me, se mi vuoi sposare. Stai per sposarti con un re che avrà

tutto il tuo amore e che non sono io. Non hai nemmeno paura di lui, quello grande i-importante-meraviglioso. Non sono certo qualità da atterrire.

Di che cosa hai paura, Ifi?-

Ifi: - Mi hai chiamato come la mia nutrice, mi hai fatto una carezza. Ti voglio sposare.-

A.- Se non hai paura del re che sta per arrivare, se non hai paura di me che sono qui, c'è solo una persona su questo palco di cui hai paura.

E sei tu.‑

Ifi:- Il vestito...‑

A. :- Non dirmi che hai paura di un vestito. Hai paura di te. – Ifi: - Sposiamoci, te l'ho già detto. Tu sei pazzo, io sono savia.‑

A.: - Sposarsi non è la pettinatura inappuntabile o la tovaglia fresca di bucato, te l'ho già detto.-

Ifi: - Anche questo serve. E' tra i ricordi belli che rimarranno.

E' educazione, è tradizione, è civiltà. ‑

So anch'io che sposarsi è ben di più. Alleverò i tuoi bambini. Sempre con loro starò, stanca e felice. Come mamma cagna o mamma coniglia che perde il pelo e non li lascia un attimo e li riscalda con il fiato e li lecca con la sua lingua calda. Ammasso di pelo, di nervi e di calore. E quando alla sera tu tornerai, sarò tutto per te. Stringerò la tua testa tra le mie braccia, la scalderò. Non piangerai per me. -

A.: - Peccato che non ti possa vedere gli occhi. Chissà come sono dolci, mentre di ci queste cose.

Amore con la maiuscola. Non basta. Illusione fa rima con delusione.

Le donne sotterrano gli uomini. Sono di un tipo solo.

C'è la mantide, c'è l'ape regina, c'è l'amazzone-femminista. Son sempre così. Non hanno il senso della misura.-

Ifi - Non essere sgarbato. Sii serio, una volta tanto.-

A.: - Vuoi che ti faccia ridere. Prendimi così come sono.-

Ifi: - Oh sì, sì...

A. :- Oh no, no, ben altro ho da fare io.-

Ifi: - Spiegami che cosa devi fare di così importante, più dei tuoi figli, più del mio amore. -

A. :- Per esempio devo far politica. Devo andare alla battaglia. -

Ifi: - La politica.  Una parola. Senza senso. Solo un parolone-. Non serve a niente.-

A. :- Tutto è politica, ormai. Vuoi forse che gli altri la facciano per te? -fi:  - Oh sì, sì. E' così comodo e riposante. Io ho fiducia.-

A. :- Li hai visti da vicino? Loro, i politici, sono saggi, sanno la storia, oppure gettano il mondo all'aria e vogliono gettare all'aria anche te. Anzi non gettaranno niente all'aria. Copriranno e concilieranno tutto. L’arte della politica è l'accomodamento, ma talvolta la terra salta in aria lo stesso.-

Ifi. - Politica non è parola per me.-

A.: - Politica è una cosa che spetta al cittadino. Non ti senti cittadina?

Cose da cittadino, da fare per la città, cose da tutti noi, da non dire con il vocino da bambina ben educata, che si scusa perché non sa parlare in pubblico.-

Ifi: - E' troppo grande per me. Non capisco. -

A:- Allora ascolta, prima di finire all'aria anche tu, non aspettare che ti insegnino la storia. Le parole degli altri prendile e ribaltale. In teoria ogni cosa puoi cantare. Le etimologie fattele tu, secondo la realtà dei fatti e certo troverai l'origine giusta. Politikòs è come boukolòs, finiscono tutti e due in os. Non c'è. differenza tra politico e pastore di buoi. Una città è una mandria ammassata. Pensa soltanto che non vuoi essere nella mandria, spinta da un qualche cagnetto rabbioso.-

Ifi: - Forse... I cani pastore sono davvero i più sgradevoli che siano stati creati, che siano nati. -

A.: – Se non vuoi aver paura tutti i giorni di un cane pastore che ti farà passare  per la via più breve o più difficile o dove piace a lui, mentre tu vuoi brucare l'erbetta in libertà, impara a reggerti da te.

Tutto lo devi trovare dentro di te. -

Ifi: - Ma io voglio fuggire da me. Vorrei essere solo un vestito. Senza volto, senza testa. Un vestito che cammina. Lo fanno camminare. -

A. :- Non farmi perder tempo. Credi che possa fare il buon samaritano delle tue paure? Si vive una volta sola e il mondo chiama.

Quel re, grande, importante, meraviglioso, non ha che da schioccare le dita e tu dovrai essere ai suoi piedi. Come Briseide in eterna schiavitù.

Il mondo dei grandi ci butta le sue leggi sulla testa, ma solo la forza della mia giovinezza può cambiare le cose in meglio.-

Ifi: - Ma quali cose? Quale meglio? Per inseguire il meglio non ti accontenti del bene che puoi avere oggi. Non lasciarmi al re. –

A.: - Noi non abbiamo dove andare.

C'è Scamandro, c'è Simoenta là fuori. Sono vorticosi assai.

Siamo cresciuti io e il mio amico nello. stesso banco. Hanno visto che non ci po tevano separare in nessuna maniera, perché la nostra giovinezza ci univa. Allora gli hanno messo un'idea in testa e lui ha creduto di doverla-seguire fino in fon do. Patroclo è morto. C'è Scamandro, c'è Simoenta là fuori.

Ma noi... Siamo giovani. Non capisci che ci divideranno sempre, noi giovani? Siamo cresciuti insieme e poi ci chiamano con il piffero o con il tamburo o con la fanfara o con l'organetto di Barberia. Tutti credono sempre di aver ragione. Ognuno ci grida la sua verità. Ma qualcuno di noi finisce per pagare questo sopruso sulla sua pelle.

Noi non abbiamo dove andare. -

Ifi: - Non ho paura della fatica e del lavoro. Se stiamo insieme nessun re ci separerà. –

A. - T'ho detto che non credo all'amore, a questo amore di un uomo e di una donna, come lo chiama la gente. Via, via, Amore, facciamo divorzio. Non voglio che tu sia amico mio. -

If. - Tu sei folle e bugiardo in questo momento. Il tuo cuore è pieno d'amore ed

è lo stesso se è più grande di quello di un uomo e di una donna. Non negarlo. Tu vuoi andare contro Scamandro e contro Simoenta per Briseide dalle belle chiome, per Patroclo il dolce amico. Anche per me, Ifigenia, che vogliono sacrificare.. Mi hanno promesso che il mio sposo sarà Achille. Ma non è vero. -

A.: - Chi hai detto che sarà il tuo sposo?-

Ifi. - Achille, Achille. Lui ha fatto quello che nessun uomo potrà mai ripetere. Sognando, lottando contro le leggi codificate a dispetto degli uomini e non per gli uomini. Lui con la forza della sua giovinezza.

Solo un giovane può queste cose. Solo i giovani l'hanno fatto nella storia appunto perché non sanno niente di storia, perché non sono saggi, perché non hanno espe­rienza, perché credono che si possa agire, che si possa cambiare, perché non conoscono delusione.

Loro, i grandi, mi vogliono ingannare. Non c'è Achille per me. Se anche tu dici che illusione è uguale a delusione, loro vinceranno sempre. Io ubbidirò. A.: ora ti capisco e tu devi capire me. Prometti di capirmi. – Ifi: - Non costringermi con le promesse.-

A.: - Devo. Sono io Achille. Sono un pazzo giovane e ribelle. Accetto il mondo com’è, però se viene fatto un sopruso mi alzo per cambiare. A rischio della mia vita. E così farò, finché avrò gioventù. –

Ifi: - La tua ribellione è pur sempre sulla punta di una lancia. Non discuto il principio, forse il modo è sbagliato. Ci deve essere un altro modo di essere giovani. Tu porti altro dolore.-

A.: L’illegalità comanda la legge e non vi è fra i mortali sforzo comune affinché non giunga la collera degli dei. Sono Achille e sarò sempre teso a soccorrere gli infelici. Tale è l’uomo morale:

 


Ifi: rischi la vita eppure questo non basta a salvarti dall'essere spietato. Priamo getterai nella polvere. Andandotene ora sacrifichi anche me. Com'è

diversa dalla realtà la favola bella del mito. Si capovolge perfino e si colora di crudeltà.

La  paura diventa più grande del vestito, più grande di questa scena.

Non si può lottare con Scamandro e Simoenta. Bisogna accettare. Cambiare il mondo èscavare come goccia, giorno per giorno. Scaldiamoci intanto con il nostro fiato dall'orrore del mondo. Andiamo avanti a poco a poco. L'impero di Alessandro,--un altro giovane re è  dissolto. Le rivoluzioni cambiano nome, non fanno storia, si perdono nello spazio. Giovani  che superarono il limite dell’umanità muoiono. Non invecchieranno mai. Dolce invecchiare!

A.- Non imprigionarmi. Cambiare è portare la mia rabbia, il mio dolore, il mio amore fino alle stelle. In lotta contro tutti e tutto.

Ifi.-La vita è fatta per gioire, per dare amore, per aiutare. La tua lancia  collabora alla distruzione. Non cambia niente.Il tuo cavallo scalpitante calpesta i fiori e la mia nutrice non potrà rifiorire per me. Ci deve essere una porta per entrare da te, ora, in questo momento, prima che si compia il nostro destino. Che non è quello di invecchiare.- 

A.:- Non entrare da me. Io devo andare e tornerò.-

 Ifi: Lasciami entrare da te, ora. In questo momento. So cosa vuol dire sposarsi e vivere in semplicità. Mi stringerai forte quando starò male, dividerai la mia febbre, mi rimboccherai le coperte alla seray quando sarò già mezzo crollata di stanchezza e te l'ho detto tante volteche non mi piacciono le coperte rimboccate. Voglio essere libera di girarmi a pancia in giù. Quando di notte sono spaventata per un tuono improvviso e giro la schiena al mondo e mi rifugio nel morbido delle coltri, la tua mano arriva a scaldarmi, diventa grande come se io ci stessi chiusa dentro. E poi di giorno sarò io a diventare materna. Ti stringo come un piccolo bambino e ti dico:"Non ha importanza, amore, se sei deluso, se non hai cambiato il mondo." Se noi, ogni giorno, fianco a fianco, umilmente, laboriosamente, viviamo vite senza storia, noi operiamo l'unica rivoluzione possibile, quella che avviene migliorando a poco a poco, senza ferire, senza distruggere.-


A.:- Dolci sono le tue parole. Ma non mi puoi legare. Lasciami andare. Anch'io ho ragione quando dico che se mi vuoi accompagnare devi cambiare. Non basta sta re in una piccola casa, in un guscio caldo. Forse non è mai bastato fare cosi. Il mondo è fatto di spazi e sarebbe un peccato non aver spaziato.-

Ifi - Ho capito che, oggi, non posso entrare da te. Temo che quando tornerai non ci sarò più ad aspettare. La tua vita è tesa ad una meta, la mia vita si deve compiere oggi, in questa scelta, oggi.

Ora fammi ridere un po'... Non essere serio. Ora sii un po' folle. Poi penserò.-

A.:- La matta sei tu. Mi dici una cosa e poi me ne chiedi un'altra. Però ti ho capito. Ifi, tu hai davvero bisogno di me?' Non ci credo.-

Ifi - A questo punto dovrei andarmene. Non c'è porta per entrare da te. Non c'è nemmeno barriera fra me e te. Non c'è questa parete. E' legno sottile soltanto e non ci divide.-

A.:-Ifi, fermati ancora un attimo. Guardiamo insieme dalla mia finestra.-

Ifi: Forse è meglio che guardare dalla mia. Fuori c'è solo gente che urla

evviva o abbasso. Per questa gente la vita è solo una corona o una testa mozza. -

A. - Anche dalla mia finestra si vedono i fiumi scatenati. Ora Simoenta scorre con vortici d'argento, ora Scamandro è azzurro. Sta sorgendo il sole.-

Ifi: La luna se n'è andata. Non ci sono più le stelle. Non voglio ricordare che sono sempre belle. Il sole sta per sorgere.‑

A.: Ifi il cielo è infinito.‑

Ifi:- Scusami. -

A.:- C'è un cielo infinito lassù. -

Ifi:- Quando sta per sorgere il sole ho ancora più paura d’incominciare la giornata. Ho voglia di piangere, ora.‑

A.:- Io sono contento invece, spero di riuscire a fare qualcosa di utile. -

Ifi: Non sono capace di aiutarti. Quando tornerai, non ci sarò più. Vorrei aiutarti. Non sono capace; Sento freddo, in questo momento. Perdonami.-

A.: - (Incominciando a recitare accompagnandosi con la chitarra):

Tanto tempo fa

Lo zigolo cantava cantava in cima alla gaggia.

Cantava ai cuccioli che una coniglia portava a giocare. Nel vento cantava e i cuccioli ruzzavano sull'erba.

Il tempo scorreva sereno sotto il sambuco in fiore.

Ifi: - Ma l'uccello volò via e il mio cuore adesso è scuro. E nessuno più non gioca in quel campo, più nessuno.

A.  :Tanto tempo fa

Le coccinelle si posavano sugli steli del loglio. Ogdeggiava l'erba al vento. Un coniglio e una coniglia correvano nel prato. Si scavarono una tana nel greppo. Facean quel che gli pareva là sotto gli avellani.

Ifi: - Ma le coccinelle sono morte al gelo e il mio cuore è scuro. E io mai più mi sceglierò un altro compagno.

Scende la brina, la brina scende nel mio corpo.

Le mie narici, le mie orecchie intorpidiscono al gelo.

A. :- Verrà il rondone a primavera gridando:"Novità! Novità! Scavate nuove tane, coniglie, e fluisca in voi il latte per i cuccioli!"

Ifi: - Io non l'udrò.

Attraverso il mio sonno corre una rete metallica per ingabbiare il vento.

Io non sentirò mai più il vento soffiare.

 

                                    (Breve pausa).

Se fossi a fianco a te mi scalderei, ma anche questa è solo un fuga. Conigli si scaldano pelo contro pelo e aspettano che crolli il mondo Sai cosa mi suggerisce il mio cervellino?

So penare soltanto le parole della nutrice, quelle adatte alla sua qualità di grillo del focolare: Fuggire, fuggire.

Il mio cervello pensa soltanto come quello degli animali braccati e spaventati.

A.: - Infatti, fuggire, fuggire. -

Ifi: - Eppure mi hanno allevato a classici e non ho imparato a ragionare.-

A.: - I tuoi zii sono Edipo ed Eschilo, i padri Omero e Archiloco. Una gran bella famiglia.‑

Ifi: - E io non so cosa fare, oggi. -

A. :- Un tempo avevi delle certezze. ‑

Ricordo che preferivi De Sanctis a Croce. Dicevi che il contenuto è più importante.-

Ifi: - Non sono la sola ad averlo detto. Ed è una sciocchezza anche questa.

Quanti errori ho fatto inseguendo queste stupidaggini e credendo di essere nel giusto. Avrei tanto bisogno di una forma cui aggrapparmi oggi che il contenuto mi sembra così labile.-

A.: - Ti piaceva anche l'oro. -

Ifi: - Come fai a saperlo? Come fai a sapere questo?-

A.: - La parete è sottile e ti ho sentito crescere. -

Ifi - L'oro perché è un segno su questa terra di luce. L'oro dei libri che quello delle miniere sa di sangue e di avarizia.

Penso quando non ci sarò più a come poco la gente mi avrà conosciuto.

                                    (Silenzio)

Non so più niente di De Sanctis e Croce. Non me li ricordo più. Sui banchi l'abbiamo creduto che fossero molto importanti.

Ora sono lontani. Io ora sono già pelo perduto e fiato umido e caldo. Sono già a livello di terra.

La nutrice è certa di rifiorire con la sua fede elementare che nulla si perde. Io invece sono solo un groviglio, un nodo di dolore.

Che fiore potrebbe nascere da me?-Sai cosa mi suggerisce il mio cervellino?

So penare soltanto le parole della nutrice, quelle adatte alla sua qualità di grillo del focolare: Fuggire, fuggire.

Il mio cervello pensa soltanto come quello degli animali braccati e spaventati.

Che fiore potrebbe nascere da me?

 A.: - Tu sei già un fiore. Ricordati che quando le cose non vanno, quando vanno male per te, sai fa male anche a me.‑

Ifi:- Mi chiami fiore. Vedi non sono già più una persona neanche per te.‑

A.: -      C’è un cielo infinito anche per noi. -

Ifi: - Oh no, no. Ora sono già fiato caldo, solo alito di vento, respiro. Ora, non c'è un giorno, non c'è domani l'altro.

A.: Oh sì, sì. Credi a me. Convinciti un poco.

Quando le cose non vanno per te, sai fa male anche a me, -

Ifi: - Grazie! Anche se sono triste e sento freddo lo stesso.

Ora vado. ‑

(Si sposta al centro della stanza ed abbraccia l'abito bianco).

 

                (Si sente la voce di un'amica).

 

Amica:-Ifi, si può?

Ti ho portato un regalo per il tuo matrimonio. -

Ifi: - Grazie!-

Amica:-Sentir Ifi, di là nella camera vicina c'è un ragazzo che mi interessa. L'hai mai visto?-

Ifi: - No. -

Amica:-Non sei di molte parole oggi. Non sarà che vivendo così vicini, tu e lui... a me interesserebbe, se è libero. -

Ifi:-Fai pure. E' libero. -

Amica:-Lo dici in un modo... Tu lo ami?‑

Ifi:  - Vedi il mio vestito bianco?

Se lo indosso e mi specchio, magari mi innamoro di me. -

Amica:-Non scherzare. Non amerai per caso quello della stanza vicina?‑

Ifi: - Forse amo solo me stessa. Ed è una cosa tristissima. Te l'ho già detto: Stai tranquilla. Sei nata incantatrice-

 

                                          SCENA II

Incantatrice:-(Entrando nella stanza di Achille). Permesso? Sono un'amica di Ifi.-

A.: - Mi sembri molto più vecchia. Quanti anni hai?‑

In.: - Sono giovane come l'acqua.-

A.: - L'acqua è antica come il mondo. Prima l'acqua o la terra, chi per prima

fu  creata?-

In: - Sono limpida come l'acqua.‑

A.      : -L'acqua contiene tante di quelle cose sul fondo... Ne è strapiena e la trasparenza è un'illusione ottica.‑

In. :- Allora sono trasparente come l'aria.‑

 A.:- L'aria è piena di polvere. –

 In.: - L'aria è libera e porta la polvere dove vuole.

La gonfia come un turbine di tempesta o la depone perché tu possa ammirare lim pido il cielo azzurro.-

A.: - Non m'incanti.-

In. :- Sono una gran fiamma lucida.-

A. : - Il fuoco diventa cenere.

Che strani capelli hai?-

In.: - Sono biondi platinati. Raccolgono e riflettono la luce.-

À.: - Poverina! Così giovane e limpida e trasparente e libera e lucida e già così canuta! Tu sei vecchia come il mondo!~

In.: - Non capisci. Ti fermi all'apparenza.

Chiedirmi qualcosa, una cosa qualsiasi. Forse la farò. Con te verrei...-

 A.: - Si’ leggeresti perfino l'elettrotecnica o Omero o il Vangelo o ti studieresti le formazioni delle squadre di calcio a memoria, pur di venire in camporella con me.. Sai come è fatta la donna?

A quindici anni, dice:"Ne dimostro venticinque, me ne sento trentacinque, mi piacciono i quarantacinquenni.

A quarantacinque anni, dice:"Ne dimostro trentacinque, me ne sento venticinque, mi piacciono i quindicenni". Questa è la donna: un paradosso.‑

 

In.: - Definizioni, parole, giochi. Giochiamo se tu vuoi. –

 

A. : Non ti arrendi mai. Cosa vuoi da me?-

In.: - Niente. Ti ho portato solo dei fiori da mettere nella tua stanza per rallegrarti un poco.-

A.: - Perché vuoi rallegrare proprio me? -

In.: - Così. Mi piaci.

A.: - Miao, miao, maramao. Gattona, miciona. -

In.: - Vedi, ti stai avvicinando a me. Mi capisci già. Capirmi è anche amarmi.-

A.: Capirti è fuggire lontano., molto lontano.-

In.: - Miao, miao. Ritornerai. Non ho paura io. La mia vita è piena. Quando tornerai, sarò pronta. -

A.: - Le vedo già le tue treccine e le scarpine basse e il collettino bianco da

collegiale che mi saprai mostrare.-

In. :- Oh no, no. Non avrò nemmeno bisogno di questo. Era l'arte di un tempo. Ora mi basta la mia sicurezza. Sarò già lì con l'abito da sposa.

La gente come te che vuole cambiare il mondo, ha il suo tallone non lo sai?-

A. :- Io combatto per un principio. La realizzazione si sporca sempre, lo so. Il principio resta.

Combatto per un amico-ucciso, combatto per fanciulle come Ifigenia, così giovani a indifese. Questo è l'uomo morale per me.-

In.: - Ifigenia è sogno. Non può resistere alla vita. La uccideranno. Quando tornerai, non ci sarà più, sarà svanita.

Io non ho paura. Le Ifigenie sono una razza di sconfitte.

Io sola rimarrò e che l'universo cambi non me ne importa niente. Ci sarà sempre un uomo ed una donna fino alla fine del mondo. E chi resisterà sarà quella di cui si parlerà, di cui si canterà. Non ti darò niente. Niente più di quello che hanno tutti. Vivere significa stare nel mondo. Tu combatterai contro dei fantasmi e tornerai sconfitto, pronto alla resa. La vedo già la tua stanchezza, mi sembra di toccarla con mano.

 Ferito, debole. Io ti verrò accanto e ti dirò:"Sono tanto sensibile, sai. Se

 piangi per l'amico morto sappi che il cuore tenero che ti può aiutare è

 proprio il mio.-

 A. :- Le tue parole sono veleno.-

In.: - E tu lo berrai. Sono maga ben abile a preparare filtri.-

A.: - Ma cosa vuoi da me?-

In.: - Voglio soltanto una pelliccia nuova, una bella macchinina, 25 contenitori da frigorifero, scarpe lustre di vernice, borse firmate e tante amiche e tanti amici per cui essere regina.

Perché nessuno è così deciso come me a prendersi ciò che vuole. Tutto quello che ho voluto, l'ho sempre avuto. Io prendo, prendo, prendo.-

A. - E vuoi certo una casa con un grande bagno. Magari con la piscina a forma di cuoricino.‑ In.: - Indovini, ti stai svegliando. La piscina mi va proprio bene.-A.: - E tu credi di riuscirci?-

In.: - Oh sì, sì. Non si può essere pazzi come te, né illusi, in un mondo concreto. Loro, gli altri, seduti là, mi capiscono. Credimi il mio è un esercito. Io sono in compagnia.-

A.: - Allora se proprio ci tieni, tiro la tenda del luogo di decenza per mostrarti il nostro, della nostra casa, un giorno. Ecco il mio regalo di nozze. Sensazionale. Grande era e maestoso e profumato il gabinetto che vidi in campagna una volta. C'erano tre gradini per salire lassù e per sedersi lassù. Le galline vi andavano a becchettare festose. E' un trono non ti pare? Lo vorrai così il tuo?

Ammiralo (Fa segno al cartellone secondo descrizione che si vede sullo sfondo, dietro una tenda. Quindi fa l'atto di andarsene).-

In.: - Dove vai Achille, ora? A suonare la lira?-

A. :- Vado a vomitare.-

In.: - Perché? Se vai a Roma ti fanno vedere il primo orinatoio. E' un segno di civiltà. Anche il w.c. all'inglese è civiltà.-

A.: - Carina lei. La civiltà del raccoglitore totale, del livellatore totale.

 Ah, pardon, miciona. Sei forse romantica? Ti dispiace che parli così?

Hai ragione dopo tutto. I primi biglietti d'amore dove vai a leggerli, perché nessuno ti disturbi? E quanta letteratura in proposito...-

In.: - Solo nei momenti disperati. O si ride o ci si chiude lì.

I raffinati ridono per nascondere la paura, fanno il "così ridevano ", invece la povera gente va li.-

A.:- Il gabinetto-trono sarà il mio più bel dono per te.-

In. - Sprechi l'ironia. Per secoli la tua categoria, quella degli uomini ha

parlato di quel luogo lì. Ma solo noi, le donne, dobbiamo pulirlo: a casa.

Eallora che sia come da dizionario:"Gabinetto, piccola stanza di uso particolare, privato... Negli antichi palazzi spesso ornata e decorata riccamente..."

Vi metteremo quattro quadri nel nostro gabinetto e l'importante sarà che resti d’uso privato.-

A.: -Carina lei. I nostri amici diranno così:"Son ricchi loro, han perfino quadri al gabinetto”.

In.: Discorsi di uomini appunto. Uso privato, ricorda, con quadri dentro per sciccheria. Non vorrai passare alla storia come colui che fece la rivoluzione del gabinetto? –

A.: - Come faccio a liberarmi di te? Forse ti accontentavi di vedere la mia collezione di stampe cinesi o di francobolli?

Forse ho esagerato a mostrarti il luogo di decenzal

Per farmi perdonare ti racconterò una storia d'amore:"Iei lasciava la loro casa nuziale, disperata, in lacrime, decisa. Lui fumava chiuso al gabinetto. Così finì una bella storia d'amore”.-

 In.: - Questo non è scandalo. E' quasi routine. Ora basta. Sono in collera. Non mi si addice il gabinetto. –

A.: - Le porti le mutadine con i pizzi? –

In.: - Non mi si addicono.-

 A.:- Non porti mutande, tu?-

In.: - Non capisci niente. (Un po’ ispirata e cattedratica).

Le mutande furono una grandissima conquista del mondo, appresa l'igiene e perduta l’innocenza dei primitivi.-

A.: - Se mai è esistita. Anche l'igiene dico.-

In.: - Mutande oggi servono per ridere un poco, perché siamo civili ormai.-

A.: -(Ironico) Cioè noi raffinati parleremmo di mutande per imparare a non prenderci troppo sul serio. Non credi che sia meglio far qualcosa di concreto per l'igiene? Sembra ancora così scarsa.-

In.: - Mutande, se così parlo, ho in mente...-

A.: - Certo un nobile scopo.-

In.: - Che sciocco, Achille! Con te non si può parlare.

A. :- Tu sei tutta un paradosso. Ho capito sai che vuoi dire “educative”. Hai fin le mutande educative. Non sapevo che ne esistessero di questo tipo.-

In.: - Sono in collera, ormai. Vai, fai pure la tua rivoluzione. Sarà già tanto se riuscirai a migliorare il gabinetto e a farne un luogo d'uso privato veramente. Nulla di più grande riuscirai a congegnare. Ogni Achille ha il suo tallone. Crescere è deporre i sogni. Sono vecchia come il mondo, sono saggia e sarò io l'ultima a ridere insieme a loro, gli altri come me.

Faremo una gran festa con pioggia di riso. Vedrai: Loro taglieranno la torta con noi. -

A. :- Oh poverina, così giovane e già così canuta, offesa in una verginità, che forse hai perso in culla. Ti ho fatto torto, lo so.

Stai attenta a non fare un patto d'odio e d'indifferenza con me.

Se riuscirai a raggiungere il tuo scopo, vivrai tutti i giorni con un manichino.-

In.: - Oggi ti fermi all'apparenza. Crescerai.

Il mondo sarà sempre uguale. Gli uomini non cambiano mai. Sognano e la realtà è fatta di tante cose concrete. Che questo luogo terra-terra della nostra conversazione sia almeno di decenza: secondo igiene, secondo pulizia e d'uso privato. E non parlarne più davanti a me.-

A. - Congedo, congedo, congedo dal gabinetto.

Nessun sonetto, se lo scrivessi mai, sarebbe più perfetto. Congedo, congedo...-

In.: -(Allontanandosi il più possibile da Achille e assumendo una posizione contraria a quella di prima, un voltafaccia anche fisico):Scherza pure. E' già venuto l'arredatore per la nostra casa.

Mi disse:"Per lei, signorina, ci vuole una camera tutta a linee dritte, francescana." Gli dissi:"Ma, almeno la tenda che si gonfi al vento, come una

nuvola, come le chiome degli alberi scapigliate."

(L'atmosfera cambia di colpo. Si fa incantata, come se fosse presente Ifigenia e non l’anti-Ifigenia).

Sai, vidi una volta i capelli di Chiara d'Assisi. Non mi dirai che li pettinano e li pitturano di notte, per farli così belli. Se sono reliquia d'oro incorrotto, vuol dire che quella donna aveva qualcosa da dire da sé.

Chiara, una donna-fanciulla, non si mosse né per amore-no di Francesco, né per amore-sì di Francesco, né spinta da un Francesco. Così mi piace pensare e mi piace credere che ci siano altre Chiare al mondo, confuse tra la gente che passa. Tante sono le strade da seguire, alcune passano 'Alte alte, altre in basso, nella polvere’.

Accetto la camera francescana", dissi all'arredatore2"ma non rinuncio alla tenda di nuvola.-

A.: - Chi sei? Perché dici queste strane cose? Sei stata capricciosa, aspra e sciocca, superba e dolce, ora. Chi sei?-

In.: - Mi ritroverai un giorno. Achille quello che credi di essere, che vorresti essere, quello che lotta contro il sopruso, è nato tante volte, ha avuto tanti nomi. La sua ribellione è vissuta in tante epoche e ancor oggi più che mai.-

A.: - Di grazia, tu che sei così vecchia e saggia, oggi come te lo figuri questo Achille?-

In. :- Sono saggia. Quindi lo vedo in balcone a piantare gerani e petunie. Lo vedo al tavolino con tanto di regolo in mano o di penna, abile e precisa, o di bisturi o con la zappa in mano per rivoltare le zolle secche. E sul tavolo c’è sempre la clessidra.

 

Il pendolo suona, giri la clessidra. E' passato un altro giorno.

Mi ritroverai.-

                         (Torna l'atmosfera solita).

A.- Ad occhi bassi, con il vestito bianco, un giorno. Fattelo almeno un po' avorio, color écru. E' di moda, è più fine, fa più chic. Meno bianco sarà, più in carattere con te mi sembrerà.

 (Pausa brevissima)

 Eppure per un attimo mi sei sembrata diversa.-

 

In.:- Incantatrice, forse?

Mi ritroverai con gli occhi dritti nei tuoi. Saresti capace di giudicarmi male per un po' d'azzurro sugli occhi. Vestita di bianco o vestita d'écru è solo una scelta mia. A te non importa. -

A. :- Ora mi fai ridere.

Ifi è un cristallo e teme di nascondere in sé cose abnormi, ferite, contusioni, fango, tu sei soltanto quest'aspetto mutevole, variopinto, freddo, non puoi avere cristalli dentro.-

In.:-Ifi non c'è più, già più.

Ti fermi giusto all'apparenza.

Io sono qui.

Essere? Credere? Sentirsi?

A te non deve importare.

Miao, miao, maramao.

(Fa per uscire).

Ah, ancora una cosa: accarezzami il cervello se proprio ci tieni. Potrei essere intelligente. Forse più di te.-

A.: - Bisognerebbe prima trovarlo il tuo cervello. Sei proprio sicura che ci sia? Míao, miao, maramao!-


                                       SCENA III

 

Ifigenia è sempre presente in scena, immobile, abbracciata al vestito bianco.

Achille continua a lustrare la lancia.

Entra il padre di Achille.

P. - Achille, figliolo caro, ecco qui due bicchierini per fare cin-cin, per salutarci. Fra poco ti sposi. Una nuova famiglia, una nuova cellula di un grande alveare. Mi sento contento.

I miei colleghi vi regaleranno la batteria di cucina. La migliore che ci sia in commercio, tutto acciaio inossidabile. Quando ci sono le pignatte è risolto il problema più grosso.-

A. - Dovresti parlarne alla sposa che non c'è. Oggi io non mi sposo, oggi vado alla battaglia.

P. - I miei colleghi hanno scelto la batteria di cucina più bella che ci sia, per voi. Mi vogliono bene, vogliono bene anche a voi.

Non vorrai far aspettare la sposa con l'abito bianco sul sagrato?-

A. --Oggi ben altro ho da fare. Non voglio essere in     un alveare.

E la batteria di cucina, più bella che ci sia, è pur sempre un insieme di pignatte.-

P. - Lo so, è la reazione di tutti. Vien voglia di fuggire. Su beviamo due bicchierini e facciamo cin-cin in allegria, da buoni amici.-

A. - Padre, tu ora non sei amico mio. Non rinuncerò a cambiare il mondo per quel che posso. Non voglio trappole, non voglio legami. Devo andate. -

P. - Che cosa mai vuoi cambiare? Sei mio figlio.

Ti ho allevato per agire come ho fatto io e mio padre e mio nonno. I sogni non cambiano niente.

Agire significa costruire.

Costruire anche una capanna, fabbricare anche un cestino di paglia, ma alla tua capanna, se fatta a dovere, al tuo cestino "carino", nella foresta, gli altri uomini una strada faranno per venire ad imparare.

Costruire una cosa grande o una cosa piccola ma che serva ad un altro. Per questo sei nato.-

A. - Non ti ho chiesto io di mettermi al mondo. -

P. - Non farmi montare in collera. Vorrei schiaffeggiarti.Cosa pensi che sia vivere? Forse passare come una farfalla o un puledro di razza tra l'ammirazione? Forse vuoi dire:"Dormiamo nudi sotto i nostri mantelli e vicino alla bocca teniamo la canna del gas?

Un mantello non difende la nudità, ma una tuta la copre, un colletto bianco la sostiene, un guinzaglio la regge. Per migliorare.

Guardati intorno. Mille sono le cose che ho fatto per te.-

A. - Padre, tu non hai fatto niente per me.-

P. - Entra in un grande magazzino. Mille cose ammassate ti rendono piacevole la vita, senza neppure fare la fatica di cercare da un posto all'altro. Tutte lì, ammassate per te. -

A. - Padre, non disprezzo queste cose, che ti costarono fatica, ma non mi servono per darmi la voglia di vivere in un mondo così.

Quei sostegni per andare avanti non coprono la mia nudità.

Nudo è Patroclo nella polvere. Le mie armi non lo rivestono più di fulgore d'oro. Nudo potrei essere io fra poco, nella polvere.

P.-Nudo non sarai mai, se entri nel tempio che ho creato per te.

Ho costruito una cattedrale, grande squadrata, ancorata a terra, che rintocca giustizia da ogni campana. Severa, incrollabile per te. Romanica.

E’ legata a terra, tutta una linea che a terra ritrona. Quando ti sentirai prostrato, a terra, quasi un verme, entra in quella cattedrale che ho fatto per te.

Pietra scabra e pietra grigia per te.

 

A.-Vuoi darmi delle pietre.

Io non voglio lasciare pietre dietro di me. Neanche pietre firmate.

Il vento del deserto può ammucchiare polvere e nascondere la cattedrale più grande, l'acqua del mare può coprire il granito più duro.

Mille uomini, forse un milione, forse un miliardo per anni portarono il granito.

Il tempo copre ogni pietra e la corrode.

  Padre, non chiedermi di trovare conforto in questo. Voglio fare qualcosa di più      rapido, oggi. Alzare una fiammata verso il cielo.-

  P. - Figlio già la fiamma del mio amore verso il cielo si è alzata. Ho costruito    una cattedrale per te: tutta linee verticali, che si getta verso il cielo. In preghiera.

Le finestre ogivali s'alzano come mani tese ed un volo di colombe nasce dalle profilature di quelle mani e la sabbia del tempo contro le colombe non può niente. Una grande,bella cattedrale gotica, dalle vetrate sfaccettate, come un diamante. Siedi su una panca e lasciati avvolgere dalla luce cangiante che piove di lassù. Non sia odio soltanto la tua fiamma.-

A.      - Ti racconto una storia, padre. Forse capirai.

André Vyd fu uno degli architetti più ammirati di Anversa. Costruiva una grande cattedrale. Pieno di orgoglio per quell'opera, pietra su pietra.

 Un giorno capitò in un antro. Gli disse un gobbo diabolico:"questa è la mia

 officina. Qui si fanno chiavi, chiavi di ogni genere e misura, per ogni serratura.

Si fanno le chiavi per le case dei potenti e dei semplici, degli artisti e dei

poveri, chiavi per le prigioni e per i castelli, chiavi per i cimiteri e chiavi per… ottenere il successo, la gloria, la potenza. Ti aspettavo, André. Il tuo

orgoglio ti avrebbe portato da me."

André si fece dare la chiave per costruire subito e più bella di tutte la sua

cattedrale. Oggi mi interessa la chiave, padre.-


P. - Conosco la storia. Il vescovo non la volle consacrare, quella cattedrale.-Vecchio e saggio:"André", gli disse," quest'opera non nasce dall'amore, ma da un'inumana fatica per la quale un popolo intero ha perduto il senno e il bene. Serve solo al tuo orgoglio."-

A.      -Se il popolo soffre, sottoposto ad una fatica inumana, è per il suo bene, per lasciare un'opera che vada oltre la sua vita. Consacra la cattedrale.

"Operai, che fate, incantati a guardarmi? Tú prendi l'ascia e squadra le travi e tu raccogli quei mattoni, e tu, presto porta i sacchi lassù e tu, e tu... Svelti, operiamo la nostra rivoluzione."-

P. - Ma, all'improvviso, la chiave era scomparsa e tutti stavano fermi. Non ubbidivano più.

André dovette ricominciare daccapo e servirsi della chiave dell'amore. La cattedrale venne su a poco a poco. Cent'anni dopo era pronta.

L'amore ha bisogno di tempi lunghi.

Vedi, la cattedrale di André, incastellata in frettolose travature, poteva sembrare un carro-armato. Con la chiave giusta, quella dell'amore, quella della persuasione la cattedrale è diventata spléndida.

Il sole scende dalle vetrate colorate ad illuminare quel povero vecchio che non ha dove andare e si riposa sulla panca, cullato dalla musica dell'organo.

La rivoluzione è stata fatta anche per lui, nella maniera giusta.

Quel vecchio è in compagnia. Troverà chi lo assisterà e all'ombra della cattedrale, a poco a poco, sorgerà un posto anche per lui, solo per lui.

Ricorda, figlio, che un limite è stato posto all'uomo. Se tu, anche per un attimo lo valicherai, la rovina su di te si abbatterà.

Che vuoi fare? Non si combatte con i fiumi. Ritorna in te.

La ribellione contro i fiumi non può far nulla. Per Patroclo potevi molto, quando invece suonavi la chitarra e ti cullavi nel tuo dolore, senza pensare a lui.-

A. - Male hai fatto, padre, a ricordarmi Patroclo. L'hanno ucciso, devo muovermi. Un uomo ha ucciso un uomo.-

P. - Un uomo guarisce gli uomini.

Ho costruito una cattedrale anche per te. Circondata di foglie verdi e rami, le palme si intrecciano e il sole filtra di lassù. Nel cuore dell'Africa un uomo cu ra gli uomini. Anche quella è una cattedrale. -

A. - Non mi importa della tua cattedrale, delle tue cattedrali. Anzi ho capito che non cerco nemmeno una chiave. La mia giovinezza non vuole briglie. Mi hanno offeso, voglio reagire. Non voglio aprire una porta, ma abbatterla. Mi toglieranno l' in nocenza, se no. Devo vincere con la fretta, con la sorpresa.-

P. - Cerchi l'innocenza ed è nell'altra stanza. Guarda nell'altra stanza. Di c'è una creatura per te, capace di farti sognare. L'ho educata per te. -

A. - Non me ne importa niente.-

P. - E' una creatura privilegiata. Sarai privilegiato anche tu, con lei.  Si chiama Ifi.-

A. - Oh che bella battuta. Si chiama Ifi. Talvolta,padre,sei spiritoso.

 Quasi mai, ma qualche volta superi te stesso. “Ifi privilegiata” per me hai allevato. Mi sembra di essere alle quotazioni in borsa. Non tutti sono abili negli affari.-

P. - Ho fatto uno stabilimento per te. Grandi macchine che non si fermano mai, là dentro. Com'era squallido, piccolo e modesto, quando incominciai a lavorare lì.-

E com'è grande e bello, ora.

Il mio cuore si riempie di orgoglio. Torno a visitare il luogo dove ho lavorato per tutta la vita e il mio cuore si allarga di commozione. Sono andato in pensione e ho nutrito solo nostalgia per quel lavoro, sempre uguale, monotono, alienante, stressante e così gratificante che ho fatto giorno dopo giorno per te. Ho amato quel lavoro.

Ti ho dato la vita due volte. Ti ho dato un po' di me negli occhi e nei capelli e ti ho lasciato la mia fatica e il mio lavoro, giorno per giorno.

Almeno questa non la puoi gettar via.

Non cianciarmi, ti prego, di uguaglianza o disuguaglianza e giustizia sociale, perché la gioia si conquista, il sole si cerca, i morti si difendono con il ricordo, con la volontà di impedire che un ciclone la prossima volta abbia ragione di noi, come di loro, e disperda anche la memoria di loro.

La vita è un ciclone. Solo se la tua casa solida farai al ciclone sfuggirai.-

A. - Le case solide si possono fare in tante maniere.-

P.- Se la tua casa hai fatto solida contro il lupo, ci sarà sempre chi ti vorrà

chie dere conto, come mai tu ci sei riuscito e lui no.

Non ricordi i tre porcellini? Io ti ho allevato per essere Tommy, per costruire con i mattoni. Getta via la lira, getta via la chitarra e lavora. Una casa solida farai...-


A.        - C'è qualcuno che vince al totocalcio o che gioca in borsa allo scoperto e raddoppia la sua fortuna o che raccoglie fin i chiodi dalla strada e diventa come Paperone. Non so se questo è morale.

      C'è chi nasce bello e chi nasce brutto, chi nasce   saggio, so per certo che al mondo c'è posto per tutti.

Anche per chi non è abile nel far fortuna. Anche per chi  vuole solo cantare e andare in guerra.-

P. - Non ti stancare mai di lavorare, di aiutare gli altri. Non fare il male, già questo è molto.-

A. - A me hanno fatto tanti di quel male! Mi hanno tradito. Chi sarà mai stato? Il re o il nemico o tu padre? Forse sei stato anche tu?-

P. - Figlio, se il dubbio su di me ti verrà, pensa a quando hai visto il mio dorso curvo di fatica per te. Non credere che io non abbia sofferto, ma il sole si cerca. Non cantare come i poeti, che talvolta sono un poco sciocchi e dicono delle cose tanto per dire.   Cerca il sole, anche tu



Insisto, la mia fatica, il mio lavoro per te ho lasciato. Non combattere contro i fiumi. Fabbrica un ponte ardito per attraversarli e per lasciarlo ai tuoi simi li, perché scavalchino i fiumi.-

A. - Padre, là fuori non vedo fiumi, ora.

In questo momento, vedo un vecchio canuto che piange disperato. Lo conosci, padre? Sei tu. -

P. - Guardalo meglio. Non lo riconosci?

Per quanto io abbia sbagliato, se tu rinunci a proseguire quello che di buono ho costruito per te, un giorno quel vecchio sarai tu.-

A. - Quel vecchio è disperato. Gli trema la mano. Lascia cadere la ciotola per terra.-

P. - Raccoglila! Il bene più grande che ti ho lasciato è quel suo dolore, quella sua disperazione.

Ti ho lasciato la mia fatica, ti ho lasciato le mie lacrime, ti lascio quell'uomo con la ciotola a terra o gettato nella polvere, perché tu sappia che invecchiare significa anche questo: aggrapparsi alla vita, supplicare per la vita.

Non consumare la tua possibilità in una fiamma che subito si spegne!

André Vyd dovette rinunciare alla chiave della fretta. Se vuoi fare la tua

cattedrale, incomincia da qui.

Vivere ne val bene la pena.-

A. - Padre, io sono disperato per l'amico, per Briseide, per Ifigenia, per quel vecchio là fuori.

Per questo, per la mia rabbia impotente, or ora gettai Priamo nella polvere e lo umilierò ancora e lo calpesterò di nuovo, ogni giorno.

Vattene, Padre, forse io voglio calpestare proprio te.

 

                                        (Pausa)


Padre, non ti accorgi che ti alzi canuto a parlare in un'assemblea e le voci si levano assordanti a coprire la tua. Ti gridano che hai sbagliato, che devi an dartene. "E' ora! Vattene!" ti gridano. "Non siamo scolaretti. Non c'incanti più!" Le tue parole sono belle e sagge. Le loro sono banali e brevi, slogan.

Non ti vogliono ascoltare, non hanno tempo per te. Il mondo rotola in fretta.

Padre, ti fanno un processo. Ricordano il tuo eroismo, i giorni bui che hai vissuto per tutti noi e i giudici fanno di sì con la testa, che è vero, che tu non: seì colpevole, ma poi... poi ti condannano. Il mondo corre, bisogna cambiare, non ci possiamo fermare. Quello che hai fatto di buono non basta a salvarti.

Se il mondo è sbagliato, una colpa devi avere anché tu, ché giovane non sei più, che certo hai sbagliato, anche se non volevi, perché in quel mondo hai vissuto, ci sei stato.

Padre, sei famoso, sei importante, sei meraviglioso e per questo bisogna che tu scompaia se un altro deve venire al tuo posto. Una scusa vale l'altra. Una

macchia si troverà, la troveremo.

Il mondo è guerra sempre, guerra di uomini contro uomini, guerra di giovani contro chi non lo è più.

Vattene! A terra ti getterò.-

P. - Se tu mi scacci, fai di me un venditore ambulante soltanto, che è passato soltanto in questa vita. Come se cattedrali di pietra ferma non avessi fatto per te.

Vendo re, vendo regine, vendo bamboline e marionette e burattini." Vado per il mondo. Giro e ritorno. Vendo vestiti bianchi, vendo lance. Vado per il mondo, giro e ritorno.

Cosa vuoi comprare, figlio?

Gettami nella polvere! Non m'importa! Ho imparato l'umiltà: Dimmi almeno che vuoi?”-


 

A.- Mio padre, non ditelo a nessuno, è agente 006, che viene prima dello 007 e quindi è più importante.

Lui si camuffa sempre, lui non s'arrende mai. Lui conosce la vita nella sua complessità. Lui si dimentica se ha sbagliato. Io pago anche i suoi errori.

Se io m'arrabbio, lui è pronto a tendermi una mano di conciliazione.

Padre, sei una vetrata sfaccettata, io sono una rozza faccia giovane, uguale a quella degli altri giovani. La vita non mi ha ancora segnato di distinzione.-

P.- Tu non vuoi capire. Tu muovi guerra al mondo intero. Tu sei sulle porte dell’odio ed io ho lottato per chiuderle, dopo averle viste da vicino. Sono atroci, credi.

Io avrò sbagliato, nemmeno io ti capisco, oggi, ma per te ho lavorato e mi sono preoccupato. Avere figli significa non avere più quiete.

Se ho sbagliato, l'ho fatto anche per amore.

Tu rifiuti tutto, rovini, distruggi, dai sfogo alla tua collera.

Io ho costruito e tu no.-

A.- Padre, mentre costruivi cattedrali, mi hai lasciato solo.

La mamma, lei sì, mi capiva.

 E’ stata la madre ideale per me.-

P.- Ideale perché ti ha lasciato fare tutto quello che hai voluto.

Ti ha dato tutto quello che ha potuto. -

A.- Oh, non si tratta di questo e neanche che mi ha servito e per me si è umiliata nel mondo.

Ti voglio dire, almeno una volta, quello che è stata mamma per me.

Corse con i piedi lucenti sull'onde del mare.

Salì al trono di Giove e lo pregò per me.

La sabbia cantava, in ogni granello gioiva. Risplendeva il silenzio.

Si tuffò nell'onde, per rendermi immortale.

Una piuma cadde dall'ala di un gabbiano, una foglia si staccò, portata dal vento

 e si posò sul mio piede.

Fui destinato a morire.

Mia madre andò nel fuoco per darmi armi di fiamma.

Mia madre perché fossi diverso dagli altri uomini, grande-importante-meraviglioso davvero, mi affidò ad un maestro che gli zoccoli scatenati portano in gara con il vento e che sa cantare canzoni di saggezza e di bellezza.

Mi affidò a Chirone, mezzo uomo e mezzo destriero, tutto uomo e tutto destriero. Perché in lui la natura operò un prodigio immenso.

Azzurre eran l'ombre sul mare. Le rive lucevan sonore. Mia madre rideva a piena gola.

Tu sei mortale, padre, tu sei canuto; lei è sorriso soltanto, è macchia di luce sull'acqua, è dolcezza tenera e appassionata, che non conosce limiti di tempo.

Padre, mia madre è stata una dea.

Tu mi lasci pietre, lei mi lascia vento, luce, nuvole.


Anche per lei mi muovo.

Per quando scoprì che tu non eri roccia, ma destinato ad invecchiare e ad avere in mano una ciotola tremante, per quando scoprì che anch'io dovevo morire e non mi sarebbero servite né l'armi, né la lira, né Chirone.

Per quando accettò tutto questo per amore di noi.

Lei sa che dobbiamo soffrire.

Ride perché è immortale e non può piangere mai.

Lasciami andare, padre.

Attraverso la distruzione e l'odio forse qualcosa lascerò che non sia pietra fredda e pietra grigia, che parli al cuore e ai sogni degli uomini, che metta radici nella loro carne.-

P. - Canuto fu l'uomo che ti cantò.

Scrisse cose di marmo e di bronzo per te.

Tu vivi per lui. Non dimenticarlo.

Se no, comprerai soltanto lance inutili e marionette per il teatrino di famiglia. Io sarò stato soltanto un venditore ambulante.

 

P.- Vai, ho fiducia, credo in te. - Rinsavirai.

 A. - Vattene!-

    P. - Ora vado. Non ci incontreremo più.-  

 

                                             (Esce).

A. - Sono disperato. Non hai diritto di commuovermi.

Tu vuoi legarmi con una pastoia. Io non voglio legami. Non li vorrò mai. Voglio libertà da tutti.

Se qualcosa non va, tu hai pronti i rimedi della saggezza, dell'esperienza.

Se non sai che pesci pigliare, invochi il deus ex machina.

Sì, ho paura che se tu guardi in alto è ancora vernice, solo vernice.

Tu, voi tutti, grandi, voi avete fatto cattedrali per orgoglio, voi vi vernicia te di Dio.

E allora voli la mia lancia, dritta al bersaglio, dritta al trono di Giove.

(Si sente un rimore di fiumi in piena, che si possono anche vedere sullo sfondo. La lancia è come un raggio di luce sottile che si congiunge all’alto).

(Nell’altra stanza Ifigenia si riscuote. Lascia cadere l’abito a terra, prima di fuggire dalla scena).

Ifi. - Achille, la tua lancia si è confitta in me.

Fuggirò nel folto del bosco, eternamente ferita.

La gente vedrà una timida cerbiatta bianca al mio posto.

Il mio sacrificio è compiuto.

Perché non ho saputo aiutarti.

Non ho fatto niente per me e per te. Forse amo solo me stessa, davvero. Sono alito caldo di vento e basta.

(Sommessamente):Rassegnazione, rinuncia, dolore per me!-

A. - (Urlando): Rabbia, odio, dolore per me. Maledetti!

 


                                  SCENA IV

A. - (Grida): Ifigenia,dove sei?-

In. - Eccomi qui. Sono pronta.

Ma che ti succede? Il tuo viso è di uno che ha compiuto un lunghissimo viaggio.-

A. - (Stancamente): Sempre tu! E che capelli canuti! Con te sposerei la storia del mondo.-

In. - Oh sì; sì. Pensa quello che vuoi. Io sono qui.


Gli inviti sono fatti.

Il fotografo sta per arrivare. Non si può tornare indietro.

In fondo è tutto un gioco e se si sanno le parti si vive meglio.

Tutto è scontato.-

 

A- Perché mai dovrei sposarti?-

In.- Perché sei un fallito.

Hai parlato, hai gridato, ma il mondo non hai cambiato. E sei già vecchio anche tu. Se ti guardo fra i capelli sei più canuto di me.-

A. - Vecchio e solo posso restare. La legge non mi prescrive di sposarmi. Perché mai dovrei sposare te?-

In. - Per convincere gli altri giovani che sei solo uno zimbello, un mito che non c'è. Così loro non sbaglieranno.-

A. - Mi sembri un verme, tu.-

In. - Anche tu verme diventerai, è la sorte di tutti.

Le parole scritte nelle pietre o sulla carta non servono a nulla.

Non l'hai gridato anche tu a tuo padre?

Non c'è illusione possibile. Neanche agire, neanche l'azione.

Tutto è fermo da migliaia di anni. Tutto è tardo, tutto è lento. Quel che si muove è solo un'illusione ottica. Il vento porta polvere e foglie in aria per

depositarle da un'altra parte, dove non faranno di meglio di quello che facevano, là dov' erano.-

A -"Dove andate foglie?" "Lontano, lontano. Dentro la terra con la pioggia e le bacche."

“Lottare, sperare, agire, non rassegnarsi mai”

“Portate anche me, foglie, nel vostro oscuro viaggio”-

 

 

In.- Sei stato a Troia e non t’è servito a niente.

Presto non ci sarai più neanche nel ricordo, perché gli altri giovani se ne

fan no un baffo di te.

Quel vecchietto,che ti ha cantato a ti ha reso famoso, fu un illuso, come te. La sua poesia ha varcato un breve tempo, pur sempre troppo breve.    Presto nessuno la ricorderà.

Hai gettato un vecchio nella polvere, volevi distruggere in nome della tua collera, della tua vendetta.

 Patroclo e Ifigenia sono state vittime tue, perché si sono fidati di te.

Tuo padre, l'hai fatto invecchiare di disperazione, rinfacciandogli la sua inutilità.


Per tua madre sei stato spina nel fianco, perché lei ha sempre conosciuto il tuo tallone. Ha fatto quel che poteva per te e per te si è umiliata per l'universo intero, ben sapendo che tutto era inutile.

Ti credi grande e rivoluzionario assai.

Inginocchiati. Tutta la vita in ginocchio devi stare. Per espiare.-

A.- Perché mai?

Dammi una sola ragione perché dovrei inginocchiarmi di fronte  a te.

In.- Perché non credo in nulla. Non ho illusioni non ho ideali.

  

So che basta essere rispettabili, per ottenere consensi.

Rispettabilità significa avere più degli altri, per fare quello che vuoi, senza dover chieder mai.

Gli altri, quelli come me sono un esercito.

Gli altri, quelli come te, bisogna cercarli con il lanternino.

Lottare con i fiumi, lottare con i mulini a vento...

Ridimensionati un po', se non vuoi scatenare qualche catastrofe.

Potrebbe anche cambiare il mondo, ma... sarebbe una gran disgrazia.

Si sta bene anche così.

In ginocchio!

 

A.   -Ma perché? Vattene tu.-

In. - Perché io sono la regina di questo mondo.

Sempre allineata dove va la moda. Se c'è una fanfara sempre pronta sarò. Per questo trionferò.

Sul collo del capobanda il coro dirigerò.

La mia arte è antica come il mondo.

Non m’importa di chi rimane calpestato sotto la folla.

$e occorrerà due lacrimucce saprò spremere e saprò crederci fin io. Sono tanto... sensibile.

Ho di buono che le idee passano solo lontano da me. Non le assorbo mai. Solo per essere alla moda.

Questa sola convinzione ben radicata ho: Sono la regina del mondo, quello che vo’ mi prendo.-

A- Ma cosa vuoi? Vattene! -

In - Rispettabilità.

Subito dammi una pelliccia, Dodò. Miao, miao. -

A.- Eccola. Ma vattene!-

In.- Subito un gioiello, miao, miao

A.- Ecco per te. Ma vattene!-

In- Subito vesti firmate da Batù, Dudù.-

 A. -Prendi. Ma vattenel‑

In.- Miao, miao. Dudù, Dedé, Dodò.

Non ti sei accorto che fin nel nome non sei un uomo, ma un gattone. Tale tua madre ti ha voluto.-

A.- Sarà come tu dici, ma... Tutte quelle cose che tu vuoi, un tempo si regala rano alle donne dei bordellii. Vattene!-

 

In. - Ti sbagli, alle regine, alle imperatrici. Ricorda pure.-

A.- Se una moglie è solo questo... Vattene!‑

In. - E' ben di più. Ma anche questo è civiltà.

Donna di modi gentili e di nitida eleganza riesce ad abituarti facilmente a passare la vita con lei.-

  A.- Vita con un manichino elegante? Vattene!‑

 

In.- Dimmi perché se posso avere il meglio, devo accontentarmi della bassa qualità. Sì, cattiva sarò, mi prenderò quel che vorrò. Dovrai ammettere anche tu che  sono nata incantatrice.-

A.- Per gli altri. Non per me. Posso cantare come tu vuoi. Non chiedermi mai

di condividere oltre la rispettabilità. Canterò per te. Non mi costa niente. Vattene!

IIn.-  Chiavistelli, chiavistelli, sono in smanie.

lQuanto vi voglio, sono in smanie e vi prego.

simpaticissimi, accontentatemi.

   Siate per me ballerini scatenati.

        (da Plauto)

    Per favore signora Henry 

signora Henry per favore

    sono in ginocchio ai tuoi piedi.

 

     presto diventerò matto

     per favore signora Henry

 Stasera sono tanto triste

Sono vecchio di mille anni    

signora Henry signora Henry per favore

 

Sono in ginocchio ai tuoi piedi.

(da Bob Dylan)

 

 

               ( Poi facendosi sognante):

In autunno le foglie, divelte dal vento, gialle e brunite,

stormiscono nel fosso. S'impigliano e s'aggrappano alle fratte.-

A.- Dove andate foglie? -

In. - Lontano, lontano.-

A.- Dimmi chi sei? Dove hai imparato queste parole?

 

In. - E' primavera scapigliata nelle canne del fossato. Il vento solleva la mia

gonna. -

 

A.- Mi sbagliavo. Le foglie non c'entrano.-

.i

In. – (Quasi gridando sarcastica):

E' primavera e i gatti innamorati vanno per tetti. Non cantano alla luna.

Vogliono la casa calda e la pappa pronta. Miao miao

A.- Dimmi fino in fondo, cosa vuoi di più?-

  In.- Non devo andarmene?-

A. - Dimmi cosa vuoi?-

In.- Voglio due bambini: un maschio e una femmina.

Il maschio per la dinastia, la femmina per farle tanti bei vestitini come una bambolina. Le metterò due rose in testa. Diranno come sono belle madre e figlia. Sono due sorelle. -

A.- E' faticoso allevare bambini, partecipando con loro. Vattene!‑

In.- Oh no, no è molto facile. Alla sera li mettermo a dormire presto per andare a teatro e migliorarci culturalmente. A teatro, s’imparano le idee.

A. – Stando con te non me ne ero accotto. Vattene!

 

 

In. - Se ti ho insegnato la verità più grande: Allinearsi sempre, intrupparsi, stare allo stadio in cinquecentomila o alla passeggiata di domenica fra tanto prossimo.

  Il prossimo è importante, bisogna amarlo, perché non ci dia fastidio e farsi amare      perché non ci rompa le scatole.

A.- Miciona, che ne faremo di giorno dei bambini?

E poi... vattene!‑

 

In.- Al parcheggio della pubblica istruzione. Affidati a tradizione e sperimentazione.

Intanto lavoreremo per un buono stipendio, per fabbricare oggetti di consumo Armi per eliminare il troppo prossimo. Il mondo è sovrappopolato. Il mezzo più giusto per ristabilire l'equilibrio è un po' di decimazione.-

 

O. - Ma... i bambini? Lo siamo stato anche noi.

A.- La prima ingiustizia ci ha fatto versare lacrime sul cuscino. Vattene!-

1n.- I bambini sono mostriciattoli scocciatori e un po' noiosi. Non dico che

non ci vogliano. Sono un segno di prosperità come le pellicce; i gioielli, la lucidatrice che lava per terra. -

A.- Se non puoi andartene, fermati. Rinsavisci un poco. Non sono stato a Troia niente. Ti insegnerò.

In.- Oh no, no, no. Ora sono in collera e non mi puoi fermare.

Se rinsavissi al grido della parità o della mano tesa, tutta la vita la schiena piegherei per raccattare bambole da terra o soldatini e striscerei sotto i cespugli di more. Ci sono tante donne striscianti al mondo e strisciano così rapide. Deve essere molto umiliante essere sorprese a strisciare alla luce del sole, allora cercano di nascondersi. Ma non ci sono sempre cespugli di more a portata di mano!-

 

A. - - Oh, era capisco! La prima cosa che mi chiederai di fare per la nostra casa sarà di cambiare la tappezzeria, perché non ti faccia insorgere nevrosi.

Vedrai nella carta, che c'è già, teste strangolate e occhi bulbosi e  squillanti derisione, bianco d'orbita rivoltato delle donne sacrificate, sempre costrette a strisciare a terra, perché il maschio le opprime. Proprio come hai letto nella tua amata Carta gialla.

Questo non sarà che un pretesto per avere di più: una tappezzeria nuova di carta o di seta o di iuta come usa adesso. Pur di essere alla moda.

Eegante manichino.

Capisci che non c'è solo questa contesa infantile fra uomo e donna, che c'è un mondo, là fuori, e che può saltare all'aria da un momento all'altro?-


In. -Sei o vorresti essere o ti illudi di essere la dinamite del mondo. Ma tu non hai cambiato niente e niente cambierai.

Cosa significa un tallone? Che ogni Achille contro l'ingiustizia niente potrà fare, che, bambino, piangerà in un cuscino, che, grande e adulto ormai, morirà a terra ucciso. E la morte ti viene alle spalle e ti allenta le membra e la terra nera ti riempie la bocca e gli occhi si oscurano e il nulla ti afferra. Non ci sono più i dolci amici, né i cari familiari.

Quanto a me so bene che il mondo in aria non salterà.

Il mondo è tondo, al massimo rotola in là. Se io un passo nel vuoto farò, il mondo sotto il mio piede correrà. E se il cielo cadrà, un po' più in là mi farò.

Nell’ acqua di Scamandro e di Simoenta mi bagnerò e le acque mi culleranno. Dolci e azzurre.-

A.- Qualcuno non resiste a vivere così e piange gettato eternamente in un letto, regredendo all'età infantile, quando il primo schiaffo senza ragione, a torto ricevette.

Quella creatura piange e tende le braccia ai visitatori che ombre soltanto le sembrano, gridando:"Stringimil stringimi, cullami, cullami. Cullami un poco."

Nessuna mamma può cullare il figlio che bambino non è più.

Viviamo sotto il sole.

Abbeveriamoci di sole!

Basta pensare se è bene o male. E' tutta una convenzione. Gli antichi concili pattuirono soltanto il compromesso tra bene e male. Si fecero per conciliare.

Pensiamo a chi soffre lontano dal sole. Cerca il sole se lo vuoi. Pensa alla pancia e sorridi. Ridi a gola spiegata. E canta l'eterna canzone dei gatti, non vanno sui tetti a cercare la luna! A.- Preferisco cose di volta in volta, da possedere e da non ricordare.‑

-             Si sono integrati gli sposini.- ,

-          Presto diventeranno produttivi-

 

A.- Sì, cin-cin, carissime. Andate, andate! Abbiamo fretta di stare un poco soli.-

(Spingendole verso la porta). Sì, cin-cin, ma un'altra volta.

Basta  foto. Vogliamo stare soli.

In.-  Gli preparerò la mia prima pastasciutta di mezzanotte. A mezzanotte saremo re affamati noi.-

- Strano costume! Voi non mangiate alla sera, all'ora solita?-

 

In.- Presto sarà mezzanotte. L'ora è incantata. Uscite per favore.

E’ l'ora delle incantatrici.-

A.- Loro sono fuori. Sei stanca tesoro?‑

In.- Oh sì, si, ti vedo ragionevole già.-

A.- Loro sono fuori. La rispettabilità è salva.-

In. – Che vuoi dire?-

A.- Niente, solo che me ne vado in balcone.-

In.- A piantare gerani e petunie. Voglio avere un balcone meraviglioso a primavera!- A.- Quante cose vuoi!-

In.- Oh sì‑

A.- Oh no, sai che ti dirò sempre di no. Te lo urlerò nel cuore, ogni momento della mia vita.- Dodò, Dedé, Fuffì...

Pelliccia, gioiello, questo o quello, crociera o viaggetto culturale.

Non vivere tra il prossimo, ma comandare al prossimo, perché si ha rispettabilità.

Fare politica per moda, consiglio di classe per moda, catechismo o handicappato per moda. Basta cianciare e miagolare.

Di quelli che parlano chi è preparato davvero, chi critico davvero, chi si interessa davvero?

Basta solo miagolare, te l'ho detto.

Miao, miao!‑

 

(Entra il fotografo seguito da un gruppo di invitate).

- Eccomi qui. Sono pronto per la foto.-

Invitate : -Oh che bella coppia!

Era scontato che finisse così. Con un bel matrimonio.‑

Si amano tanto.-

Lui è un po' birichino, ma lei la testa a partito gli farà mettere.

La moglie è madre del marito.-

-  Hai detto? Amante del marito?-

-Madre, madre. In ogni donna c'è una madre. La moglie tiene sulla retta

via.-

- Che bella festal‑

In. - (Tirandosi a fianco Achille): Sorridi, caro, o ti do uno schiaffo. Sorridi al flash. I ricordi devono essere sorridenti.-

 I ricordi sono quelli che nessuno ti può portare via In.- Ma la tua vita, la passerai qui con me, chiuso in balcone.-

 

A.- In balcone. A respirare aria. Aria. Posso andare, ora? Per favore? Non resisto più.-

In.- Vedi mi chiedi per favore e posso. Sei in ginocchio.-

A.- Vado a sognare là fuori.-

In.- 0h sì, sì. Fai pure. I sogni non cambiano niente.-

 

A.- Oh no, no. Vivrò in balcone pensando a Ifi. Il vento mi porterà il suo sorriso.

Nei fiori la  ritroverò.

Ogni giorno la vita, quella con te, mi schiaccerà, ma ogni sera sognerò per lei. Vivrò con lei.-

In.-(Che ragazzone) Vedete bene la sua onestà:sposa me e sogna un'altra. Però l'ultima parola è sempre la mia.-

Il coro delle donne:

          Abbeveriamoci di sole.

      Di luce. Nelle fronde e nell'erba.

      Suoni tesi e cavi cembali intorno.

Suoni e cantorrauchi-corni, flauto-forato. Furore. Rock.

          Suoni eccitati. Ritmo. Jazz.

L’erba gemmata di fresca rugiada c'invita. Gli agnelli sazi giocano e cozzano dolcemente fra loro. Sembrano lontani sulla verde collina, mentre il rivo scorre e il fruscia sulle spodde."

Il sole grande lassù, palla di fuoco, brucia e s'avvicina.

Siepi ardono, messi s'incendiano e cavalli scatenati rovesciano Fetonte nel

rivo.

Noi sorelle vediamo i suoi occhi che si riempiono di sangue, man mano che fissa il cielo.

Voleva guidare il sole. Era troppo giovane e inesperto.

Male fece suo padre a dargli i cavalli scatenati che scuotono la pianura con impetuoso  galoppo.

Tutto appare così confuso, non abbiamo più certezze.

Voleva guidare il sole.

Come fa il sole che è tanto piccolo a circondare di luce tutti i mari e le terre e il cielo?

Il sole non si può guidare. E' troppo grande. Come fa il suo caldo alito, carezza di primavera, a diventare fuoco che brucia negli occhi di Fetonte immemore. Apre piaghe nelle pupille dilatate e le copre di sangue e vi versa il buio.

Nostro fratello, voleva guidare il sole. Noi sorelle piangiamo nel fossato, divenute canne, e le nostre chiome si scapigliano al vento disperate.

Vedi le pietre venir sopraffatte dal tempo, alte le torri crollare,  sgretolarsi le rocce? Non vedi i templi e le statue degli dei sfasciarsi?

Ogni cosa invecchia.

Rocce si staccano dalle alte montagne. Cadono nel fossato sotto la violenza dura del tempo. Breve è il tempo.

(In questa pagina e nella successiva cenni da Lucrezio e da Teocrito)

Noi sorelle piangiamo nel fossato, divenute canne e le nostre chiome si scapigliano al vento, disperate.

E’ a terra la cattedrale di nostro padre sconsiderato. Ebbe troppa fiducia.  Pietra grigia e pietra nera.

Le nostre lacrime fanno nascere l'erba nuova li in mezzo. Tenerissima.

L’alloro di fianco al fossato ha pallide foglie nuove. Come bambine convalescenti.

Pietra grigia e pietra nera. L'erba nasce lì in mezzo per le lacrime di noi, noi  non riusciamo a scordare gli occhi insanguinati di Fetonte.

Era buio nelle pupille di nostro fratello ma noi abbiamo visto che ci chiedeva aiuto.

Il sole,raccolta l'eterna lampada del mondo, riportò i cavalli sbandati e li attaccò ancora tremanti al carro dei brevi giorni.

Ora viene la notte buia, lampade appese, incoronate di bagliori guizzanti, torce sinuose, che spandono densa caligine, s'affrettano con la fiamma che arde a ridare nuova luce.

    Pensa alla tua statica luce elettrica, prova a guardarla con occhi bagnati

   di Iacrime o densi di sangue e capirai.

Ardano i fuochi a rischiarare la notte. Sono segno di progresso. Oggi sembra abbiano paura. Le strade tremano spaventate da un mazzo di luci.

Non siano fuochi di bivacchi di fronte ad una città assediata.

Raccogliamo le lampade riflesso del sole.

Luce brilla nelle nostre lacrime.

Silenzio.


 

Soldati, spegnete i fuochi. La terra vuole riposare.

Ha bruciato con Fetonte, ha pianto per lui, ha sudato di lavoro, giorno per giorno. Siamo stanche stasera. Vogliamo chiudere gli occhi in pace.

Vogliamo asciugare le nostre lacrime. Per un attimo riposare anche noi.

Quieta è la notte e senza vento. Lasciateci riposare.

In.- E' mezzanotte. E' l'ora delle incantatrici.

Sul mare tacciono i venti, ma non tace dentro di me il dolore. Sono sua sposa ed egli non sa che cosa è una sposa.

Mescolo filtri nel mio crogiolo.

Lingue di rana. Lontano gracida una rana tra i fitti spini dei pruni.

Nidi di allodole e di cardellini. La tortora geme lontana. Ali di scarabeo. Le bionde api volano intorno alle fonti. Code piumose di gatto. Le cicale non si stancano di cantare, bruciate dal sole.

Sterco di rondine. E' brutto, lo so, ma serve a schiarire i capelli.

Una lisciva di cenere di bosso, prendo paglia d'orzo e faccio bollire per un giorno. Una seconda lisciva con quest'acqua e questa cenere.

Fiore di noce galleggia sull'acqua scura e qualche foglia d'albero. a la notte l'intruglio dorme e borbotta.

Domani mi lavo la testa e i miei capelli risplendono d’oro.

Cani abbaiano lontani. Lacrime, dolore, luci di speranza. Imparerai, crescerai.

Non ho voglia di confidarmi alla luna.

Sono figlia del mio tempo e non mi piace sognare.

Orione sta per lasciare il cielo. Presto sarà di nuovo l'alba.

Aveva due stelle per spalle e tre alla cintura e la spada brillava…di fiamma. Il suo cane lo seguiva per le vie del cielo.

Orione se ne è andato, è tramontato già stanotte.

A.-Chi sei?... Chi?... Chi c'è nella stanza?-

In - Furono più saggi gli antichi di noi.

L’amore rende sciocchi e strampalati. E la più pazzesca scempiaggine che si possa è quella di andare a cacciarsi sotto la tenda dell'Amore.

Va via, Amore, facciamo divorzio.

Non costringermi a preparare filtri. Maga ben abile sono, lo sai.

Questo ti dico: se una stella raggiungerai, forse la rivoluzione avrai fatto davvero per tutti. Se una stella raggiungerai, tu certamente saprai guarire la fame del mondo e quella dell'anima. La gente non piangerà nella polvere, non soffrirà nei ghetti. Mai più.

Se tu guardi soltanto le stelle per sognare, ricorda che quella stella che attraversa il cielo, quando cade a terra è pietra nera, pietra grigia e pietra nera.

Alza gli occhi dai tuoi maledetti gerani, guarda un poco in casa nostra.

Le stelle sono belle, ma son di fuoco. Sembrano solo eterne all'uomo che vive tanto poco. A.- Da quando Ifi se ne è andata, ho camminato e camminato, la testa china fino piedi. No posso cancellare quello che sento, quello che porto dentro, di lei.-

In.- Non hai capito che tu sei stato solo l'illusione di Ifigenia e di un vecchio re che rimpiangeva i sogni di giovinezza. Non ci fu nascita né principio della terra e del cielo e sempre esistettero

eterni, perché di là della guerra Tebana e dello sterminio di Troia, altri poeti non cantarono anche altre vicende? Dove mai tante volte disparvero tante imprese eroi?

   Perché in nessuno luogo fioriscono affidate all'eterno ricordo della fama?    Muoiono anche i poeti. Non dimenticarlo. Ifigenia, anche lei, è tua illusione. Forse è nata dal tuo cervello con il mal di testa.-

A.- Non ti voglio ascoltare. Presto i gerani cresceranno rigogliosi.-

In.- Non lasciare che crescano fra me e te, come un bosco che ci impedirà di fissarci negli occhi.

Guarda! Da dietro senza far rumore, il bosco si è

avvicinato e gli alberi han formato un

cerchio fosco.

Il catenaccio scorre nei passanti..."

I chiavistelli non risuonano scatenati. Presto sarà sera.

  Noi senza sognare, guardiamoci negli occhi.

Mi spiego, te lo grido. Ribelle anch'io sempre! Io non sogno, però…, pensa quel che vuoi, prendi come vuoi. Non me ne importa niente.-

Coro delle donne lontano:

-Da dietro senza far rumore, il bosco s'è avvicinato. Fuori c'è il furgone dei traslochi, nero.

Il demone della fretta ci incalza.-

In. - Cerca, cerca la mia verità e non solo la mia. Cerca di capire.-

A. - Capire che cosa?-

In.- Tutto! Non accontentiamoci di filtri, né di ridurre il mondo a pietre, come volevi far tu con la tua ribellione inutile. L'erba nuova non nasca dalle nostre lacrime disperate.

Amore, lo sappiamo entrambi, è solo una fanfara.

Anche io fossi incantatrice, un giorno Paride mi direbbe certamente "cagna", Menelao mi rivorrebbe sempre e solo per decoro.

Guardiamoci bene negli occhi, per sapere quello che voglio io, davvero, e quello vuoi tu, davvero.

... che non sia sogno, parola senza senso. Divenga realtà.

Una piccola realtà, una povera realtà, una modesta realtà, fatta da noi. La parola diventi un : “Apriti Sesamo!” e germogli cosa fatta.-

Coro lontano:-"Il fuoco liquefà il bronzo e stempera l'oro, ma il cuoio e la carne  li restringe e contrae. L'umore dell'acqua indurisce il ferro tolto dalla fiamma, ma ammollisce il cuoio e la carne indurita al calore."

Molte son le vie per fare una realtà e spesso passano attraverso i contrari. L’olivo selvaggio piace alle caprette, ma nulla è più amaro all'uomo di questa fronda."

Al mondo c'è posto per tutti e dobbiamo viverci insieme.

Piccola cosa è l'amore di un uomo e una donna. Un gradino soltanto. Infinito è l'universo, ma pur sempre insieme dobbiamo camminare nello spazio. Forse al di là dei bisticci e delle contese vuoi dir questo?-

In.- Ti sembravo smaniosa di cose da possedere. Ora ascolta quel che ti dico: una povera veste copre i corpi nudi tanto bene come una veste di porpora e d'oro. Porpora e corona non danno serenità felicità. Perché invidiarle o desiderarle? Di più... l'uguaglianza e la giustizia non passano attraverso la distruzione di porpora e corona.

E’ facile anche essere disincantati. Troverai sempre chi lo è più di te, sempre   po' di più.-

Coro lontano:

 Ed ecco che, pieni di fretta e allarme, vengono donne con gli occhiali scuri/ chirurghi gobbi/ l’uomo dalle forbici.


In- Cerca, cerca, non ti fermare. I fiori in balcone non farli diventare una foresta tra me e te. Cresciamo insieme,ti prego.

Se io non ci fossi più, quanto poco di me avresti saputo.-

A.- Chi c'è di là?... Chi? ... Chi nella stanza?-

Coro di donne, tornando sulla scena:

Ti ha lasciato l'ultima parola.

Spenti i bivacchi dell'assedio, noi aspetteremo ancora.

Cucineremo pane fragrante per voi, nell'attesa.

Quando sarà l'alba portateci latte per addolcire il pane.

mangeremo tranquillamente insieme.

Parleremo con parole-vere, parole-cose. “Luna di bronzo cala già nel livido cielo.

Presto sarà l'alba.

Di nuovo l'allodola canterà verso il sole.

Il falco in alto, ad ali tese, ruoterà grandi cerchi nell'azzurro”.-

 

 

                  

 

 

 

 

                 BAMBOLA DI STRACCI (1976)

 

Inserisco ora il primo testo teatrale che scrissi ed inviai al Premio Eleonora Duse ad Asolo.

 

Tardavano a comunicare i vincitori e impaziente telefonai: dalla segreteria mi risposero che la discussione ferveva dato che il mio testo era piaciuto molto a Diego Fabbri. Ne avevo letto Barabba  e Processo a Gesù. Lo consideravo un cattolico scomodo, convinto ma che pone domande insidiose che esigono risposta.

Sono grata a quel segretario (di cui ignoro il nome) per ciò che mi disse.Qualche giorno dopo però uscirono i nomi dei vincitori ed io non c’ero.
Però che Diego Fabbri (senza mai conoscerci)  abbia  creduto in ciò che scrivevo mi rende ancora  orgogliosa.

 

 

 

         ATTO I

                                La scena

 

La scena in questo atto deve essere caratterizzata: una casa dei nostri

tempi, una casa giovane, per due sposi giovani, con una vetrata attraverso cui si possano vedere luci, vedere passanti, arguire un mondo esterno.

Devono esserci oggetti precisi, accurati, in questa casa, perché gli sposi giovani non hanno posseduto generalmente nulla di personale e cercano di esprimersi anche attraverso le prime cose che scelgono.

Si deve vedere un "teatro" anche di oggetti, un teatro di oggetti novecento. Nel secondo atto invece c'è il teatro dell'anima, quello che non ha bisogno di circoscrizioni, che è il nulla intorno alle persone: teatro di spazi, teatro di tragedia greca.


                                         SCENA I

 

Presenti la giovane sposa Marta, la domestica ad ore Teresa, l’idraulico che sta aggiustando il rubinetto sotto il lavandino e che, esaurite le prime battute esce subito di scena)

M.- Teresa come si fa a tritare l’aglio? Mi scappa sotto la mezzaluna.

T.- Ma ci si dà una pestatine sopra è così che si fa.

E’ che queste sposine moderne non sanno proprio niente, (ammiccando all’idarulico) io e la signora siamocome due sorelle. Le devo insegnare tutto.

   (Entra il marito di Marta)

Mi guardi, mi guardi, ingegnere come sono bella questa mattina! Questa maglietta l’ho comprata alle bancarelle, prima di venire qui. Mi sono decisa in quattro e quattrotto. E mi sta veramente bene. Mi piaccionii colori, i colori mi donano.

M.- E’ vero ,Teresa, è molto vivace, le sta proprio bene.

Ing. – Un giorno o l’altro scappiamo insieme se mi gira per casa così provocante. Allegria e pranzetti buoni. L’idea mi attira.

M.- Vengo, vengo aggiusto la fiamma e metto il coperchio.

Ing.- Tanto prima della cottura a puntino è scontato che lo bruci.

Teresa, sorvegli mia moglie che non dia un pizzicotto a Sergio. E’ successo proprio così. C’era scritto sul giornale. Una sposina, passando davanti al lavandino ha visto l’idarulico che sporgeva con il sedre ed ha creduto che fosse il marito, così gli ha allungato un pizzicotto. Quello per la sorpresa ha sbattuto la testa contro il lavabo ed è finito all’ospedale. Con i tempi che corrono, la libertà di costumi, non si sa mai. La sorvegli.

M.- Ma dai, smettila con queste storielle da quattro soldi. Sono da popoli sottosviluppati. Qui, ormai si sono raffinati tutti. Il pizzicottto non è più lo sport nazionale. Ci vuole troppa allegria così alla mano. Troppa semplicità. Ti assicuro che non usa più neanche sugli autobus. Ormai siamo tutti dei cerebrali.

Ing.- Non sarà che stai già invecchiando e che nessuno ti pizzica più?=

T.- L’ingegnere è di una simpatia unica.

Ing.- Solo mia moglie mi trova noioso. Lei ha Omero, capisce Teresa?  Lei e Omero sono così: (alzando indice e medio insieme).

T. - E Lei permette?

Ing. - Bisogna essere moderni.

T. - Omero...

M. - Scherza, è un lihro.

Ing. - Vieni, noiosona, non sai nemmeno tenere un po' di suspense. Vieni a vedere se troviamo l'enciclopedia tecnica in biblioteca.

M. - Teresa, ci aiuta anche lei? E' un libro rilegato in blu.

T. - Ah, ingegnere, giri, giri il mondo ne troverà di meglio di sua moglie! Con la testa sempre nei libri!

Ing. - Sarà, noiosona, ma non ci provo nessun gusto a girare il mondo. Girare il mondo come lo faccio lo, per lavoro ... Sono strade deserte percorse a sera da passanti frettolosi che rincasano nelle loro cucce, è gente che si va a divertire mentre io sono impregnato del sudore della giornata, della polvere delle macchine, che ho controllato alla ricerca del guasto. Alla sera…questa sporcizia, il pensiero dell'ingranaggio che non funziona e che devo trovare mi pesano addosso come macigni. Non ho nemmeno fame. Girare il mondo è grasso rancido di panini di prosciutto, divorati in fretta, a morsi rabbiosi, al bancone di un bar, con la tazzina di caffé nell'altra mano. Sempre di corsa. Con davanti agli occhi l'orario del treno e dell'aereo da riprendere appena possibile per tornare a casa, finalmente.

T. - Possibile, ingegnere, non ce la racconti. E poi sua moglie non è un affare, non sa nemmeno schiacciare l'aglio, ha la testa sempre nei libri, ne troverà di meglio in giro.

Ing. - (Sogguardando la moglie ironico). Ha proprio ragione è un pacchetto d'ossa, che sua madre dice di una finezza sopraffina, rilegata con nastro d'argento ed

etichetta di classe. Manco buona da far brodo, però gli aeroporti e le stazioni sono così squallidi che fanno passare la voglia di avventure, se no, mi getterei a pesce.

M. - (Un po' acida) Teresa, non abbiamo più bisogno.

T- Vado in cucina a scopare. In questa casa non si finisce mai, non si fa a tempo a fare niente. Incomincio un lavoro e mi disturbano. E poi mancano gli orologi in questa casa.

T. - Quello è un orologio? A me piacciono quei bei cipolloni dove si leggono le ore belle grosse. Altro che queste diavolerie moderne! Io voglio sapermi regola re sull'ora, perché se no, qui mi si fregano i minutt e non mi si paga il dovuto. Mi si paga di meno. Lo so come fate voi capitalisti!

M. - (Conciliante). D'acordo, d'accordo, Teresa, le compreremo il cipollone. T. - Sarà sempre troppo tardi. Mi avrete già imbrogliato. Bene, vado a scopare.

M. - (Rivolta al marito, non appena Teresa si è allontanata). Io non pretendo che tu mi difenda. Non ho sposato un paladino. Però avAti potuto essere un po' più gentile; quando ti ha detto di girare il mondo che ne troverai di meglio di tua moglie...

Ing. - Ah, lo sapevo. Qui ti volevo. Avrei dovuto dire: Mia moglie è perfetta, io non ho sposato una moglie, ho sposato Cristo in terra! Mia moglie è meravigliosa, ce le ha tutte, le doti. E' come il pozzo di S. Patrizio!

Ma lasciala dire, non te la prenderai per cosi poco!

M. - Io no, proprio no. Solo vorrei sapere perché Teresa ha detto così. Ad esempio la camicetta... Se fosse stata una giovane Teresa, se fosse giovane potrei dubitare che tu le dia corda.

Ing. - E smettila, sai, sei proprio stupdda certe volte.

M. - Quando si entra nel tema della mia stupidità meglio far marcia indietro. Da quando ti ho sposato è una certezza. Il tuo amico mi ha detto che ti ho sposato perché ho l'abitudine di far di sì con la testa. Passava di lì un prete e ci siamo ritrovati sposati.

 

Ing. - Canaglia, il migliore amico.

M. - (Civettando) E smettila sai, sei proprio stupido, sai, certe volte. (Scherzano, poi Marta accompagna alla porta Teresa che ha finito le sue faccende.)

M. - Teresa, ha bisogno di qualcosa?

T. - (Scontrosa) No, non ho bisogno di niente. M. - Questa mattina non era dell'umore solito. T. - Non ho bisogno di niente.

M. - Grazie per l'aglio, Teresa, c'è sempre da imparare. Anch'io ho qualcosa da

in segnarle, una cosa buona che si fa alla svelta. Prende un po' di mascarpone, Teresa, un po' di prosciutto, lo taglia a pezzettini e fa un sughetto che è una

squisitezza. Lo verga sulla pastasciutta ben calda... Un piatto al bacio. Lei si lamenta sempre che non ha testa per far da mangiare, che tutti i giorni deve pensare sempre alla stessa cosa, perché suo marito e suo figlio non fanno che mangiare, che è stufa… Invece in quattro e quattrotto è pronto. Vedrà come piacerà a suo marito e a suo figlio!

T.- Signora, ma per chi mi ha preso Lei? Per una capitalista? E dove lo piglio il mascarpone e il prosciutto, costa, sa? Come fa a fare certi discorsi?

M.- (Mortificata) E’ vero, Teresa, non ci avevo pensato. Anche noi non usiao tanto spesso prosciutto e mascarpone e poi noi siamo solo in due e allora, magari, si fa meno fatica ad arrivare a far bastare i soldi.

T.- Eh sì, è facile volersi bene quando non si hanno problemi. Se avesse passato quello che ho passato io… Ho avuto mio marito in sanatorio ed ho dovuto tirare avanti da sola con un figlio piccolo.

M.- Non lo metto in dubbio, le cose bisogna passarle se no come si fa a metersi nei panni degli altri? E’ un’altra pele.

Non ci pensi, per oggi non pensiamo. Ci vediamo lunedì?

T.- Va bè, se ne avrò voglia. Se mi vede, arrivo, se no, mi aspetti.

M.- Perché fa così?

T.- Io non ci ho testa. Ha capito? Faccio i cavoli miei, perché questa è l’unica maniera di essere liberi. Fare i propri comodi.

M.- Ma non è educato, non è resposabile! Lei fa un lavoro. Deve venire in orario e se io ho da andare da un’altra parte? E se ho un appuntamento?

T.- Un appuntamento? E quell’uomo di là, l’ingegnere…

M.- Ma cosa ha capito? Un appuntamento con il professore all’Università. Anch’io devo lavorare.

T.- E bé, s’arrangi. Se mi vede, mi vede, gliel’ho detto e se non mi vede, mi aspetti.

M. –Ma io posso stare in pensiero, credendo che Lei sia ammalata, che abbia bisogno.

T.- Non si preoccupi per me, non ho bisogno io. Arrivederci!

M. Va bene, arivederci! (rivolta al marito che sta riponendo i libri consultati). Lo sai che è difficile trattare con le donne di servizio. Non credo che ne farò venire mai più in casa nostra. Passata Teresa, guarda, in questa casa non ne mette più piede una.

Ing. I soliti discorsi! Li ho sempre sentiti fare. E quando c’è bisogno, corri di qui e corri di là e ringraziare il cielo di avere un aiuto e di poterselo permettere.

M.- Hai anche ragione, ma la tranquillità… Non ho voglia di fare tutti questi discorsi, Preferisco essere tranquilla, per conto mio. E’ così banale, così soffocante.

Ing.- Non ti precoccupare, mettiti il cappotto e andiamo fuori che oggi è la vigilia di Natale. Domani è Natale.

Questa sera finestre illumiate, negozi ricolmi, alberi decorati, luci, colori. A me piace andare per la città, per le strada la vigilia di Natale.

M.- Piace anche a me. Le vedi quelle ragazze allegre con i sorrisi stanpati a festa tra i neri capelli tirati a lucido e i tacchi che battono sul selciato? Vanno allegre e festose a coprare l’ultimo regalo, ad aspettare l’ultimo regalo. Tutti comprano.

Ing.- Mania consumistica.

M. – A Natale se uno non può comprare niente, se uno non può regalare niente si sente escluso. E’ come una gran festa a cui uno non partecipa. A che serve essere vivi fra gli altri se non si può partecipare alla festa degli altri? Eppure per me comprare è solo una fatica in più, mi fanno quasi invidia.

Ing.- La mia noiosona, vecchietta centenaria e saggia. Intanto questo Natale noi non è che abbiamo molti soldi per fare i regali. Con quello che abbiamo già speso per parenti e amici restano pochi spiccioli.Se ne è andata tutta la tredicesima. Ma i regali sono di là ben impilati e luccicanti. Domani li distribuiremo.

M.- La tredicesima serve solo a questo per fare i regali, credo.

Ing. -E’ rimasto così poco che non so cosa potrò regalarti, oggi.

(Incomincia un monologo-riflessione di Marta sul Natale, assecondato solo brevemente dal marito, Nel terzo atto c’è una parte in parallelo con questa, in cui il Natale è motivo ricorrente. In essa però il dialogo scivolerà tra marito e moglie, rimbalzando dall’uno all’altra. L’intesa infatti in questa prima parte deve essere messa in risalto da una recitazione affettuosa ma epidermica, basata sulla gioia di due sposi di essere fisicamente vicini, spensieratamente giovani, mentre i loro discorsi rimangono distinti, superficiali. Nel terzo atto la maturità, la consuetudine dovrebbero portare (e questo è stato il mio intento) un’unione a livello di linguaggio. Marito e moglie si fonderanno anche nelle parole, due bocche per un discorso solo).

M.- Zitto, l’hai già detto e non me ne importa niente. Mi basta uscire così, mano nella mano. A vedere la festa degli altri atraverso i vetri illuminati. Anche noi siamo in allegria, partecipiamo. Poi questa sera torneremo a casa.

In salotto ho nascosto un alberello, tutto addobbato a festa. E’ chiuso di là, per non farlo vedere a Teresa. Avrebbe detto che è uno spreco, che l’albero non si prepara. Teresa è comunista, le cose le fa seriamente. Non le andrebbe di vedere queste sciocchezze consumistiche, ma io senza l’albero di Natale non posso starci.

Ing.- Perché invece non l’hai chiamata ad aiutarti? Avrebbe apprezzato una cosa che forse non ha avuto mai.

M.- Mi sarebbe spiaciuto se non avesse capito, se avesse criticato.Mi sembra di tornare bambina con l’albero. Mi piace sentirne il profumo e che sia solo nostro. Mano nella mano, con i gingilli luccicanti e le luci accese che si riflettono nei nostri occhi. Finché non avremo figli nostri saremo ancora un po’ bambini. Ci sono delle persone che rimangono bambine fino a tanti, tanti anni. Un giorno cresceremo, avremo bambini piccoli di cui prenderci cura e ci sarà l’albero per loro, sempre. In questa casa ci sarà sempre musica e luce e fiori e colori.

Ing.- Non si può vivere solo di questo. Anzi per queste cose che tu sogni, bisogna guadagnare di più. Ci iscriveremo a qualche circolo tra persone importanti e diventeremo importanti anche noi.

M.- Niente persone e niente circolo. Io e te soli, questa è la nostra vita. Fiori aria luce sono gratis. Che ce ne importa degli altri? Girare per le strade, essere in festa tra la gente, ma poi chiudiamo questa porta per restare soli, noi due. Tu sei già così lontano, sempre, per il tuo lavoro che se restassi fuori anche alla sera o se ti dovessi accompagnare tra gente estranea… Ci perderemmo. La sera ti voglio qui con i nostri bambini, quando ci saranno, a raccontare loro le favole, ad esercitarli, a costruire giorno per giorno nelle loro menti come in un grandissimo puzzle. Cosa andremmo a fare noi tra le altre persone, a parlare con discorsi idioti? Le teorie sono tutte belle, le ideologie sono tutte affascinanti, ma a che ci servono nella vita pratica? C’insegnano forse a schiacciare l’aglio, a tritarlo sotto la mezzaluna? Vale più un po’ di pratica, un po’ di buon senso alla Teresa.

                                   

 

                                         SCENA II

                     (Marta è seduta in una poltrona)

T.- Signora, quelle mutande bianche, le ultime che le ha regalato sua mamma, le ha già indossate?

M.- Ma Tresa, cosa le importa delle mie mutande.

T.- Non le trovo mai da mettere in lavatrice. Non sono mai nella biancheria sporca. Non le mette quelle mutande?

M.- (Irritata) Non è una novità che me le sono sempre lavate io. Almeno la biancheria intima, mi sembra una questione di educazione.

Teresa, è già la terza volta, in questi giorni che moi chiede delle mutande, perché?

(Rivolgendosi a sua madre, mentre Teresa esce brontolando dalla porta).

Sono precossupata, è già la terza volta che mi fa questa domanda. Non ti sembra che si sia presa troppa confidenza. Capisco che bisogna aver pazienza, che in fondo non è cattiva, che poi i lavori li fa anche bene e che io ho bisogno di lei, perché mi posso muover poco a causa del bambino che apsetto e del fatto che non sto niente bene e che dovrei stare a riposo assoluto. Ma questa mania di chiedere sempre queste cose intime, mamma, proprio non ce la faccio più, mi preoccupa quella donna, mi sembra morbosa. Perché ridi?

Mamma – Vuoi che te la racconti la storia?

M.- Quale storia? Io sono irritata non trovo niente di ridicolo, sono quasi scandalizzata.

Mamma – Prometti di non arrabbiarti?

Le tue mutande, Teresa, le ha portate a benedire.

M.- A benedire? Da chi? Dove?

Mamma – Sai qualche mese fa sembrava che tu dovessi perdere il bambino, ci siamo preoccupati tutti e Teresa, è anche affezionata, tu lo sai bene, ha pensato che tu lo potessi perdere perché hai il malocchio, capisci? Sei una sposina giovane, carina, hai tutto e la gente c’è che t’invidia e allora ha pensato che se succedeva che tu perdessi il bambino senz’altro era colpa del malocchio. Perché avresti dovuto perderlo? Non si sono mai sentite queste cose. I bambini non si perdono. Devi pensare che sua sorella ha partorito il figlio sul greto del fiume, mentre andava a raccoglie legna e che sua madre Teresa l’ha fatta nascere ai piedi di un vigneto, durante la vendemmia. Insomma ci sono degli esempi in quella famiglia…Allora ha preso le tue mutande e le ha portate a benedire.

M.- Adesso vi mettete anche con le fattucchiere?

Mamma- Dai frati, frati non…

M.- Ma siete impazziti tutti? E le mutande come gliele ha portate, impacchettate oppure a vela spiegata? A questo punto mi preoccupo ancora di più: che adesso anche i frati sappiano che mutande indosso. Meno male che ha preso quelle castigate, se avesse preso quelle con i pizzi e trasparenti…Magari si rifiutavano anche di benedirle. Per fortuna che ha portato quelle che mi hai comprato tu, quelle che sono quattro volte la mia misura. Anzi sai cosa faccio? Le tengo fino a quando finisco  di aspettare, ma sono convinta che anche alla fine, anche se aspettassi tre gemelli, sarebbero troppo grandi per me. Poi le regalo. Teresa si è già prenotata, ha detto che sono giusto della sua misura, che le mutande che porto io sono mutande da bambola, che non sa come faccio ad entrarci e che sono ridicole. Quelle invece saranno sempre dei mutandoni, troppo grandi per me, come anche il reggiseno che mi hai comprato tu. E’ ora che tu la smetta di farmi questi regali, sono abbastanza cresciuta per comprarmi almeno gli indumenti intimi, non credi? Almeno saranno della mia misura. Capisco che tutto va bene, perché non ho ancora bisogno di sostenere o di comprimere, ma, perbacco, almeno sentirmi a mio agio. Quelle mutande lì, le perderò per strada.

Mamma – Non pensare a queste stupidaggini. Pensa che c’è della gente che ti vuol bene. Cosa t’importa del resto? Ormai sei quasi una mamma, la tua bellezza non conta più niente. Conta il bambino. Hai mangiato la minestrina, mangi verdura?

M.- Detesto la minestrina.

Mamma – E la mela grattugiata l’hai presa? Devi mangiare frutta e verdura se vuoi che tuo figlio nasca bene.

M.- Non  vedo l’ora di finire di aspettare, perché poi non mangerò più né frutta né verdura. Un toast, tutti i giorni un toast, per colazione, a pranzo, a cena. Un toast, un toast, un toast che si fa in fretta, non si cucina. Il mio sogno, con una coca-cola e basta.

Mangiare di nuovo un giorno qualcosa di decente perché ho le nausee da sei mesi… Ieri fino a mezzanotte abbiamo passeggiato sul terrazzo mano nella mano. Faceva un freddo. Appena tornavo a letto mi veniva il mal di mare. Che nausea spaventosa!

Mamma – Pensa che presto nascerà tuo figlio  e vedrai che questi non sono stati sacrifici, ne vale bene la pena.

M.- Sarà. Spero sia come dici tu perché comincio a disilludermi prima ancora che sia nato.

                    (La scena si oscura)

Un altoparlante amplifica il canto natalizio. E' nato, è nato alleluia, alleluia...

 

Un'altra voce risponde: Vanno allegre le ragazze

con sorrisi stampati a festa tra lucidi-neri capelli. Vanno allegre

bocche rosse, occhi sfavillanti

per mano piccoli bimbi tutti in festa.

Guarda l'elegantone

con la pelliccia nuova, guarda vesti sgargianti... I tacchi battono alti

sul selciato grigio. Nebbia nell'aria,

odore di ceppi accesi. E' festa, è festa:

Natale umido

in un paesino d'Emilial malinconia d'austerity:

Vorresti che fosse diverso questo Natale d'Emilia

che non. ti lasciasse solo voglia di piangere un poco, ancora un poco.

 

 

E' nato, è nato....

 

Si sente anche la vooe di Marta: Non sarò più giovane, mai più.

 

(Torna: la luce.)


SCENA III

(Marta sta seduta in una poltrona, di fianco c'è un tavolino apparecchiato. E' in attesa dell'arrivo di un'amica che viene a congratularsi. Anzi la prima ad arrivare è la suocera (=S)

S - Ciao cara. Sei stanca? No, hai una buona cera. Non ti pare che il bambino

pianga?

M. - No, mamma, non si sente assolutamente, non mi pare che pianga.

 S. - Ti sei comprata qualche vestito nuovo?

M. - Non ho fatto a tempo, non ho comprato niente.

S. - Male! Si tratta di un po' di rispetto per tuo marito, di decoro.

M. - Non mi sento di pensarci di nuovo, ai vestiti, in questo momento. Mi sembra frivolo.

S. - Sei un po' aumentata di peso e non sta neanche bene che una signora vada in giro con i vestiti che tirano da tutte le parti. Poi ci sono quegli operai che lavorano là fuori. Magari, così tutta attillata li distrai.

M. - Oh, non sono neanche tanto in forma per distrali, cosa ti credi?  Sono uscita tre volte sul terrazzo e nessuno ha fischiato. Ormai ho capito tutto. Sono invecchiata di colpo.

S. - E io sono convinta che il bambino piange. Non ti preoccupi? Io sento il bambino che piange. Di là tutto solo, povero stellin. Si può anche soffocare.

M. - Ti assicuro che l'ho lasciato che dormiva, nella sua culla. Ben fasciato, con il pannolino, con il pancino all'ingiù.

S. - Io sento piangere.:.

M. - Lo vado a prendere, cosi vedrai con i tuoi occhi che dorme, però, se dorme, non prenderlo in braccio. M'han detto che i bambini li si allevano coricati nel lettino. Stanno meglio. Se li tiri su, diventi una schiava, si abituano. Il pediatra ha insistito molto in proposito, ché, se no, vivrò sempre con il bambino in braccio. Quindi per favore non prenderlo su.

(Marta esce un attimo e rientra spingendo una culla a rotelle.Subito la suocera prende il bambino in braccio).

S. - La mamma è una sciocchina. Non ci sa ancora fare. I giovanotti come te si allevano a tenerezza. Vuoi lasciarlo come una larva nella culla, nella carrozzella?

Il bambino deve guardarsi attorno. Più vede, più impara, più crescerà sveglio.

E poi tenerlo nascosto nelle lenzuola... E' un portento. E' bellissimo. E' tutto suo padre!

M. - Sarà tutto suo padre, però io penso che un po' rassomigli anche a me.

S. - Di te non ha proprio niente. E' tutto il padre.

M. - Vedi che manine delicate. Non ti sembra che siano un po' le mie mani? Hai visto però che belle orecchiette. Insomma l'ho fatto anche bene!

S. - Sì, però le orecchie non vorrai dire che sono le tue. Il  tuo lobo non si vede quasi. Invece il bambino ha le orecchie accostate ma con un bel lobo ben disegnato, proprio come il mio e come quello di suo padre. Di te non ha niente... M - Mamma, gli occhi, almeno gli occhi.

S. - Ah gli occhi gli vengono azzurri come a suo padre. Tutti i miei nipoti avranno gli occhi azzurri. Gli occhi azzurri sono i più belli, quelli marrone valgono niente.

M.- I miei non sono marroni. Tuo figlio li definisce nocciola con le pagliuzze , d'oro.

S. - Nocciola forse sì. Di pagliuzze d'oro io non ne ho mai visto. A me sembrano degli occhi spenti.

M- Perché sonostanca. Tuo figlio li chiama i dolci occhi sognanti i miei


S. - Cosa ti dice? Dolci, cosa? E' istupidito, un tempo non ragionava così. Si è rammollito. Che sciocchezze.

M. - Ti ripeto che a te non sembrano tanto belli forse perché ho sonno. Non ti sei mai accorta che erano belli? Tutti mi dicevano ... A suo tempo...

S - Tesoro, quando si incomincia a dire  “ ai miei tempi”" è la fine. Cara la mia figliola comprati tre vestiti nuovi, perché qui va male. Te lo dice tua suocera. Pensaci, finché sei in tempo. I mariti bisogna tenerli con il fascino e mai, mai trascurarsi. Sei proprio un po' patitina... Guarda che occhiaie... Sei stanca. Mai trascurarsi...

M.- Prima mi hai detto che avevo una bella cera.

S. - Non ti avevo visto bene. Non alla luce. Se continui così finirai per dimostrare vent'anni di più. Conservati. Mio figlio è giovane, lui non invecchia. Ha gli occhi azzurri lui. L'occhio chiaro fa giovane.

Adesso vado, devo andare.

M. - Non puoi fermarti ancora un pochino? Lui ormai si è svegliato. Vuole stare in braccio ora.

S. - Adesso se mai lo rimetti in culla e poi se mai lo prendi in braccio tu, perché io devo proprio andare. Lo sai quel proverbio: “Santa Catarena prima se li fa e poi se li nena”.

M. - I proverbi sono la saggezza. Peccato che per me non è molto piacevole. Ti accompagno alla porta.

S. - Hanno suonato, aspetti visite?

M. - Credo che sia Silvia, aveva promesso di venire a trovarmi.

S. - Quella che faceva gli occhi dolci a tuo marito? Io diffiderei, le amiche tienle fuori dalla porta di casa.

M. - Per Silvia non mi preoccupo. E' fatta così. E' sexy di natura, senza malizia, apertamente.

S. - Questa è bella. Mai sentito che esista il sexy sportivo, senza malizia.

Non ragioni troppo bene. E' il dopo-parto e quella tua maledetta cultura libresca. Sono fanfaluche quelle della sensualità aperta del Boccaccio e di quella morbosa di Moravia. Lascia perdere che in realtà, dove c'è il sexy, se fossi in te starei attenta. Lascialo fuori dalla porta il sexy. Quella Silvia non invitarla troppo

M. - Silvia è amica mia, io non mi sono mai tirata indietro di fronte alle amiche.

 S. - Ebbene io ti ho avvertito. Ciao-ciao.

 

SCENA IV

                                  (Esce la suocera ed entra Silvia).

M.- Silvia come sono contenta di rivederti, carissima! Come stai bene, come sei elegante! L'ultima volta che ti ho incontrato avevi i capelli neri, lucidi, pettinati alla gatto. Ora invece che caschetto ramato…Sembri un'altra.

Mio marito invece ha detto che non ho fantasia, che non cambio mai pettinatura. Gli ho risposto ohe le donne come la Marlene Dietrich e come me portano la stessa pettinatura per trent'anni di seguito. Certo che ho detto cosi per tenermi su e a vedere te mi viene soltanto una gran voglia di cambiare, di essere diversa.

Sl. - Non ti sarai fatta capire , spero. Mai arrendersi con gli uomini anche se si ha torto.

M. - Gli uomini... Lui è solo lui ormai. Gli ho detto che è un marito frivolo e un po' cretino e che lui si occupi dei fatti suoi, che io la mia pettinatura me la tengo cosi.

Ma cosa vuoi che me ne importi. Ci sono le pappe del bambino e prima di dargli da mangiare bisogna pulirlo e subito dopo pulirlo di nuovo, perché se si riempie di sopra si svuota di sotto.

Sl. - E tu puliscilo una volta sola, dopo mangiato.

M. - Non è solo questo è che c'è il bagnetto e poi la pappa e poi di nuovo…Non ho più tempo. Non faccio altro che vederlo mangiare e poi mangiare io e poi rincominciamo daccapo. E' già tanto che riesca a dormire di notte... Ho sempre un sonno.

Sl. - Mai trascurarsi.

M. - Per ora mi accontento di guardare te. Mi sembra d'aver perso lo smalto, la vernice. Una volta quando uscivo per strada mi sembrava di essere verniciata a festa, contavo gli sguardi. Se due passanti su tre mi guardavano vuol dire che andavo bene, se no mi rattristavo e mi riempivo di complessi. Adesso la vernice non ce l'ho più. Mi sento in tutta semplicità, come in una vestaglia. E vivo così bene in questa!

Sl. - Caruccia, le vestaglie stancano i mariti, lo sai? Cerca di rinnovarti un po'r pitturati, verniciati. Guarda che belle unghie, è la tinta di moda! Mi sento una tigre. Guarda il mio vestito: ultima-moda, proprio come usa quest'anno. Vedi qui, stretto sul fianco e poi le pieghe che si allargano più in basso. Per portare questa foggia ci vuole l'anca sottile. Ho fatto tre mesi di esercizi a terra.

M. - Non parlarmi di ginnastica,ti prego. Dopo il figlio ho i vestiti che mi tirano e sono troppo stanca per fare ginnastica. Spero di tornare come prima. Lui mi ha detto che ogni chilo che perdo mi regala un vestito.

Sl. - Lui chi?

M. - Lui, mio marito.

Sl. - Sei proprio insolita, fuori moda anche nel pensare.

M. - Io credo che non perderò più i chili. Mi rimpinzano da mane a sera. Sai io devo far latte. Giù torta e birra e baccalà e di nuovo torta. E' un circolo chiuso. Non credevo che sarei diventata una rivendita di latte.

Sl. - Però ti ha fatto bene la maternità. Prima eri proprio piatta. Ti è venuto un seno!

M. - E' poco prima della poppata. Lo sento crescere e mi fa un male. Se sto in piedi non mi vedo più la punta delle scarpe. Un fastidio! E pensare che mio fratello ..

Ti ricordi mio fratello? Mi chiamava “la piallata”, mi diceva che ero piatta davanti e di dietro. Anzi per essere più efficace mi definiva piallata da S. Giuseppe. Un Santo ci mette più impegno. Non era una pialla normale quella sotto cui ero passata.

Ing. - Quali cose succulente? Forse, Silvia, vuole che io e te andiamo a mangiare al ristorante. Lì ci sono le cose succulente.

Hai capito, Silvia,a che punto siamo ridotti? Non posso più guardare una donna che quella mi cava gli occhi. E' gelosa anche delle ombre, di tutto. Se io rovescio una tasca ne salta fuori un'amante. E' allucinante.

M. – Sì, sì, si crea gli alibi, perché poi dirà è stata colpa di mia moglie. Era talmente gelosa, mi ossessionava. Io sono giustificato, posso fare tutto quel lo che voglio..Lei è la colpevole, lei. Cara Silvia,torna quando sarai imbruttita.

Sl. - Non mi aspettavo di sentirti parlare cosi, nemmeno scherzando. Io ho l'aspetto della ruba-mariti e non è piacevole. Le mogli sono così paurose. Gianni mi ha detto che sono come una coppa di champagne e che per questo preferisce aspettare un poco prima di trasformarmi in moglie. Champagne tutti i giorni può ubriacare, meglio quell'innocuo vino da pasto, casalingo.

M. - Oh Silvia, allora aspetta tu. Non sposare un marito così poco coraggioso. Gli uomini qui da noi hanno sempre tante paure, aspettano sempre il consiglio di una madre, di una sorella...

Sl. - O di una moglie. E' il dopo-parto ma questa sera non ti sei comportata bene. Eravamo tanto amiche, le ombre allontanano.

M. - Torna Silvia, ti prego.

Ing. Ti preparerò un pranzetto con i fiocchi, io proprio io.

Sl. - Tornerò ma quando sarete un po' meno “voi due e fuori il mondo”: (Accarezzando il marito) Ho dei programmi su di te.

(Rivolta a Marta) Non diventare la schiava di tuo figlio. E' un bel bambino, ma è tutto suo padre. Non fidarti.

                                SCENA V

In questa scena sono presenti tre bambini, i figli, e per di più devono essere bambini da circo, scatenati, sempre in movimento. Devono saltare alla corda, parlare tutti insieme, fare ginnastica, piroette, capriole. Come piccoli aorobati.

I tre, figli, si chiamano Marina (Mr.), Matteo  (Mt.), Sandro  (Sd).

Mr. -Mamma, mamma m’infili l'ago. Voglio cucire un vestito alla bambola. E vorrei le forbici.

M. - E' pericoloso ti puoi far male.

Mr. - Ma io sono ragionevole.

M. - Lo so ma io ho paura, (Sta avvitando una lampadina).

 Mt.- (Entra saltando alla corda) Mamma, quando torna papà?

M. - Torna, torna stai tranquillo. Sempre troppo tardi, per me. A cosa mi serve aver sposato un ingegnere se poi devo aggiustare tutto io: cambiare le lampadine, aggiustare le prese di corrente e cosi via. Questa casa è piena di fili scoperti.

Sd. - (Sta trafficando gattoni vicino ad una parete, intanto canterella) Se non torna papà, io picchio papà.

M. - (Lo guarda attratta dalla voce, corre a prenderlo gridando spaventata): Lascia stare quella spina! Ti puoi prendere la scossa.

Mt. - Anch'io, anch'io voglio prendere la scossa. Cosi se mi elettrizzo

divento più cattivo. Io sono il diavolo.

Mr. --Cosa dici i diavoli stanno all'inferno.

M. - E' il posto per i conformisti come tuo fratello.

 Mt. - (Urlando offeso) Io non sono un concertista.

M - Cosa hai capito? Impara le parole, prima.

Mt. - Io sono il diavolo perché l'altro giorno ho fatto morire di paura Teresa. Le sono saltato addosso da dietro la tenda, come Tarzan.

M. - Matteo, per favore portami il sacchetto del pane, l'ho lasciato di là sul tavolo. Su, Tarzan, svelto.

Sandro distratto dalla spina si è messo a far capriole.

M. - Sandro, vuoi star fermo un attimo, devo allacciarti la scarpa, fra un momento arriva il dottore. Dovete essere in ordine.

Sd. - Io non sto fermo, salto, salto.

M. - Vuoi uno sculaccione?

Mt. - La zia dice che con gli sculaccioni fai tremare i vetri delle finestre.

M. - Li faccio tremare urlando se mai, perché di sculaccioni non ne so dare. Qualche volta, ma non abbastanza. Sono troppo pacifista e la zia farebbe meglio a star zitta. In fondo le piace tanto il teatro d'avanguardia dove

tutti urlano e saltano, mentre ha la fortuna di averlo qui a portata di mano. Spettacolo continuato.

Mt. - Se tu fossi nata severa come la zia non ti avrei scelto come mamma.

Sd. - (E' il più piccolo dei bambini, ha una voce infantile e cantilenante) Mamma, lo sai che il gallo del nonno ha beccato tre pulcini sulla testa e gli ha fatto uscire il sangue.

Mr. - Che sciocco! Gli sta spuntando la cresta e lui dice che è sangue.

Sd. - Taci tu, gallina-.

 M. - Rispetto, non avete rispetto neanche fra di voi. Ed è l'unica cosa che vorrei insegnarvi.

Il pane, Matteo, il pane, quante volte te lo devo ripetere?

Mt. - Uffa!

M. - (Prendendolo per le mani ed obbligandolo a fermarsi e a guardarla negli occhi.) Non ti chiedo altro, solo un po' di ubbidienza.

Te la chiedo ordinando, con gli sculaccioni, forse?

Mt. - La supplente giovane, oggi, ci ha detto di sederci sui banchi, chepossiamo fare quello che vogliamo, che lei non ama la disciplina all'antica.

M. - Non esistono tante discipline: all'antica, alla moderna, alla mezzo e mezzo. Disciplina non deve essere che io ti mortifico; disciplina deve essere qual cosa che vuoi tu, perché capisci che così aiuti, che sei grande. Disciplina è obbedienza è crescere, è maturare, è diventare uomini.

Il tuo cuginetto piccolo dice sempre no, poi quando diventerà più furbo

imparerà a dire anche sì.

Mt. - Ma mamma, io ti ho già dato retta per sette anni e dovrò continuare sempre cosi?

M. – Però se tu  capissi che certe cose te le impongo per aiutarti a crescere bene e non per darti dispiacere. Portami il pane Matteo

Mt. - Perché le chiedi sempre a me le cose? Comandi sempre ...

M. - Aspetto che tu mi dica che ti ricatto anche con il mio amore. Oh, scusate.. Tu non capisci niente: non le chiedo solo a te le cose. Credi di avere una madre polipo, con 100 braccia? Aiutami ti prego.

Sd. - (Chiamando da lontano) Mamma, ho finito, ho finito di far popo'.

M. - Quando imparerai a pulirti da solo?

Bambini, presto, sta per arrivare il dottore. Salutate e zitti e fermi. Salutate e zitti e fermi.

(I bambini si ritirano un attimo dalla scena ed entra  il dottore)

M. - Come sono contenta che abbia potuto venire, /lei, lei è di una gentilezza unica.

D. - So cosa vuol dire camminare con tre figli piccoli per gli ambulatori, fare le code, tenerli buoni e quando posso vengo di persona.

M. - Non ho parole per ringraziarla.. Non faccio altro che girare. Non ho ancora finito di pensare alle scarpe correttive che già ci vogliono le macchinette per i denti e poi i corsi di nuoto e di ginnastica.

D. - Ma lei non si spaventa per così poco. Perfino le sue piante, quelle verdi, sono sempre splendenti. Lei ha il pollice verde.

M. - Vede, mi attribuisce doti che non ho.

Io le curo soltanto quando non c'è mio marito. E' lui il giardiniere di casa, quando può. Lui taglia, pulisce le radici, lega i germogli ... io mi prendo i meriti.

D - Non si trovano spesso case accurate, oggi.

 M. - Lei crede in un'immagine che non c'è più. E' tanto che non ci vediamo, perché i bambini hanno avuto un periodo fortunato, di buona salute. Sapesse come sono cambiate le cose. A volte mi sembra di non farcela. Mi chiamano sempre, chiedono sempre e io non riesco a rispondere, vorrei abbassare delle saracinesche nel mio cervello per isolarmi o per rispondere ad uno per volta. Tre figli oggi sono tanti. 

(I bambini rientrano sulla scena sempre in pieno movimento, come saltimbanchi).

M.- Su, Matteo, prepara il sederino che il dottore deve farti l'iniezione, anche tu per aria come per mettere la supposta, non disteso, così... Un attimo. Tiro le tende, se no tutto il vicinato ammirerà questa esposizione di sederini.

D-(Facendo l’atto di fare l'iniezione ad un bambino): Tu sei generale. Tieni la siringa, te la regalo. Adesso tu. Tu no, non così, ti faccio solo caporale. Benissimo colonnello!

M. - (Intanto chiama) Marina, Marina, dove ti sei cacciata? Si è nascosta, Dottore, ha paura dell'iniezione. Eccola là dietro! Vieni, Marina, vieni, ti prego. E' per rispetto, il dottore non ha tempo da perdere. Un attimo e poi non ci pensi Più.

(Si deve assistere ad una vera e propria colluttazione, con la bambina recalcitrante, il dottore che cerca di metterla in braccio alla mamma, che tenta invano di tenerla ferma)

D- (Rivolto a Matteo e Sandro che intanto si stanno accapigliando) Buoni, voi due, se no, vi riprendo le siringhe.

M. Andate a giocare da un’altra parte, per favore, per favore.

(i bambini si schizzano con le siringhe come con  pistole ad acqua)

La bambina urla in maniera agghiacciante.

(I fratelli escono, torna il silenzio)

 La bambina sta seduta per terra, raggomitolata. Deve essere illuminata in pieno, Il dottore ansima per la fatica.

M. - Mi scusi, dottore, mi scusi, mi sembra di non farcela più.

D- Signora...

 M. - Lo so, ci vuole lo sculaccione.

D. - In questi casi non serve. Ha una paura patologica del dolore. Sei una fifona, Marina.

Mr. - Solo in questo campo.

(Mentre il Dottore si allontana seguito dai “mi scusi, mi scusi, sono mortificata, mi scusi" di Marta , la luce è concentrata solo su Marina).

Mr. - Mamma, mi dispiace. Se il dottore non viene più, tu dici che lo troveremo un altro che mi curi? Mamma, perché sei pallida?

M.- Mi dispiace vederti così, con tanta paura e pensare che soffri. Vorrei aiutarti sempre nel dolore fisico e in quello morale e invece sarai sempre sola a soffrire.

 

                                             ATTO II

In questo atto la scena è spoglia.

C'è solo un letto in un angolo, su cui la donna sofferente sta come sul

cavalletto di un ginecologo.

Tre donne, vestite di nero, stanno ritte lungo una parete. Hanno la funzione di coro, cioè spiegano, commentano, accusano. Non hanno però funzione di sagezza, sono personaggi irridenti. Esse imbastiscono il processo dei ricordi. Accanto al letto c'è la madre, che talvolta diventa l'ostetrica, cioè la presenza femminile consolatrice, la donna che è a fianco nel dolore morale e nella sofferenza fisica, che ha la possibilità di cullarti indipendentemente dal buono e dal cattivo che ciascuno ha in sé.

Dall'altra parte del letto il Dottore.

Anche in lui sono compendiati due aspetti: bene e male, dottore curatore di anime e donatore di salute, dottore "mercante di carne umana". Questi aspetti si scoprono a seconda delle parole e dovrebbero essere sottolineati dalla luce. Ora mentre le donne dello sfondo sono vestite di nero, mentre la madre-ostetrica è vestita di bianco, la luce può darci ora un dottore chiaro, ora un dottore oscuro, a seconda dell'intenzione buona o cattiva con cui parla.

La donna può recitare quasi tutto l'atto nel letto, può essere voce soltanto. Ella fa una rievocazione di momenti viscerali della sua vita. C'è infatti un periodo della vita di ogni donna che si può chiamare viscerale. La donna diventa soprattutto un'entità fisica, soffre e vive a livello fisico e questo le porta delle ripercussioni psicologiche, perché il suo spirito rimane come ingabbiato. Lo spirito non può agire se la donna accetta il sacrificio della dipendenza: il darsi alle persone che dipendono da lei e che la tengono legata.

In questo atto l'atmosfera diventerà tesa, allucinante, di processo, quasi in un'inutile ricerca di colpevolezza. La scena in penombra, effetti luce nei momenti-verità devono aiutare la creazione di questo clima. La musica è assente. Talvolta si inserisce l'altoparlante, ma con effetto di dissonanza. Fino alla fine dell'atto, all'aprirsi alla speranza, alla volontà di risollevarsi, con la presenza del marito in scena la musica deve essere assente. Deve risaltare l'atmosfera desolata, pesante, da incubo.

Nel periodo viscerale la donna dà di sé quello che non darà più in tutta la vita. Nella bilancia tra il dare e l'avere, il primo piatto è il più pesante. Aiutare la donna significa non metterla sul cavalletto di un ginecologo e fil.mare il suo travaglio di partoriente, ma porre in risalto il travaglio psico logico di questi anni intensi da cui scaturirà la personalità matura, la personalità pensante.

Aiutarla significa insegnare il garbo che spesso manca in queste esperienze in cui la donna è considerata un numero, aiutarla significa crearle intorno. questo rispetto che le è dovuto.

La storia ci parla della vita delle regine più che delle donne comuni. Usa frasi nobili e altisonanti, ma questa storia umana-viscerale che è di tutte la donne, anche delle regine, è relegata nell'ombra, come se togliesse dignità il parlarne. Il parlarne può costruire dignità, se è fatto responsabilmente, per educare, se è fatto, come ho cercato di fare nel testo teatrale con la trasposizione poetica, con la trasfigurazione del caso particolare di Marta, una donna comune, attraverso la parola.

Eschilo disse:

Quella,che madre appellasi,

del figlio non è,

non è generatrice: essa

è del feto nutrice.

E' l'uom soltanto generator:

serba la donna a lui,

come ad ospite suo, l'accolto germe,

se un iddio nol diserta.

E di ciò prova io recherò,

che aver può figli un padre,

senza la madre: testimon qui presso

ne sta la figlia dell'olimpio Giove,

non nelle cieche tenebre dell'alvo sorta e nutrita;

e nondimen tal prole, qual niuna diva partoria giammai.

Il poeta tragico greco seppe usare un linguaggio crudo a sostegno del suo pensiero. La mentalità della famiglia patriarcale non esiste quasi più, residui ad esempio ce ne sono nell'atto I, scena III; ma nessuno, oggi,(per quello che mi risulta) ha il coraggio di parlare così realisticamente e nello stesso tempo di trasfigurare la sua idea, giusta o sbagliata che sia, con linguaggio drammatico-poetico-teatrale, come osò il poeta greco.

(Indico le tre donne nere con le cifre romane I, II, III, il dottore con D., il padre, che compare brevemente con P., la madre è ora Mamma, ora Ostetrica, cioè una sola attrice interpreta i due personaggi).

M. - Guarda, guarda... Mi pare di veder spuntare qualcosa, là in fondo, Le vedo, le sento. (Grida): Cosa vogliono da me queste donne nere?

I - Queste sposine... Quando si ha tutto è facile essere felici.

Cos'ha da lamentarsi questa donna? Cosa le manca? Non riesce ad essere

felice? Allora la colpa è sua. Certo ha qualche colpa da scontare.

E' il rimorso, qualche rimorso che le si agita dentro.

II - Andava per la strada ondeggiando lunghi capelli sulle spalle,  si accontentava di essere fiore, di essere ammirata. Voleva gli sguardi su di sé. Si accontentava di essere bella, di dare serenità, di fare di sì con la testa, sempre. Aspettava l'amore, un amore solo di tutta la vita. E' possibile vivere in questa maniera così futile, così vuota, così inutile? Questo deve essere il suo rimorso, questo è il suo rimorso.

III - Non aveva mai preso in braccio un bambino. Un suo pretendente si sposò e divenne padre. Un giorno la vide passare ed alzò il piccolo figlio verso di lei e lei girò il capo. Non le interessava quel piccolo coso con la testa calva, raccapricciante fra le braccia di quell'uomo. Non le era mai in teressato quell'uomo e non le interessava quel piccolo coso di cui lui era così fiero e per cui si credeva importante. Girò il capo perché le dava fastidio quell'esibizione d'orgoglio.

A lei nun interessavano i bambini. Non aveva senso di maternità. Le

sembrava che troppe donne si facessero belle attraverso i figli. I figli e le

rinunce che si consumano per essi erano l'alibi più diffuso alla pochezza dei troppi.

I - Un figlio dietro l'altro. Che scoperta! Cosa credeva di mettersi alla pari? Di sorpassare gli altri?

II(Riecheggiando in tono di parodia il canto di Natale)-  E' nato, è nato

III - E' nato il sovrano bambino.

(Entra il padre che sta sulla scena soltanto il tempo di pronunciare le sue battute. Potrebbe anche essere interpretato dallo stesso attore che interpreta il marito.       

Egli, il padre-educatore, egli, il marito-padre (a sua volta) dovrebbe essere presente al massimo, protagonista insieme a Marta. II periodo in cui la donna è costretta a vivere solo a livello fisico, il periodo in cui si sente soltanto viscere" non è purtroppo condiviso dall'uomo che preso neIl'ingranaggio del lavoro non può esserle vicino.

Dalla fragilità e anche da questa solitudine nasce lo scompenso psicologico di ogni Marta.)

P. - Questo bambino è fuori serie. Mia figlia ci ha pensato un poco a fabbricarlo, ma è carrozzato fuori serie, Guardate che portento

M. - Papà, aspetto un altro bambino.

P. - Un altro, disgraziata!

M. - In fondo non è nemmeno un illegittimo.

P. - Mettiti una pietra al collo e gettati in un fiume. Con tutto quello che ti è costato il primo nato! In questi tempi in cui il mondo è attossicato, è di assenzio, che avvenire vuoi dargli? E' incoscienza la tua, è follia.

Mettiti una pietra al collo, pesante come una macina da mulino e gettati nel

fiume, finché sei in tempo. Tuo figlio sarà molto più pesante di quel macigno.

M. - (Canterellando una ninna-nanna): Uno, uno bambino nella culla, la luna e il sol, due due l'asino il bue, la luna e il sol, tre tre... (S’interrompe);

Papà, aspetto un altro figlio. Perché non dici niente, papà?

P. - Cosa vuoi che dica a questo punto?

M. - Il dottore mi ha consigliato di abortire. Dice che sto rovinando la mia giovinezza. Quando sarà nato il bambino io sarò una vecchia. Dice che non ce la farò a portarlo fino in fondo, sana; che sono già troppo provata e anche se lo porterò fino in fondo, non ce la farò a farlo crescere, sana.

P. - E tu che gli hai risposto? Abortire non è semplice, né salutare.

M. - Gli ho detto che lo ringraziavo per la sua premura, che son volevo.

P. - Bene, è sta una risposta logica.

M. - Papà dove stai andando?

P, - Fuori, al lavoro. Il mondo si regge sul lavoro. Non ci possiamo fermare. Un uomo ha la famiglia e il lavoro.

M. - Fa freddo là fuori, mi sento sola.

P. - Il lavoro è un grande motore caldo e noi siamo gli ingranaggi ben

oliati, noi uomini. Tuo marito, anche lui, è un ingranaggio. Questo ci piace, anche. Noi amiamo il nostro lavoro.

Perché parlare? Non contano le parole. Contano i fatti; agire con il rispetto di sé.

                            (Il padre si allontana.)

M. - Aspetta, papà. Peccato! Dovevo raccontarti perché ho detto al dottore che non volevo abortire.

I - Era in ospedale. Aveva appena abortito, spontaneamente ed era naturale, dato il suo utero ipoplasico. Venne il professore con i suoi assistenti. Alzò le coperte e spiegava e lei, quella sciocca, che si sentiva una donna, arrossì di vergogna. Guardava le sue gambe bianche, affusolate, estenuate e si vergognava…

M. - Ricordavo quando giocavo a palla sulla spiaggia con quegli stessi assistenti, amici fin da bambina. Le mie gambe allora erano abbronzate, non erano nude. Mi sentivo nuda. Mi vergognavo.

II - Non capiva di essere soltanto “aborto-1966”, causa ipoplasia uterina. Il professore doveva spiegare perché, per una causa così banale, lei era stata per morire.

M. - No, quella volta non stavo per morire. Non c'eravate voi,donne nere, strumenti di morte, odiose.

D. - Rifiutavi di vivere. Non è forse la stessa cosa? Quando una persona non vuole vivere più, il medico non può far altro che prendere la cartella per segnare i dati del caso. Poi si studierà.

Ostetrica- Coraggio, Signora; coraggio! Non vorrà andare avanti tre giorni con i dolori.. Coraggio, deve nascere questo bambino. Sarà un maschio.

Soffre molto? Lei mi piace, mi piace la sua pulizia, il suo ordine, questi capelli raccolti. Ci sono donne che urlano con la bocca, con i capelli scarmigliati sul cuscino.

M. - Capisco ohe mi vuole distrarre, però mi fa piacere raccontarle che mia nonna, quando era vecchia, se usciva si metteva sottoveste e biancheria pulita. Aveva paura di morire per strada. Voleva essere in ordine, pronta. (Tutto il discorso è fatto a fatica, come durante il travaglio del parto, però senza gemiti o scompostezza.)

Anche Teresa, la mia donna a ore, porta sempre 5000 lire nel portafoglio, per ché se sta male per strada, con 5000 lire la portano via. Prima ne bastavano 1000. Non voglio lamentarmi, non voglio,..

D. - Ecco è nato. Cosa non può fare lo spirito! Brava, Signora! Che bel bambino! quanti capelli neri!

M. - Io lo volevo biondo, da sempre.

D. - Crede che Dio li faccia biondi per premiarli? (In questo momento il dottore è divenuto irridente, nero.)

M. - No, è che a me piace il biondo naturale, come negli angeli.

 D. - Li ha visti?

M. - Cosa vogliono da me queste donne nere? Vogliono impedirmi di parlare.

La stanza balla, è come un treno in corsa. . Luci gialle di stazione nella nebbia

Si inserisce l'altoparlante: Fischi di treni. Annunci.

M. - Luoi rosse di semafori.

L'altoparlante continua: Non si passa, non si passa. Proibito, proibito! Non ce la farai, non ce la farai. Muori! D. - Ostetrica, che intestino ha questa donna. Non è riuscita a farle il clistere? Non poteva pensarci prima?

Ostetrica. - E' stato tutto cosi rapido. Pensiamo al bambino, sta per nascere.

M. - Mio figlio deve nascere in questa maniera? Tra questi discorsi?

Ostetrica. - Buona Signora, buona, si rilassi. Su su, un piccolo sforzo. Spinga, spinga come per fare popo'. Spinga su. Ci siamo, ci siamo quasi.

D. - Povero professore... Mi dispiace che sia morto, così all'improvviso, ieri mentre stava operando. Eravamo della stessa scuola, allievi del grande maestro. Eravamo in tre. Due sono già morti, il terzo sarò io.

M. - Accidenti a questi discorsi. Dovrebbero servire a distrarmi, a rompere il ghiaccio, perché questo ginecologo è la prima volta che lo vedo in faccia, chiamato d'urgenza in sostituzione del mio, ma io non li sopporto. Come lo odio questo uomo! Come può parlare così? Sta nascendo mio figlio.

Ostetrica. - Coraggio signora, sarà un bel. macchiette.

M. - L'ostetrica capisce. Parla di mio figlio come di una creatura. Mi dice che sarà un maschio ed io voglio un maschio.

Ostetrica: è nato, è nato.

 M. - Il mio medico, quello dai bianchi capelli, il curatore d'anima, non solo del fisico, così lo chiamavo, il medico-sacerdote, quello che mi ha infuso la fiducia per diventare mamma, è morto. Non è qui, mentre nasce il mio terzo bambino.

E' morto ieri.

Il primo figlio l'ho desiderato come un completamento, il secondo è stato la naturalezza, il terzo era la mia testardaggine, la mia maniera di dire grazie a questo medico che ha onorato la sua professione. Non è qui, purtroppo, mentre il mio bambino sta nascendo.

Questa stanza non è asettica. Si parla di intestino, di morte e si scherza e mio figlio sta nascendo. Nasce così come in un balletto.

Ostetrica. - E' nato, è natol

M. - Che freddo! Eravamo insieme al caldo, io e il mio bambino. Piange. Che freddo! Tremo, tremo.

I - I figli sono la cosa più importante. Che te ne fai di una laurea con cento e dieci? La laurea è fatta per le persone medie, con media volontà e tutti possono prendere una laurea. Tu avevi un professore anziano. Si sa, i professori anziani sono facili ad intenerirsi davanti ad un bel faccino. Te l'ha tirato dietro il cento e dieci, te l'ha regalato per il tuo faccino, non perché tu vali. La vera vita è quella di allevare i figli. Santa Caterina, io dico, prima se li fa e poi se li ninna. Coraggio che i figli sono tuoi. Io non te li curo, però li devi fare, perché io devo essere nonna. Una parte di me deve andare ai miei nipoti. Io  ne voglio tanti di nipoti. Coraggio. Così sopravviverò tutta intera, in loro.

M. - Io non posso continuare così. Per me c'è qualcosa d'altro che conta,

Omero, ad esempio, che conta. A me piace leggere Omero, tenerlo sulle ginocchia, a me piace studiare. Conta il figlio. L'ho voluto.

Il - Omero era un poeta aristocratico e per questo va buttato al rogo. Esiodo è il poeta-lavoratore-onesto- popolare.

M. - Io amo anche Esiodo, quando canta la calda estate, ma amo soprattutto Omero. Non mi piacciono questi settarismi, neanche in letteratura. Omero è grande perché ha parlato dell'umano dolore. E' questo che è importante! Con le sue donne vinte mi sento in compagnia, non mi sento più sola, accomunata in questo dolore. Io e loro siamo figure oome su sfondo di livido vaso di bronzo.

Le donne di Omero hanno subito violenza ad opera degli uomini e violenza ad opera del destino. La loro vita  per questa duplice violenza è diventata disperata. Omero l'ha avvolta di luce, l'ha conservata per noi con il ricordo.

Io mi sento simile a queste donne, anche se la mia esperienza di donna, oggi, sbiadisce al confronto dell'umiliazione antica. Anch'io però subisco violenza in ogni momento della mia vita. Non esiste serenità, né tranquillità, in questa vita di corsa, in questo mondo crudele.

Subì violenza la giovane madre, sposa del principe.

I - E forse un giorno in Argo tesserai per un'altra la tela, porterai l'acqua della Mèsside o d'Iperea, ben, tuo malgrado, sotto l'imperio di dura necessità.

M. - Violenza ha subito la madre con il figlio regale, quando le Troiane sono diventate schiave.

II - Esse di certo se ne andranno in fondo alle concave navi, io fra di loro; tu, mio bambino, con me mi seguirai a fare avvilenti cose,

penando sotto gli occhi di un padrone senza dolcezza.

M. - La vergine, figlia di un sacerdote, ha subito questa sorte di violenza, costretta a divenire ancella di un uomo e non più della dea a cui era stata destinata.

III - Non la restituirò. T'avrà prima sorpresa vecchiezza nella mia casa d'Argo, lontano dalla sua patria,

a correre innanzi al telaio, a muovere verso il mio letto.

M. - Omero sapeva che "non vi è certo qualche cosa in qualche luogo più    sventurata dell'uomo, fra quante cose sopra la terra respirano e ai trascinano."  Sventura per l'uomo.

I - II - III - Luce in alto per gli dei.

“Preparò sotto il cocchio due veloci-volatori, destrieri pliedi-di-bronzo, di criniere d'oro chiomanti, ed oro egli pure rivesti sul corpo, afferrò la frusta d'oro perfetta e salì sul suo cocchio. Pieno di gioia il mare s'aprì e quelli volavano impetuosamente davvero, né di sotto si bagnava bronzeo asse.

E il dio verso navi-d'Achei i cavalli stupendi-nel-balzo portavano”.

M. - Qui, intorno a me, io non vedo alcuna luce.

 

                  (Una pausa, poi Marta riprende a lamentarsi).

M. - Le vedo, le vedo crescere, là in fondo ... Vogliono soffocarmi.

Mamma, mamma!

Mamma: Riposa, bambina, riposa.

Quando ti ammali mi siedo vicina al tuo letto e tengo la tua mano tra le mie e ti leggo favole e ti passo pezzuole bagnate sulla fronte che brucia e quando ti assopisci e non vedi, piango di paura. Paura di perderti, di non poter calmare la tua febbre, di non poter lenire il tuo dolore.

Tu mi credi forte ed io so di essere così debole, di non poter fare nulla per te; altro che stare a fianco del tuo letto e piangere con il viso girato.

D. - Ha una costituzione nervosa fragile. La febbre non è altissima, ma per lei è violenta. Sta delirando. Il morbillo alle soglie dell'adolescenza è più preoccupante che per un bambino piccolo. Quando sono piccoli hanno la febbre alta, i visi come mascherotti infuocati eppure hanno tanta vitalità e voglia di giocare che si fa fatica a tenerli fermi.

M. - Tutte queste donne nere si mettono fra me e voi. Queste donne mi inseguono, non mi danno più pace. Entrano e si fanno cenno e le altre che sono nel corridoio del treno entrano e mi vengono attorno e bisbigliano e bisbigliano.

Sgranano grani di rosario, come in una veglia funebre.

Quando è morto, il vecchietto del piano di sotto sono entrate nella sua stanza. La moglie taceva in un angolo, con il bel viso contratto sotto il velo nero e il fregio dell'armadio sembrava sovrastare ogni cosa. Era così alto quell'armadio, imponente, sicuro. Due volute si incontravano al centro, protese l'una verso l'altra. Si erano fatte compagnia per tanti anni. Erano come i becchi di due uccelli innamorati che si sfiorano tra l'arruffio delle piume morbide.

Una donna nera alzò la mano e il fregio cadde a metà. L'armadio era cosi desolato. Questa è la mia morte. Mi sento sola. Le donne si frappongono fra me e voi.

I - II - III - (Come un'eco): Morte, morte.

Mamma - Cosa dici mai bambina? Se una mamma sta a fianco al tuo letto e nasconde le lacrime a volto girato, tu non puoi morire. Ben altre battaglie abbiamo passato insieme e vissuto insieme e continuato a vivere dopo.

Il morbillo finirà.

Eri ancore più piccola. Ti avevano fatto la vaccinazione antivaiolosa, quella per cui solo adesso si fanno tante discussioni. Incominciasti a star male. La febbre saliva e mille papule si accendevano sul tuo corpo. Venne il dottore, prese il mio sangue e te lo iniettò. Aveva gocce di sudore alla radice dei capelli. Mi chiese