2026 Recensioni
(PAGINA IN COSTRUZIONE)
1) Rivista Sìlarus
2)
Rivista Xenia
3)
Rivista La civiltà della tavola
4)
Giuseppe Benelli, La magia dell’acqua e i fiumi
sacri della Lunigiana
5) Il
prete canta (4/1964-4/2026 per i nostri 62 di matrimonio)
6)
Foto di
Chicco e Marisa
SÌLARUS
Rassegna Bimestrale di Cultura
Fondata da Italo Rocco
Direttore Responsabile Pietro Rocco
Il
21 marzo ricorre la giornata mondiale della poesia, istituita nel 1999
dall’Unesco. Obiettivo: promuovere la letteratura, la scrittura, la
pubblicazione e l’insegnamento.
In
questa occasione Battipaglia onorerà Italo Rocco, che nato ad Ottati negli
Alburni, vi si trasferì nel 1942 in occasione del suo matrimonio con Aurora
Galdi, la primadonna laureata nel comune.
La
loro casa, dopo la guerra, divenne centro di cultura ed istruzione per tanti
giovani. Italo è stato a lungo Preside di scuola, il suo matrimonio è stato
allietato dalla nascita di sette figli, e fondò la rivista bimestrale Sìlarus
(nome del fiume Sele) per supplire alla
carenza istituzionale di una guida per la zona archeologica di Paestum.
La
cover nel tempo è diventata sempre con l’immagine della “Scafa” sul Sele,
dipinto di Philipp Hackert, pittore tedesco (1737/1807) che lavorò molto in
Italia.

C’è una bella
parola che diede origine ad uno scritto di Oliver Sachs: “Gratitudine”.
Provo tale sentimento verso questa rivista e
verso il fondatore.
È stata la prima
a pubblicare un mio lontano racconto “Le sedie” dedicato a chi fa assistenza la
notte in ospedale presso un parente e che alla mattina sembrano ormai uno
strumento di tortura. Poi nel tempo la Rivista mi ha più volte premiata, ma
nulla eguaglia l’emozione per il proprio primo racconto pubblicato e quindi
condivisibile da altri.
A parte che del
mio libro “Begonza” (che in un’etimologia inventata da me significava la “donna
due volte gonza” in quanto nei racconti popolari molti erano i gonzi ma le
donne non vi erano menzionate ed in quella categoria m’inserivo anch’io)
riuscii a vende 4 copie e l’altro centinaio che l’Editore Lalli mi restituì
finì in spazzatura. Bello il tempo dello scambio di libri lasciati sulle
panchine o nelle cabine telefoniche che poi fu proibito come accade a tante
lodevoli iniziative che non fanno male a nessuno.
Poi gioia più
grande è stata per me conoscere di persona Italo Rocco, che l’anno in cui ci
eravamo trasferiti a Milano per il lavoro di mio marito, ci venne a trovare a
casa e scoprii in quella occasione che era solito ogni anno a fare un viaggio
al Nord per pubblicizzare la Rivista.


Inserisco due immagini di una cover antica, di uno dei numeri di cui mi
fece omaggio Italo e la cover attuale molto elegante e raffinata.
Mi è anche caro
ricordare il rapporto di amicizia che si è stabilito negli anni con alcuni
figli di Italo: Lorenza e Maria Paola (che non è più) e Pietro.
Quindi tanta
gratitudine da parte mia.
Per dimostrare
quanto la Rivista sia sempre attuale in questo ottavo centenario della morte di
San Francesco in questo numero 363 non solo viene ricordato che il Santo
transitò da Agropoli e che ancor oggi si può vedere lo scoglio in cui parlò ai
pesci, ma la prima poesia che viene riportata riguarda la 72esima giornata
della Lebbra (1954-2026). Non è a caso questo scritto se nel testamento di San
Francesco si cita l’abbraccio con il lebbroso.
La poesia è di
Raoul Follereau. “Signore, ecco i veri lebbrosi” e lo scrittore conclude che
sono “gli egoisti, gli empi, i comodi, i paurosi… tutti coloro che sciupano la
propria vita e prima di loro coloro che hanno crocifisso Gesù”.
Poiché la poesia
è sempre come una via diretta per la verità tra gli autori che concludono il
numero viene ricordata con due liriche Mariagina Bonciani. Una di queste
s’intitola “Sto rincorrendo il tempo”.
Una bella
battuta di Antonio Di Pietro, magistrato e politico (ricordato per “Mani
pulite”) è: “il tempo è l’unico che non sono riuscito ad arrestare”.
Scrive
Mariagina:<<Sto rincorrendo il tempo/che non basta/ per fare tutto ciò
che voglio / e devo fare/… Sto rincorrendo il tempo/ e tutto riesco a fare/
arrivando a tutto/ di corsa e all’ultimo momento>>.
Molto godibile,
in questo numero, uno scritto di Pasquale Maffeo: “Nipoti di Pulcinella”. La
chiave di lettura è: “Un binomio esplosivo Napoli e l’adolescenza, Napoli e gli
scugnizzi”. Nel nome della maschera napoletana vengono evocati luoghi, umori,
sapori, atmosfere, l’irridente filosofia della città dalle mille
contraddizioni.
Uno scritto
molto interessante di Marcello De Simone riguarda la musica vagneriana.
Molto importante
- mi sembra - il ricordo della cerimonia di consegna dei Premi Scolastici 2025,
organizzata da Banca Campania Centro con titolo: Quando il merito diventa
cultura.
Sono stati 114 i
giovani soci e i figli di soci premiati per aver raggiunto nel 2025 importanti
traguardi scolastici.
Leggo anche
questa testimonianza come un ricordo di Italo Rocco, Preside di Scuola.
Grazie Sìlarus!
Rivista XENIA
(parte I)

Xenia significa nel greco antico
ospitalità, accoglienza e rispetto sacro verso lo straniero
Aprire e sfogliare la rivista Xenia è
come sentire un soffio d’aria fresca e antica: ci si sente accolti perché la
cultura si perde nella notte dei tempi e per fortuna c’è chi sa rinnovarla ai
giorni nostri.
Della redazione fa parte la cara amica
Rosa Elisa Giangoia, professoressa di Lettere al Liceo e vicepresidente del
Lyceum genovese con all’attivo molti libri pubblicati, mai banali per i temi
trattati, storici e lirici. Soprattutto un’appassionata della poesia da
divulgare perché molti altri se ne appassionino a loro volta. Ho sempre pensato
che la poesia sia una scorciatoia per la verità perché in pochi versi fa capire
argomenti per cui ci vogliono pagine e pagine di prosa.
.
(un’immagine di Rosa
Elisa)
Il numero 4 del dicembre 2025, Anno X
della rivista, inizia con un saggio di Claudio Pozzani: “Parole spalancate,
Trent’anni di avventure poetiche” e mi piace partire da qui per riportare
alcuni versi che vi sono riportati di Catherine Pont-Humbert (Francia) a
spiegare la potenza della parola. Con titolo “Senza le parole” i versi che mi
hanno colpito sono questi: “Quando la frase smarrita/traccia nero su
bianco/prosegue ai margini del testo/invincibile, irriducibile/ Quando il verso
corazzato fende la pagina”. Vi riconosco tutta la potenza della parola e della
poesia. “Parole spalancate” è un Festival giunto ai suoi trentun anni
(1995-2025). Per i trent’anni, ricordati in questo numero, ospite d’onore è
stata la Georgia ad attestare che sotto l’insegna della poesia si possono unire
popoli diversi. E nel 2025 non è mancato un omaggio ad Eugenio Montale, ma per
far capire l’incredibile diversità e unità della poesia riporto dal Festival
anche una frase di Saskia Stehouver (Paesi Bassi) da Pellegrini e altri pedoni:
“Cosa venne prima, la preghiera o la casa?” Domanda essenziale e di
difficilissima risposta.
Il secondo saggio di Giuliano Rovetta
“Discorsi intorno al Nobel” entra in medias res riferendosi al premio più
prestigioso, il Nobel. Ci racconta della “magic call”, la chiamata notturna che
risuona quasi inaspettatamente in una parte del mondo dove risiede il fortunato
prescelto. Una notizia curiosa: negli archivi del Comitato Nobel risulta anche
il nome di Christian Brandt, parlamentare socialdemocratico, che nel gennaio
1939 presentò come candidato al Premio per la Pace Adolf Hitler: una
provocazione per far riflettere sull’eccessiva indulgenza europea nei confronti
del nazismo.
Né si può far a meno di sottolineare –
scrive Rovetta – come la ribalta del Nobel abbia consentito ai premiati di
rappresentare situazioni di ingiustizia sociale o restrizioni della libertà. È
il caso di Doris Lessing, nata in Iran, cresciuta in Rodesia del Sud (Zimbawe)
e trasferitasi a Londra sui trent’anni che nel discorso di ricezione del Nobel
volle ricordare un amico scrittore, nero originario dello Zimbawe. Questi
imparò a leggere non a scuola, non frequentando una biblioteca, ma sulle
“etichette dei vasetti di marmellata e sulle confezioni delle conserve di
frutta”.
E lo scrittore Mo Yan, Nobel 2012,
ricorda come nato povero in una regione della Cina orientale, a scuola fosse
oggetto di prepotenze, oggi diremmo bullizzato, ma sua madre lo rassicurava:
“poiché il tuo cuore è generoso e compi buone azioni, potresti anche da brutto
diventare molto bello”.
Quindi incontriamo di Franco Zangrilli
un saggio su “Pirandello e la funzione della memoria”. Inizia ricordando
il primo romanzo pirandelliano, Marta Ajala, pubblicato con il nome L’Esclusa.
È molto spassoso: Antonio, il protagonista, torna a vivere nella casa
paterna dopo aver mandato via la moglie, da lui sorpresa a leggere la lettera
di un ammiratore. Il padre per consolarlo gli dice che nella sua famiglia non
c’è mai stata fortuna con le donne e neanche sua madre è stata una “santa”.
Non può mancare l’esame de Il fu
Mattia Pascal, un bibliotecario che racconta come la rovina finanziaria
della sua famiglia sia avvenuta causa l’amministratore di cui “un ladro più
ladro di Batta Malagna non nascerà mai più sulla faccia della terra”. Mattia
tornerà alla sua terra dopo aver assunto una falsa identità ed esser stato
ritenuto morto ma nessuno lo ricorda più e lo riconosce. E quando va al
cimitero, ci va per vedersi morto e sepolto là e si porta fiori
Mi viene in mente che al camposanto di
Valfenera d’Asti dove sono sepolti molti avi della famiglia di mio marito c’era
un signore che il giorno dei defunti si era già fatto fare la lapide e si
portava fiori, poiché vivendo da solo immaginava che nessuno lo avrebbe mai
ricordato.
Ecco finalmente che ad un terzo del
libro arriva un bel saggio di Rosa Elisa “Pacifismo e patriottismo
nell’Ottocento”. È un’analisi storica a partire dalle prime associazioni
pacifiste di ispirazione cristiana, promosse dai quaccheri a New York,
Filadelfia e Boston ad iniziare dalla New York Peace Society, fondata
nell’agosto 1815 da David Low Dodge con l’obiettivo di promuovere il pacifismo.
Nel saggio viene ricordato Thoreau,
precursore della non violenza con il suo Disobbedienza civile che fu
d’ispirazione a Tolstoj, Gandhi e Martin Luther King per la lotta non violenta.
Il primo Congresso europeo per la pace è
del 1843 e Victor Hugo vi pronunciò un appassionato discorso preconizzando il
giorno in cui sarebbero nati gli Stati Uniti d’Europa. Vengono ricordati
Mazzini e Garibaldi, ma mi piace soffermarmi su Teodoro Moneta: giovanissimo
nel 1848 aveva partecipato all’insurrezione milanese che diede vita alla prima
guerra d’indipendenza. Nel 1858 entrò nei Cacciatori delle Alpi seguendo
Garibaldi nella spedizione dei Mille. Nel 1867 iniziò a collaborare a Il
Secolo, fondato l’anno prima da Edoardo Sonzogno e due anni dopo ne divenne
direttore. Nel 1909 gli fu conferito il Nobel per la Pace, consacrandolo padre
del pacifismo italiano.
Le sorprese di questa eccellente rivista
non finiscono ed ecco un ricordo di Antonino Ronco a cent’anni dalla nascita (9
ottobre 2025) con tre relatori: la figlia Simonetta Ronco, il professor Stefano
Verdino e Rosa Elisa Giangoia.
Ronco nel 1945 si arruolò a Faenza in un
reparto dell’esercito operante a fianco degli alleati. Poi si iscrisse alla
Facoltà di Giurisprudenza a Torino, ottenne i primi successi letterari, approdò
al Corriere Mercantile a Genova e nel 1965 venne chiamato al Secolo
XIX dal direttore Cavassa dove rimase fino al pensionamento nel 1990. Ha
dedicato due libri al suo paese d’origine Balestrino una valle, un feudo,
una civiltà e Un paese tra due secoli.
La figlia ricorda un viaggio in treno,
partendo dalla stazione di Oneglia, del padre con un amico. Vi erano saliti
quando suonava l’allarme per incipienti bombardamenti. Avevano incontrato nel
loro scompartimento un signore che scrisse nel suo taccuino come ringraziamento
per essersi fatto portare una bottiglietta d’acqua, presa da Ronco, alla
stazione di Alassio: “Ronco da Toirano, scrittore, poeta e quanto mai
fantasioso verista sincero. Firmato Marco Ramperti”. Solo finita la guerra
avendo iniziato la carriera di giornalista a Roma, Ronco conobbe persone che
avevano incontrato Ramperti e scoprì che questi era del tutto diverso dal
misterioso viaggiatore. Però pensò: “la persona che lodò il mio lavoro, mi
aveva indicato la strada che poi avrei seguito e quindi quel giudizio per me è
stato importate. Accettò l’idea che fosse stato il suo Angelo custode,
impegnato a dar concretezza ai suoi sogni, rafforzando la sua decisione di
seguirli ad ogni costo.
A questo punto, a metà esatta della
rivista, un saggio della Giangoia su Luigia Pallavicini tra realtà e poesia.
Ho il vizio quando mi appassiono ad uno
scritto di volerlo commentare riga per riga quasi come l’avessi scritto io e
quindi mi fermo per non togliere la sorpresa a qualche eventuale lettore ma mi
piace concludere con una frase dal libro, molto importante: “Da cosa nasce
l’ispirazione? Nasce da un incessante ‘non so ‘ “. E’ la voglia di ogni uomo di
scoprire sempre.
Per non far torto agli eletti di questo
numero elenco i saggi successivi: di Beppe Mariano Le delusioni di Santorre,
di Remigio Bertolini Tre Poesie, di Mario Pepe Proust e l’amore,
di Daniela Bisagno Quando l’inaspettato si mette a parlare intorno all’
“origine” di Enrico Testa, di Isa Morando Dittico della Grande Fontana, di Elisabetta Piccioni La toelettina,
di Luca della Bianca Una promessa, di Maria Rosa Acri Ritorno in
Piemonte, di Maria Iatosti Ritorno a Nesci, di Paola Scarfì Lo
zoo di Zebrino, di Milena Buzzoni Creta: Storia, Tamerici e trasparenze
marine. di Cristina Lebrat Giovanna Puggioni. Una Filmmaker genovese,
di Goffredo D’Aste I miei Americani 1 e 2 (Adriano Celentano), quindi Prospezioni
con i saggi di ben dieci Autori.
Buona lettura e ne uscirete più ricchi!
Giuseppe Benelli
SAGGISTICA
(Ho ricevuto questo testo molto istruttivo del Prof. Giuseppe Benelli, caro
Amico del mio papà, che pubblico come mi è stato mandato).
LA MAGIA DELL’AQUA
E I FIUMI SACRI
DI LUNIGIANA

«Noi veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi;
una improvvisa eruzione di un vasto
fiume sotterraneo trova i suoi
altari; si presta
culto a sorgenti d’acque calde; ci
sono
stagni resi sacri dalla loro opacità
o da profondità
smisurate». Seneca, Lettere morali
a Lucilio, Lettera XLI.
In
numerosi miti e leggende, che si sono
tramandati
nei millenni in tutte le culture,
l’acqua
costituisce il principio essenziale
dell’universo.
Per l’uomo primitivo
che
viveva a stretto contatto con
la
natura, le cose veramente importanti
erano
riconducibili ai quattro elementi
“divini”:
il fuoco, la terra, l’aria e l’acqua.
Ma
l’acqua è la più presente nei testi antichi
anche perché
si carica di significati
sia
negativi che positivi. Le tradizioni di
popoli
molto antichi riportano il mito
del
diluvio universale che ha distrutto
tutta
l’umanità. Gli studi geologici condotti
nelle zone dove
il racconto è più
vivo e
circostanziato, la zona tra il Tigri
e l’Eufrate,
hanno rivelato la presenza di
tracce di grandi
inondazioni legate ai secolari
cicli dei
disgeli postglaciali. La tradizione
letteraria greca
presenta il mito
di Deucalione e
Pirra, unici superstiti
del diluvio
universale mandato da Zeus
per punire la malvagità
degli uomini. La
tradizione
ebraica attribuisce la causa del
diluvio alla
cattiveria degli uomini e racconta
il cataclisma
nella Bibbia, libro I
della Genesi, dove Dio decise di punire
l’umanità ed
eleggere Noe e i suoi figli a
continuatori
della stirpe umana.
Tuttavia presso
i popoli che si affacciano
sul
Mediterraneo, le acque generarono
soprattutto
stupore, miracolo e poesia.
In maniera
particolare l’acqua che sgorga
dalla terra
assume un valore sacrale, poiché
e l’elemento
primordiale che deriva
dalla terra
concepita come madre
feconda.
Numerosi sono i miti e
le leggende che
riguardano sorgenti
e fontane
dell’eterna giovinezza
e
le credenze sulle acque miracolose
Torrente verde che guariscono da
(196 Il Porticciolo
SAGGISTICA)
tutte le malattie dell’anima e del
corpo.
Intorno all’acqua ruota un mondo di
culti e riti, in cui il sacro si
confonde col
profano. Come il tempo interiore, dove
non c’è momento che non sia compenetrato
dalla memoria del passato, così lo
scorrere dei fiumi lunigianesi riempie i
ricordi del profumo dell’acqua da bere,
dopo la frase rituale: «Acqua corrente
la
beve il Serpente, la beve Dio, la posso
bere anch’io». Formula recitata da noi
ragazzi pontremolesi dello scorso
secolo,
quando assetati eravamo costretti a bere
l’acqua dei fiumi o dei bozzi. Temendo
che l’acqua potesse essere inquinata,
per
renderci immuni da tale pericolo, prima
di berla ripetevano tre volte la formula
magica che invocava il divino assieme
al diabolico. Il
motivo dell’acqua legata
agli inferi e
identificato con l’Acheronte,
luogo di confine
tra il mondo dei vivi e
quello dei
morti. Nel terzo canto dell’Inferno
dantesco
l’Acheronte e il fiume
dove le anime si
riuniscono in attesa di
essere
trasportate nella riva opposta.
In questo modo
lo scorrere del flumen
(da fluere,
“scorrere”) implica un’esperienza
fondamentale
nella crescita umana.
Come la
coscienza e «vita che sempre
scorre», così la
metafora della corrente
dell’acqua
rinvia alla sorgente originaria
della vita da
affrontare con i suoi pericoli,
le sue sfide, il
rischio dei tuffi, l’attraversamento
a nuoto dei
bozzi, che noi
ragazzi
chiamavamo con supponenza “laghi”.
***
Con il
progressivo disincanto del mondo
non abbiamo
smesso solo di credere
che la terra
fosse piena di dei, abbiamo
anche
dimenticato che i luoghi hanno
un’anima,
diversa ma non meno viva
ed efficace di
quella delle persone. Abbiamo
inventato lo
«spazio anonimo» e
così abbiamo
disimparato a riconoscere i
luoghi con le
loro vocazioni, i loro segni
e il loro
destino. Nella Bibbia Dio è una
voce che parla
attraverso i luoghi. Dio
non e u-topico, perché
ha il suo luogo:
un altare, un
monte, un tempio. Luoghi
che tuttavia non
catturano Dio che resta
libero dai
nostri e dai suoi luoghi, ma
che conservano
per sempre le stigmate
del suo tocco.
L’uomo biblico può essere
nomade ed
errante perché il suo territorio
e marcato dalla
presenza di Dio e
così, anche se
pellegrino, non e mai spaesato.
Il tempo e lo
spazio sono spesso
nemici, ma il
luogo e sempre amico del
tempo, perché e lì
– in quella comunità,
La Magra scorre
lungo l’abitato di San Nicolo
Pontremoli
(197
Il Porticciolo SAGGISTICA)
in quella
famiglia, in quella terra – dove
le generazioni
si trasmettono la vita. E
i beni comuni
non si distruggono se da
spazio diventano
luogo (dal latino locus,
“posto”,
“paese”).
La
divina provvidenza dota l’acqua di
poteri
miracolosi che i santi fanno erompere,
con
evidenti richiami alla purificazione
battesimale,
e che può divenire
nutrimento
completo, come nel caso
dell’eremita
Martino citato da Gregorio
Magno,
o dell’acqua miracolosa che
i
fratelli della Navigatio sancti Brendani
trovano
presso l’isola dell’eremita Paolo.
Benedetto
e Colombano forzano la natura
delle
rocce e fanno scaturire riserve
idriche
per le loro fondazioni assettate e
preoccupate.
I miracoli intervengono a
riempire
cisterne vuote o a garantire la
costruzione
e la protezione delle opere di
canalizzazione
per i mulini, specificatamente
menzionati
nella Regola di Benedetto
come
opere indispensabili alla vita
dei
monasteri.
L’acqua
e vista come un elemento dalla
forza
misteriosa, in grado di trasformarsi
continuamente,
penetrando il suolo e la
roccia
e nutrendo la terra sotto forma di
pioggia.
La simbologia dell’acqua e articolata
e
complessa e cambia a seconda
del
tipo di acqua: l’oceano, ad esempio, e
tradizionalmente
visto come una forza o
divinità
maschile, mentre le sorgenti, vicine
alla
selva e ai boschi, sono associate
a
divinità femminili. Ciò interessava ambiti
religiosi
che si collegavano a tematiche
cosmogoniche
e teogoniche, laddove
la
genesi mitica e la figura divina davano
sacralità
ai fenomeni della natura. E queste
simbologie
hanno coinvolto sia livelli
religiosi
primitivi che evoluti. L’acqua,
attraverso
forme strutturali apparenti,
viene
interpretata come epiphaneia idrica,
come
la Grande Madre Fonte, l’energia
dissetante
della Terra Mater. In tutte
le
culture la forza vitale (vis vitae) e stata
costantemente
correlata ai terreni fertili,
al
giusto rinnovarsi dei cicli stagionali
per
il raggiungimento della sicurezza
e
della prosperità. Pertanto lo scorrere
dell’acqua
diventa la metafora della esistenza
nella
sua drammatica precarietà e
il
rumore dell’acqua e la voce del nostro
anelito
di vita, della nostra inestinguibile
sete.
***
L’acqua
rappresenta l’elemento chiave
del
cosmo e della vita fin dalle origini
del
pensiero filosofico greco. Talete, fondatore
nel
VI secolo a.C. della scuola di
Mileto
in Asia Minore, ritiene l’acqua il
principio
(archè) di tutte le cose. L’acqua
consente
la vita vegetale, animale e umana:
i
semi per schiudersi hanno bisogno
dell’umidita;
gli embrioni vengono concepiti
e
crescono nell’acqua; noi siamo
fatti
in gran parte di liquidi. L’acqua
compare
sempre nelle teorie degli antichi
cosmologi:
in Anassimene l’acqua
è
parte del ciclo di rarefazione e condensazione;
in
Anassimandro l’umido
è
uno dei contrari che permette il ciclo
cosmico;
per Eraclito di Efeso il divenire
è
un eterno scorrere in cui ogni cosa e
soggetta
al tempo e alla sua trasformazione.
«L’acqua
e delle origini. Da acque
mitologiche
origino l’universo, da acque
oceaniche
affiorarono le terre emerse, in
acque
marine si formò la vita, in acquosità
uterine
si sviluppa il feto, in brodi
(198 Il Porticciolo SAGGISTICA)
di
coltura crescono colonie biologiche».
Eraclito
assunse l’immagine di un fiume
a
esprimere l’universale fluire dell’esistenza:
panta
rei, tutto scorre nella vita
e
in ciò che e vivo. Aristotele scrive che
per
Talete «la terra poggia sull’acqua»,
nel
senso che l’acqua sostiene e sorregge
la
terra come un’isola che si erge dal
mare.
L’immagine rinvia a quel contesto
mitico
e poetico da cui la filosofia trae
origine.
Quando Omero nomina l’acqua
la
intende come Oceano, il fiume che
circonda
la terra e che «a tutti i numi fu
origine»
(Iliade). Questo avvicinarsi al
significato
simbolico dell’acqua ha sicuramente
riscontro
nella mitologia greca
e,
infatti, nell’Iliade troviamo all’origine
del
mondo e delle divinità «Oceano, che
a
tutti i numi fu origine» e Teti, «la madre
».
Esiodo,
nella Teogonia, parla della numerosa
prole
generata da Oceano e Teti:
moltissimi
figli (fiumi) e figlie (fonti e
ruscelli),
le Oceanine che sono addirittura
tremila,
come afferma Esiodo, benché
ne
citi solo quarantuno. Oceano per
gli
antichi era il grande fiume dall’ampio
e
poderoso flusso, eterno alimento
di
tutti i corsi d’acqua, che delimitava
circolarmente
il confine del disco piatto
della
Terra, oltre il quale si trovava l’Erebo,
il
luogo dell’Oltretomba, le tenebre.
Il
significato materno dell’acqua e
una
delle interpretazioni simboliche più
chiare
della mitologia. Mithra nacque
nei
pressi di un fiume e Cristo ricevette
la
“rinascita” nel Giordano.
Il
fascino del vivere risiede, dunque, in
questa
continua ricerca di ciò che, nascosto
ai
nostri sensi ordinari, genera e
da
movimento all’esistenza, di ciò che
alimenta
e rende emozionanti la nostra
mente
e la nostra fantasia: «il vento
dell’immaginazione».
Gli dei annidati
nelle
pietre, nelle querce, nelle acque
rumoreggianti
e profonde sopravvivono
e
con una resistenza tenace ci giungono
dissimulati
sotto vari aspetti. Il gran dio
Pan
vive eterno in questi luoghi e col suo
flauto
e la sua melodia ancora incanta e
guida
le ninfe delle acque e tutti gli dei
minori
delle selve e dei monti. Chi vive
nei
fiumi si porta dietro, come un seducente
alone,
la delicata e complessa tessitura
di
una realtà indicibile, senza tempo,
fatta
di echi, sussurri, voci, visioni,
emozioni,
preveggenze e di quant’altro
di
arcano ancora avvolge l’universo.
***
Un
tempo i fiumi erano immaginati
come
possenti divinità, da cui si chiedeva
soccorso,
protezione e ristoro. L’acqua,
nella
molteplicità delle forme che
può
assumere, si rivela oggetto di significati
psicologici
che le nostre proiezioni
possono
attribuirle: acqua che fluisce,
acqua
che staziona, acqua che sgorga
dalla
terra e che vi si inabissa, acqua sotterranea,
acqua
piovana che fa nascere la
vita,
diluvio che tutto distrugge, lasciando
una
speranza di vita. «L’acqua cristallina
s’intorbida
dei tratti foschi dell’animo
umano;
l’acqua chiara si oscura di
esperienze
e sofferenze; l’acqua corrente
ristagna
in gorghi e paludi». Ogni fiume
ha
una voce propria: nasce dal fondo
della
terra e «ha la malinconia delle cose
che
non tornano».
I
fiumi erano adorati e rispettati nel timore
che
un’offesa provocasse la loro
(199 Il Porticciolo SAGGISTICA)
collera,
causando disastrose calamità. I
nomi
dei fiumi sono scrigni che, aprendosi,
raccontano
miti e leggende attraverso
le
piogge che spostano il loro corso
e
i venti che soffiano sulle loro acque.
Una
storia misteriosa che ne contiene
tante
altre e che riscatta la magia dell’intero
territorio
che il fiume attraversa. Un
abbraccio
odoroso dell’umidita del muschio,
del
gusto amaro dei castagni, della
resina
degli abeti e del profumo intenso
dei
ciclamini. Un intreccio avvincente,
soggetto
a colori e profumi, emerge dalle
acque
legate da eventi storici leggendari.
Piene
improvvise che minacciano «i
ponti
del diavolo», fiumi ghiacciati in
piena
estate, pievi e castelli, pellegrini e
ladroni,
terremoti e paure, sono i simboli
di
una terra di transito come la Lunigiana.
Ogni
storia di popoli e legata a un fiume
e
il futuro di ogni comunità non
avrebbe
senso senza la salvaguardia del
proprio
corso d’acqua, generoso portatore
di
suoni e colori, imprevedibile
elemento
del paesaggio mai eguale a se
stesso,
baricentro d’un diverso e più sano
modo
d’intendere il rapporto tra l’uomo
e
il suo ambiente. Ogni fiume per
gli
antichi ha il suo Genius loci che ne
esprime
le valenze spirituali, artistiche e
etnoantropologiche
che lo caratterizzano
e
lo rendono unico e diverso da ogni
altro.
La parola “pietra”, dal greco petra
(“roccia”,
“scoglio”), sembra appartenere
a
una classe solitamente riservata alle
entità
animate. I sassi, dal latino saxum
(“fendere”,
“spaccare”), vagano rotolando
da
pendii ricoperti di ghiaia, mossi
dal
proprio peso o trasportati dall’acqua,
dal
ghiaccio o dalle onde dell’oceano. E
producono
dei suoni quando vengono
colpiti:
e come se ogni pietra avesse una
su
voce distintiva. In ciascun luogo e
presente
una divinità che dà vita e respiro
a
quel luogo. Un nume che mantiene un
equilibrio
congeniale tra gli elementi naturali
e
gli uomini, ma che al contrario
si
irrita se le caratteristiche e l’armonia
dei
fiumi vengono modificate da azioni
o
gesti estranei alla sua identità.
Le
ninfe (dal greco núnphe, “velata”) vivevano
nelle
fontane, nei ruscelli e nel
mare:
non erano immortali, ma in genere
avevano
una lunga vita. Venerate
dai
greci come geni benigni ai mortali,
abitatrici
delle fonti, dei fiumi e dei laghi
(naiadi),
delle foreste (driadi o amadriadi),
dei
monti (oreadi). Le ninfe rappresentano
l’eternità
e al contempo ce la offrono:
le
fonti e i fiumi appaiono come
Il
torrente Bagnone scorre lungo l’abitato del
borgo
(200 Il Porticciolo SAGGISTICA)
labirinti
nei quali perdersi e gli stagni si
presentano
come occhi insonni. Le naiadi
(dal
greco naïás-ádos, da náo, “scorrere”),
ninfe
delle sorgenti e dei laghi,
apportavano
fecondità. Le ninfe, spesso
rappresentate
insieme con satiri al seguito
di
Bacco o di Pan, sono nominate con
frequenza,
ma per lo più genericamente
dai
poeti greci e latini (tra questi soprattutto
i
bucolici e Ovidio): tanto che
non
solo naïás può indicare, per traslato,
ogni
ninfa, ma anche, per metafora,
il
fiume, l’acqua o la natura del luogo.
Le
Driadi erano spiriti degli alberi, dei
boschi
e delle foreste. Secondo antichissimi
miti,
ogni Driade nasceva con un
albero
da custodire e viveva nell’albero
stesso
oppure nelle vicinanze. Quando il
suo
albero crollava e la Driade moriva,
gli
dei punivano chi ne aveva causato la
distruzione.
Il
torrente Verde per me bambino possedeva
una
sua selvaggia bellezza, coi suoi
odori,
i colori, i crepacci e i ruscelli freschi
che
vi versavano. Nel periodo delle
piogge
correva verso il fiume Magra
con
una foga irresistibile, saltando tra i
massi,
scavandoli e modellandoli col suo
impeto
scrosciante. A lui si legano i miei
primi
ricordi da bambino, seguendo mia
madre
e le sue amiche nel rito del bucato
di
bianche lenzuola. Sull’orlo delle
pozze
azzurrine ho imparato a nuotare
e
a prendere i pesci con le mani sotto i
sassi
(mantastare, “tastare con le mani”),
mentre
le donne inginocchiate su ampie
pietre
levigate insaponavano i panni e
risciacquavano
le grandi lenzuola, che
facevano
asciugare sulle pietre. In questo
ambiente
sospeso, nel riverbero bianco
dei
panni stesi al sole, si annidava un’attrazione
magica,
in grado di sedurci e
dilatarci
in una trasfigurazione che ci
assorbiva.
***
In
origine, sulla base di miti e credenze
popolari,
i nomi dei fiumi erano femminili
quando
si vedeva nell’acqua una
fonte
di vita e un simbolo di fecondità.
Al
contrario, il nome dei corsi d’acqua
era
maschile quando si avvertiva come
preponderante
la potenza e l’impeto del
flusso
della corrente, che determina da
solo
il proprio percorso. Il fiume maschio,
nervoso
e irruente, va dritto verso
il
mare; mentre il fiume donna ama le
anse
dove indugiare e la varietà del paesaggio.
I
corsi d’acqua femminili «nella
loro
mitezza di madri, accolgono ogni
creatura
che si avvicina». Fra i fiumi sfocianti
in
mare, che un tempo erano femminili
e
che in certi casi lo sono ancora,
vanno
ricordati almeno Piave, Brenta,
Marecchia,
Pescara, Cecina e Magra. Oltre
a
questi sono femminili diversi fiumi
minori,
in particolare fra gli affluenti.
Ad
esempio, fra gli affluenti del Po sono
femminili:
Dora Riparia, Stura, Dora
Baltea,
Sesia, Olona, Trebbia, Parma,
La
Magra alla foce
(201 Il Porticciolo SAGGISTICA)
Enza;
e fra quelli dell’Arno: Sieve, Greve,
Pesa,
Elsa, Egola, Era. Le spinte al cambiamento
di
genere provengono quasi
sempre
da ambienti esterni, considerati
più
elevati rispetto a quello locale, nei
quali
conta di più regolarizzare e uniformare
la
lingua che accertare e rispettare
l’uso
popolare. E tali spinte sono provocate
e
rinforzate da una norma ripetuta
nelle
scuole e nelle grammatiche da
più
di un secolo e mezzo: per il genere
dei
nomi geografici e in particolare per
quello
dei fiumi che e fra i più incerti,
in
linea di massima ci si deve regolare sul
nome
della categoria, ovvero sul nome
comune
preposto o sottinteso. Quindi,
dato
che i nomi comuni dei corsi d’acqua
sono
quasi tutti maschili (fiume,
torrente,
ruscello, rivo, canale), anche i
nomi
propri dei fiumi (tranne quelli
terminanti
in –a, per i quali ci puo essere
una
eccezione documentata sulla base
di
celebri impieghi letterari) vanno al
maschile.
Così la norma inculcata dalla
scuola
e stata largamente adottata nell’italiano
degli
scriventi colti, mentre gli
usi
originari o sono andati scomparendo
o
si sono conservati nella parlata locale
e
popolare. Per questo il fiume Magra
oggi
risulta trattato generalmente come
maschile,
anche se in tutte le Cronache
lunigianesi
viene citato al femminile e
mio
nonno mi correggeva se lo dicevo al
maschile.
E quando gli dicevo che così
mi
insegnava la maestra, rispondeva: «La
tua
maestra non capisce niente!».
Sulla
«Rassegna italiana» del novembre
1918
Donato Sanminiatelli, vicepresidente
della
“Dante”, mostrava come
l’“ingiuria”
di cambiare sesso ai fiumi
stesse
già diffondendosi, minacciando
di
sovvertire l’originaria natura dei fiumi.
«Chi
sogno mai, nella valle padana,
che
la Bormida al Tanaro sposa, che la
gemina
Dora o l’Orba selvosa o altre
loro
consorelle possano, dal Manzoni in
poi,
aver cangiato sesso? O in Toscana,
che
dovrebbe dettar pur sempre un po’
di
legge? Resterebbero ancora a bocca
aperta
i miei corregionali, se udissero
mascolinizzare
la Sieve, la Pesa, la Lima,
la
Cecina o la Magra».
L’antico
legame fra popolazione locale
e
realtà ambientale, che nel corso dei
secoli
ha permesso alla Lunigiana di acquisire
una
propria identità paesaggistica
e
culturale, e dovuto alla Magra (dalla
radice
indoeuropea makr, “allagare”,
“sommergere”,
dall’accadico makrum,
“luogo
dove si raccoglie l’acqua”) e ai
suoi
affluenti. Il fiume, che segna storicamente
il
confine tra la Toscana e la
Liguria,
ha origine dalle pendici meridionali
del
nodo appenninico del monte
Borgognone
e si sviluppa per un corso
di
62 km. sboccando nel mare a levante
della
Punta Bianca. Tra gli affluenti della
Macra
s’incontra il Verde (dalla radice
indoeuropea
bheredh, “tagliare”, “incidere”),
che
e in parte deviato per scorrere
lungo
i palazzi di Pontremoli come Bedale,
“canale”,
“corso d’acqua infossato”,
dal
celto-ligure bedo. Altri affluenti sono
il
canal d’Angiola, dal greco aggelos, “angelo”,
nunzio
della volontà divina, essere
intermedio
tra la divinità e l’uomo, la
Magriola
(macra-ola, “piccola Magra”),
la
Gordana (dal latino medievale gordus,
“canale”,
“fosso”), la Capria di sinistra
(dalla
radice indieuropea cabhr, “sommergere”,
probabile
riferimento all’avvallamento
acquitrinoso
del terreno) e
(202 Il Porticciolo SAGGISTICA)
la
Capria di destra, oggi chiamata Teglia
(dalla
radice indoeuropea tek, “correre”,
“fluire”),
la Mangiola (m-angiola), il Bagnone
(Banòn,
“guado”), il Tavarone o
Taverone
o Teverone (da tek, “fluire”),
l’Aulella
(dalla radice indoeuropea ap/
aps/au/aus,
“fonte”, “fiume”, nel latino
medievale
apsella, “canale da mulino) e
la
Vara (dalla base prelatina vara, “acqua”).
Dove
nelle diverse età si ha il prevalere
del
femminile o del maschile.
***
La
simbologia dell’acqua rievoca il fluire
incessante
delle cose, l’eterno cambiamento
anche
in cio che appare immutabile,
l’incanalamento
in una direzione
predestinata.
Ci ricorda che non possiamo
salire
oltre la nostra fonte e che,
come
tutti i fiumi si ricongiungono al
mare,
anche per ogni uomo la meta finale
e
sempre raggiunta. Per Kant possiamo
accostarci
alla natura solo provando
un
«brivido sacro», quel brivido che trova
in
Goethe una delle espressioni più
alte:
«Chi esplora la natura lasci i fenomeni
originari
nella loro pace eterna e
nel
loro eterno splendore». Nell’immaginario
il
fiume e spesso lo spazio in cui e
ambientato
un viaggio, per cui può simboleggiare
lo
scorrere del tempo, il fluire
della
vita, la dissoluzione o la perdita di
se.
In alcuni casi il fiume e immagine
della
frontiera e della divisione: rivale
(dal
latino rivalis, da rivus, corso d’acqua
conteso)
e il nemico, l’avversario, l’antagonista.
Ma
può essere anche simbolo di
unione
come un luogo di guado e transito,
di
sosta e pace.
Lo
scrittore lunigianese Maurizio Maggiani,
l’autore
del Coraggio del pettirosso,
scrive
nel racconto Bocca di Magra: «…
e
dentro ogni cosa – insediato - annoto
il
dolce fiume tuttocurve, la dolce madre
di
ogni acqua Magra, che gli orizzonti e
i
marmi e i castelli e persino gli uomini
di
quella morbidità ne risentono e se ne
colorano.
Incerto, tra i pini della collina,
intuisco
il movimento finale, il darsi del
fiume
al suo mare, il scivolare dell’acqua
sull’acqua
che traccia sottili variazioni di
trasparenza
e spessore». Giunta al mare,
la
Magra racconta i sogni della sorgente
e
dei paesi che ha attraversato. Nel suo
flusso
vi e una costanza, un ritmo, permanenze
invariate
mentre l’acqua sempre
vi
si rinnova: come i mulinelli, i vortici
d’acqua,
per cui il flusso sembra tornare
su
di sé, avvolgersi su se stesso. Come
il
tempo interiore rimane coinvolto nel
continuum
della corrente della vita, così
la
metafora del fluere (“scorrere”) implica
che
le sue parti non sono separabili perché
altrimenti
nulla scorrerebbe. Come
la
coscienza e «flusso dei vissuti» ove si
dispongono
tutte le singolarità scorrenti,
così
la metafora della corrente dell’acqua
rinvia
a una sorgente originaria, al cuore
della
soggettività assoluta. «Flusso» e
solo
un’immagine che serve ad indicare
ciò
per cui, come ci avverte Husserl, «ci
mancano
i nomi» per appropriarcene.
Del
resto, l’alveo dei fiumi non può essere
proprietà
di nessuno perché è sacro
e
ciò che e sacro non può avere padroni.
Ancora
oggi il demanio ne tutela l’autonomia
e
il libero accesso all’alveo, che
neppure
i proprietari dei palazzi sui fiumi
possono
carpire. Il fiume e il reticolo
di
affluenti si collocano ancora come
una
ricchezza naturale cui attingere per
(203 Il Porticciolo SAGGISTICA)
necessita
molteplici: i rifornimenti di acqua
potabile,
l’irrigazione dei campi, l’energia
per
i mulini, l’utilizzo di ciottoli
e
massi per l’edilizia e del vimine per la
costruzione
di oggetti d’uso domestico,
il
pesce come fonte alimentare.
***
I
due corsi d’acqua che definiscono la nascita
di
Pontremoli sono il fiume Magra,
femminile,
e il torrente Verde, maschile.
La
prima e femmina, bizzarra e imprevedibile,
che
allarga il suo corso verso il
mare
creando orti ricchi di frutti e verdure;
il
secondo e ripido e travolgente,
scardina
ponti e more fino a gettarsi tra
le
braccia materne della Magra sullo sperone
del
monte Molinatico. Scrive nel
Seicento
l’annalista Bernardino Campi:
«Giace
Pontremoli, come capo della Lunigiana,
alle
falde dell’Apennino, di figura
lunga,
situato sul piano e diviso in
due
parti, la maggiore delle quali resta a
mezzogiorno
tra due fiumi, detti l’uno la
Magra
— già famosa non men per la denominazione
che
dà a tutta la valle, che
per
la divisione che fa della Liguria —
l’altro
e il Verde, ambi rapaci e cristallini,
e
fecondi di diverse specie di pesci, singolarmente
d’esquisite
trote, come pure
altri
fiumi e torrenti di questi contorni».
Le
acque della Magra «sono medicinali
e
salubri a diverse infermità, al pari di
quelle
d’altri bagni famosi, come l’esperienza
ha
più volte dimostrato stante le
sorgenti
sulfuree, massime due vicine
alla
villa di Cavezzana d’Antena, nel luogo
detto
la Vandala, che vi scorrono».
Quando
i temporali sono particolarmente
intensi
nella valle, tra nembi e
tuoni,
l’acqua della Magra straborda con
una
forza devastatrice che ha sempre affascinato
e
ipnotizzato il nostro sguardo
dai
ponti. Lo spettacolo della natura incombe
coi
suoi vortici e il rumore diabolico
del
rotolare dei massi e delle piante
divelte.
Il rischio delle piene, una volta
abbattuti
gli argini, e quello di invadere
l’abitato
di Pontremoli. In un tumulto
furioso
l’acqua “grossa” travolge recinti
e
sbarramenti invano costruiti dall’uomo.
Di
fronte al fiume così fortemente
minaccioso
si coglie i limiti delle nostre
capacità
tecniche ed emerge spontaneo
il
religioso ricorso ai santi protettori dei
corsi
d’acqua. I successori di san Colombano
arginano
miracolosamente la
piena
del torrente Bobbio; la virtus delle
reliquie
di san Zeno a Verona arresta la
piena
dell’Adige che si ferma lambendo
la
soglia della sua basilica stipata dai fedeli;
anche
le reliquie dei santi Senesio e
Teoponto,
custodite nell’antica abbazia
di
Nonantola, portate in processione,
arrestano
le piene alluvionali.
La
Magra con il ponte che ha dato il nome a Pontremoli
(204 Il Porticciolo SAGGISTICA)
Il
Proemio degli Statuti medievali di
Pontremoli
si apre con l’indicazione del
protettorato
di san Geminiano sul borgo.
Secondo
i cronisti pontremolesi, il
culto
di San Geminiano fu determinato
dal
passaggio di torme spietate e dall’intercessione
del
vescovo che salvo Modena
dall’incursione
degli Ungari. Il cappuccino
Campi
scrive nelle sue Cronache
che
«ad imitazione di Narsete mossi
i
pontremolesi a singolare devozione
verso
S. Geminiano, lo presero anch’essi
per
loro singolare protettore, et a di
lui
onore inalzarono in Pontremoli un
sontuoso
tempio». Nella chiesa di San
Geminiano
a Pontremoli c’e una bella
pala
d’altare raffigurante la Beata Vergine
con
il Bambino, i santi Bernardo di
Chiaravalle,
Geminiano, Giovannino e
Stefano,
che rappresenta il forte legame
tra
la Magra, la storia di Pontremoli e il
sentimento
religioso. Nella parte bassa
del
quadro e raffigurata Pontremoli,
sovrastata
da oscure nuvole e minacciata
dall’inondazione
del fiume in piena, alto
e
travolgente sopra i piani bassi delle case
da
Porta Parma alla torre di Castelnuovo,
col
ponte di Sommo Borgo crollato.
La
presenza del demonio trattenuto da
una
catena rappresenta il male che incombe
su
Pontremoli: solo la protezione
divina,
in particolare del patrono San
Geminiano,
puo allontanare il pericolo
dell’alluvione.
La piena rappresentata,
con
il particolare dell’arcata “di Cima”
divelta
dalla furia delle acque, fa pensare
che
possa essere la piena dell’autunno
del
1755 durante i lavori di ricostruzione
del
ponte. Una tela che conferma la
nascita
di Pontremoli tra le acque della
Magra
e del Verde, corsi sacri per la loro
protezione
e lo sviluppo urbanistico della
città,
ma fonti anche di apprensione
quando
la storia della «porta e chiave
dell’Appennino»
si allontana dal rispetto
del
territorio e ne disconosce i numi
tutelari.
Il
diluvio, ossia la distruzione di ogni
forma
di vita impura attraverso l’acqua,
nasce
dall’ira di Dio che decide
di
creare un nuovo mondo in cui gli
uomini
siano liberi dai peccati. Sempre
Campi
scrive: «Per le copiose e
dirotte
piogge, cadute in tutto il mese
di
ottobre, resto di maniera inondata
la
terra, che i campi e le strade indistintamente
sì
convertirono in stagni,
restando
queste impraticabili, e per
conseguenza
s’interruppe per alcuno
tempo
il commercio, caddero i tetti
delle
case, ed infinito numero di persone,
e
d’animali, senza alcuna distinzione,
perirono;
la Magra ed il Verde
crebbero
a segno che, sormontando
i
ponti, gli diroccarono. Al diluvio,
immediatamente,
sopravvenne, circa
alli
13 di novembre, una infermità
pestilenziale,
detta inguinaglia, dalla
quale
indifferentemente restarono
oppressi
con grande strage, si nobili
come
plebei. Per le predette inondazioni
ne
seguirono, gli anni appresso,
una
gravissima carestia ed una crudelissima
peste,
con gran mortalità delle
genti».
E ancora: «Copiosissima e dirottissima
pioggia
cadde dal cielo a di
11
di ottobre e dopo mezzanotte, per
cui
crebbero a tal segno i fiumi che,
superando
tutti i ponti, inondarono
(205 Il Porticciolo SAGGISTICA)
e
devastarono gran quantità di terreni,
entrando
pure dentro Pontremoli
per
la porta de’ Seratti sino alla casa
del
medico Gio. Battista Nocetti, e
dalla
porta di Castelnuovo sino alla
casa de’ Parasacchi: qual porta fu da’
vicini
murata. Il canale pure di Carpanella,
uscendo
pure dal suo letto,
inondo
dalla casa di Campi, contigua
all’ospitale
di S. Antonio, sino al S
Rocco.
Dal Verde furono sepolti ambi i
ponti,
gli orti e la strada sino quasi alla
chiesa
di S. Francesco. Dalla Magra furono
abbattuti
i mulini di S. Leonardo
di
Maraffi, e parte di quello de’ Trincadini
in
Borgovecchio, e devastate gran
parte
di prati; le cantine furono ripiene
d’acqua;
né si può spiegare il gran danno
che
non solo in Pontremoli, ma ancora
in
tutto il territorio…».
***
Il
diluvio, ossia la distruzione di ogni forma
di
vita impura, nasceva dall’ira di Dio
che
decideva di creare un nuovo mondo
in
cui gli uomini fossero liberi dai peccati.
Proprio
per questo e necessario ricorrere
al
mito che possiede il carattere di
trasformare
un mondo che non riusciamo
a
spiegare. Enigmi più che soluzioni,
smarrimenti
che stimolano l’intelligenza
e
accendono l’immaginazione. Come le
Statue
Stele preistoriche e protostoriche,
numi
tutelari scolpiti dai sassi levigati
dei
nostri fiumi, evidenziano una energia
che
continua ad emanare da questi
“idoli”
di pietra maschili e femminili,
così
i miti dei nostri fiumi rinviano a
significati
che nessuno può scoprire, ma
solo
far emergere dalle nebbie del territorio
lunigianese.
Quei vapori di val
di
Magra continuano a velare il paesaggio
che
ci circonda e a emanare antiche
vestigia
e oscuri sentimenti che il Genius
loci
richiama. Le Statue Stele sono la più
alta
manifestazione di queste divinità,
custodi
della terra di Luni, il cui paesaggio
e
dominato dal candore dei bacini
marmiferi
della catena delle Alpi Apuane.
Il
Deus Penninus veglia su questa terra
cosparsa
di divinità che sono la metafora
dell’essenza
del popolo apuano e ancora
dopo
millenni raccontano i suoi misteri.
Noi,
infatti, alla maggior parte delle cose
nel
mondo non riusciamo a dare senso e
non
possiamo trovare risposte. Per questo
il
mito e un po’ come l’esperienza del
sogno
in cui sembra che si possa volare e
che
le cose si risolvano. Il mito ci rende
capaci
di sognare, per questo un mondo
senza
miti sarebbe un mondo triste, senza
emozioni,
un universo da “svegli”, in
cui
non si dorme e non si trova riposo.
La
fantasia degli uomini si alimenta di
strane
paure e forti desideri. Se la paura
si
riferisce a una situazione accompagnata
da
cattivi auspici, il desiderio nasce
dalla
contemplazione del cielo, desidera,
“proveniente
dalle stelle”. Infatti, secondo
la
leggenda popolare, quando si
dice:
«Esprimi un desiderio!», lo si fa rivolgendo
lo
sguardo alle stelle. Se il disastro
si
riferisce a una situazione non accompagnata
da
buoni auspici o legata ad
una
stella nefasta, dunque non propizia
per
chi scruta il cielo, “desiderare” e la
condizione
preliminare per muoversi
verso
astri nascosti. Traslato, si direbbe assecondare
una
vocazione: in pratica, dare
seguito
a una speranza.
Il prete canta: Don Vincenzo De Pascale per i nostri 62 di
matrimonio

Video il prete Don Vincenzo De Pascale canta : Video.mp4