2026 Recensioni

              (PAGINA IN COSTRUZIONE)

1) Rivista Sìlarus

2) Rivista Xenia

3) Rivista La civiltà della tavola

4) Giuseppe Benelli, La magia dell’acqua e i fiumi

    sacri della Lunigiana

5) Il prete canta (4/1964-4/2026 per i nostri 62 di matrimonio)

6)   Foto di Chicco e Marisa

          

                              SÌLARUS

                  Rassegna Bimestrale di Cultura

                       Fondata da Italo Rocco

                      Direttore Responsabile Pietro Rocco

 

 

Il 21 marzo ricorre la giornata mondiale della poesia, istituita nel 1999 dall’Unesco. Obiettivo: promuovere la letteratura, la scrittura, la pubblicazione e l’insegnamento.

In questa occasione Battipaglia onorerà Italo Rocco, che nato ad Ottati negli Alburni, vi si trasferì nel 1942 in occasione del suo matrimonio con Aurora Galdi, la primadonna laureata nel comune.

La loro casa, dopo la guerra, divenne centro di cultura ed istruzione per tanti giovani. Italo è stato a lungo Preside di scuola, il suo matrimonio è stato allietato dalla nascita di sette figli, e fondò la rivista bimestrale Sìlarus (nome del fiume Sele)  per supplire alla carenza istituzionale di una guida per la zona archeologica di Paestum.

La cover nel tempo è diventata sempre con l’immagine della “Scafa” sul Sele, dipinto di Philipp Hackert, pittore tedesco (1737/1807) che lavorò molto in Italia.

 

            Jakob_Philipp_Hackert_by_Augusto_Nicodemo_1797.jpg (1728×2300)

C’è una bella parola che diede origine ad uno scritto di Oliver Sachs: “Gratitudine”.

Provo tale sentimento verso questa rivista e verso il fondatore.

È stata la prima a pubblicare un mio lontano racconto “Le sedie” dedicato a chi fa assistenza la notte in ospedale presso un parente e che alla mattina sembrano ormai uno strumento di tortura. Poi nel tempo la Rivista mi ha più volte premiata, ma nulla eguaglia l’emozione per il proprio primo racconto pubblicato e quindi condivisibile da altri.

A parte che del mio libro “Begonza” (che in un’etimologia inventata da me significava la “donna due volte gonza” in quanto nei racconti popolari molti erano i gonzi ma le donne non vi erano menzionate ed in quella categoria m’inserivo anch’io) riuscii a vende 4 copie e l’altro centinaio che l’Editore Lalli mi restituì finì in spazzatura. Bello il tempo dello scambio di libri lasciati sulle panchine o nelle cabine telefoniche che poi fu proibito come accade a tante lodevoli iniziative che non fanno male a nessuno.

Poi gioia più grande è stata per me conoscere di persona Italo Rocco, che l’anno in cui ci eravamo trasferiti a Milano per il lavoro di mio marito, ci venne a trovare a casa e scoprii in quella occasione che era solito ogni anno a fare un viaggio al Nord per pubblicizzare la Rivista.

 

       

Inserisco due immagini di una cover antica, di uno dei numeri di cui mi fece omaggio Italo e la cover attuale molto elegante e raffinata.

Mi è anche caro ricordare il rapporto di amicizia che si è stabilito negli anni con alcuni figli di Italo: Lorenza e Maria Paola (che non è più) e Pietro.

Quindi tanta gratitudine da parte mia.

Per dimostrare quanto la Rivista sia sempre attuale in questo ottavo centenario della morte di San Francesco in questo numero 363 non solo viene ricordato che il Santo transitò da Agropoli e che ancor oggi si può vedere lo scoglio in cui parlò ai pesci, ma la prima poesia che viene riportata riguarda la 72esima giornata della Lebbra (1954-2026). Non è a caso questo scritto se nel testamento di San Francesco si cita l’abbraccio con il lebbroso.

La poesia è di Raoul Follereau. “Signore, ecco i veri lebbrosi” e lo scrittore conclude che sono “gli egoisti, gli empi, i comodi, i paurosi… tutti coloro che sciupano la propria vita e prima di loro coloro che hanno crocifisso Gesù”.

Poiché la poesia è sempre come una via diretta per la verità tra gli autori che concludono il numero viene ricordata con due liriche Mariagina Bonciani. Una di queste s’intitola “Sto rincorrendo il tempo”.

Una bella battuta di Antonio Di Pietro, magistrato e politico (ricordato per “Mani pulite”) è: “il tempo è l’unico che non sono riuscito ad arrestare”.

Scrive Mariagina:<<Sto rincorrendo il tempo/che non basta/ per fare tutto ciò che voglio / e devo fare/… Sto rincorrendo il tempo/ e tutto riesco a fare/ arrivando a tutto/ di corsa e all’ultimo momento>>.

Molto godibile, in questo numero, uno scritto di Pasquale Maffeo: “Nipoti di Pulcinella”. La chiave di lettura è: “Un binomio esplosivo Napoli e l’adolescenza, Napoli e gli scugnizzi”. Nel nome della maschera napoletana vengono evocati luoghi, umori, sapori, atmosfere, l’irridente filosofia della città dalle mille contraddizioni.

Uno scritto molto interessante di Marcello De Simone riguarda la musica vagneriana.

Molto importante - mi sembra - il ricordo della cerimonia di consegna dei Premi Scolastici 2025, organizzata da Banca Campania Centro con titolo: Quando il merito diventa cultura.

Sono stati 114 i giovani soci e i figli di soci premiati per aver raggiunto nel 2025 importanti traguardi scolastici.

Leggo anche questa testimonianza come un ricordo di Italo Rocco, Preside di Scuola.

        Grazie Sìlarus!

 

 

                             Rivista XENIA

                                  (parte I)

 

  

 

 

                        

 

Xenia significa nel greco antico ospitalità, accoglienza e rispetto sacro verso lo straniero

Aprire e sfogliare la rivista Xenia è come sentire un soffio d’aria fresca e antica: ci si sente accolti perché la cultura si perde nella notte dei tempi e per fortuna c’è chi sa rinnovarla ai giorni nostri.

Della redazione fa parte la cara amica Rosa Elisa Giangoia, professoressa di Lettere al Liceo e vicepresidente del Lyceum genovese con all’attivo molti libri pubblicati, mai banali per i temi trattati, storici e lirici. Soprattutto un’appassionata della poesia da divulgare perché molti altri se ne appassionino a loro volta. Ho sempre pensato che la poesia sia una scorciatoia per la verità perché in pochi versi fa capire argomenti per cui ci vogliono pagine e pagine di prosa.

                               .

                       (un’immagine di Rosa Elisa)

 

Il numero 4 del dicembre 2025, Anno X della rivista, inizia con un saggio di Claudio Pozzani: “Parole spalancate, Trent’anni di avventure poetiche” e mi piace partire da qui per riportare alcuni versi che vi sono riportati di Catherine Pont-Humbert (Francia) a spiegare la potenza della parola. Con titolo “Senza le parole” i versi che mi hanno colpito sono questi: “Quando la frase smarrita/traccia nero su bianco/prosegue ai margini del testo/invincibile, irriducibile/ Quando il verso corazzato fende la pagina”. Vi riconosco tutta la potenza della parola e della poesia. “Parole spalancate” è un Festival giunto ai suoi trentun anni (1995-2025). Per i trent’anni, ricordati in questo numero, ospite d’onore è stata la Georgia ad attestare che sotto l’insegna della poesia si possono unire popoli diversi. E nel 2025 non è mancato un omaggio ad Eugenio Montale, ma per far capire l’incredibile diversità e unità della poesia riporto dal Festival anche una frase di Saskia Stehouver (Paesi Bassi) da Pellegrini e altri pedoni: “Cosa venne prima, la preghiera o la casa?” Domanda essenziale e di difficilissima risposta.

Il secondo saggio di Giuliano Rovetta “Discorsi intorno al Nobel” entra in medias res riferendosi al premio più prestigioso, il Nobel. Ci racconta della “magic call”, la chiamata notturna che risuona quasi inaspettatamente in una parte del mondo dove risiede il fortunato prescelto. Una notizia curiosa: negli archivi del Comitato Nobel risulta anche il nome di Christian Brandt, parlamentare socialdemocratico, che nel gennaio 1939 presentò come candidato al Premio per la Pace Adolf Hitler: una provocazione per far riflettere sull’eccessiva indulgenza europea nei confronti del nazismo.

Né si può far a meno di sottolineare – scrive Rovetta – come la ribalta del Nobel abbia consentito ai premiati di rappresentare situazioni di ingiustizia sociale o restrizioni della libertà. È il caso di Doris Lessing, nata in Iran, cresciuta in Rodesia del Sud (Zimbawe) e trasferitasi a Londra sui trent’anni che nel discorso di ricezione del Nobel volle ricordare un amico scrittore, nero originario dello Zimbawe. Questi imparò a leggere non a scuola, non frequentando una biblioteca, ma sulle “etichette dei vasetti di marmellata e sulle confezioni delle conserve di frutta”. 

E lo scrittore Mo Yan, Nobel 2012, ricorda come nato povero in una regione della Cina orientale, a scuola fosse oggetto di prepotenze, oggi diremmo bullizzato, ma sua madre lo rassicurava: “poiché il tuo cuore è generoso e compi buone azioni, potresti anche da brutto diventare molto bello”.

Quindi incontriamo di Franco Zangrilli un saggio su “Pirandello e la funzione della memoria”. Inizia ricordando il primo romanzo pirandelliano, Marta Ajala, pubblicato con il nome L’Esclusa. È molto spassoso: Antonio, il protagonista, torna a vivere nella casa paterna dopo aver mandato via la moglie, da lui sorpresa a leggere la lettera di un ammiratore. Il padre per consolarlo gli dice che nella sua famiglia non c’è mai stata fortuna con le donne e neanche sua madre è stata una “santa”.

Non può mancare l’esame de Il fu Mattia Pascal, un bibliotecario che racconta come la rovina finanziaria della sua famiglia sia avvenuta causa l’amministratore di cui “un ladro più ladro di Batta Malagna non nascerà mai più sulla faccia della terra”. Mattia tornerà alla sua terra dopo aver assunto una falsa identità ed esser stato ritenuto morto ma nessuno lo ricorda più e lo riconosce. E quando va al cimitero, ci va per vedersi morto e sepolto là e si porta fiori

Mi viene in mente che al camposanto di Valfenera d’Asti dove sono sepolti molti avi della famiglia di mio marito c’era un signore che il giorno dei defunti si era già fatto fare la lapide e si portava fiori, poiché vivendo da solo immaginava che nessuno lo avrebbe mai ricordato.

Ecco finalmente che ad un terzo del libro arriva un bel saggio di Rosa Elisa “Pacifismo e patriottismo nell’Ottocento”. È un’analisi storica a partire dalle prime associazioni pacifiste di ispirazione cristiana, promosse dai quaccheri a New York, Filadelfia e Boston ad iniziare dalla New York Peace Society, fondata nell’agosto 1815 da David Low Dodge con l’obiettivo di promuovere il pacifismo.

Nel saggio viene ricordato Thoreau, precursore della non violenza con il suo Disobbedienza civile che fu d’ispirazione a Tolstoj, Gandhi e Martin Luther King per la lotta non violenta.

Il primo Congresso europeo per la pace è del 1843 e Victor Hugo vi pronunciò un appassionato discorso preconizzando il giorno in cui sarebbero nati gli Stati Uniti d’Europa. Vengono ricordati Mazzini e Garibaldi, ma mi piace soffermarmi su Teodoro Moneta: giovanissimo nel 1848 aveva partecipato all’insurrezione milanese che diede vita alla prima guerra d’indipendenza. Nel 1858 entrò nei Cacciatori delle Alpi seguendo Garibaldi nella spedizione dei Mille. Nel 1867 iniziò a collaborare a Il Secolo, fondato l’anno prima da Edoardo Sonzogno e due anni dopo ne divenne direttore. Nel 1909 gli fu conferito il Nobel per la Pace, consacrandolo padre del pacifismo italiano.

Le sorprese di questa eccellente rivista non finiscono ed ecco un ricordo di Antonino Ronco a cent’anni dalla nascita (9 ottobre 2025) con tre relatori: la figlia Simonetta Ronco, il professor Stefano Verdino e Rosa Elisa Giangoia.

Ronco nel 1945 si arruolò a Faenza in un reparto dell’esercito operante a fianco degli alleati. Poi si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza a Torino, ottenne i primi successi letterari, approdò al Corriere Mercantile a Genova e nel 1965 venne chiamato al Secolo XIX dal direttore Cavassa dove rimase fino al pensionamento nel 1990. Ha dedicato due libri al suo paese d’origine Balestrino una valle, un feudo, una civiltà e Un paese tra due secoli.

La figlia ricorda un viaggio in treno, partendo dalla stazione di Oneglia, del padre con un amico. Vi erano saliti quando suonava l’allarme per incipienti bombardamenti. Avevano incontrato nel loro scompartimento un signore che scrisse nel suo taccuino come ringraziamento per essersi fatto portare una bottiglietta d’acqua, presa da Ronco, alla stazione di Alassio: “Ronco da Toirano, scrittore, poeta e quanto mai fantasioso verista sincero. Firmato Marco Ramperti”. Solo finita la guerra avendo iniziato la carriera di giornalista a Roma, Ronco conobbe persone che avevano incontrato Ramperti e scoprì che questi era del tutto diverso dal misterioso viaggiatore. Però pensò: “la persona che lodò il mio lavoro, mi aveva indicato la strada che poi avrei seguito e quindi quel giudizio per me è stato importate. Accettò l’idea che fosse stato il suo Angelo custode, impegnato a dar concretezza ai suoi sogni, rafforzando la sua decisione di seguirli ad ogni costo.

A questo punto, a metà esatta della rivista, un saggio della Giangoia su Luigia Pallavicini tra realtà e poesia.

Ho il vizio quando mi appassiono ad uno scritto di volerlo commentare riga per riga quasi come l’avessi scritto io e quindi mi fermo per non togliere la sorpresa a qualche eventuale lettore ma mi piace concludere con una frase dal libro, molto importante: “Da cosa nasce l’ispirazione? Nasce da un incessante ‘non so ‘ “. E’ la voglia di ogni uomo di scoprire sempre.

Per non far torto agli eletti di questo numero elenco i saggi successivi: di Beppe Mariano Le delusioni di Santorre, di Remigio Bertolini Tre Poesie, di Mario Pepe Proust e l’amore, di Daniela Bisagno Quando l’inaspettato si mette a parlare intorno all’ “origine” di Enrico Testa, di Isa Morando Dittico della Grande Fontana,  di Elisabetta Piccioni La toelettina, di Luca della Bianca Una promessa, di Maria Rosa Acri Ritorno in Piemonte, di Maria Iatosti Ritorno a Nesci, di Paola Scarfì Lo zoo di Zebrino, di Milena Buzzoni Creta: Storia, Tamerici e trasparenze marine. di Cristina Lebrat Giovanna Puggioni. Una Filmmaker genovese, di Goffredo D’Aste I miei Americani 1 e 2 (Adriano Celentano), quindi Prospezioni con i saggi di ben dieci Autori.

Buona lettura e ne uscirete più ricchi!

 

                Giuseppe Benelli

             SAGGISTICA

(Ho ricevuto questo testo molto istruttivo del Prof. Giuseppe Benelli, caro Amico del mio papà, che pubblico come mi è stato mandato).

 

                             LA MAGIA DELL’AQUA

                     E I FIUMI SACRI

                      DI LUNIGIANA

 

                       

 

 

«Noi veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi;

          una improvvisa eruzione di un vasto

          fiume sotterraneo trova i suoi altari; si presta

          culto a sorgenti d’acque calde; ci sono

          stagni resi sacri dalla loro opacità o da profondità

          smisurate». Seneca, Lettere morali

         a Lucilio, Lettera XLI.

         In numerosi miti e leggende, che si sono

         tramandati nei millenni in tutte le culture,

         l’acqua costituisce il principio essenziale

        dell’universo. Per l’uomo primitivo

        che viveva a stretto contatto con

        la natura, le cose veramente importanti

        erano riconducibili ai quattro elementi

       “divini”: il fuoco, la terra, l’aria e l’acqua.

        Ma l’acqua è la più presente nei testi antichi

        anche perché si carica di significati

        sia negativi che positivi. Le tradizioni di

        popoli molto antichi riportano il mito

       del diluvio universale che ha distrutto

       tutta l’umanità. Gli studi geologici condotti

nelle zone dove il racconto è più

vivo e circostanziato, la zona tra il Tigri

e l’Eufrate, hanno rivelato la presenza di

tracce di grandi inondazioni legate ai secolari

cicli dei disgeli postglaciali. La tradizione

letteraria greca presenta il mito

di Deucalione e Pirra, unici superstiti

del diluvio universale mandato da Zeus

per punire la malvagità degli uomini. La

tradizione ebraica attribuisce la causa del

diluvio alla cattiveria degli uomini e racconta

il cataclisma nella Bibbia, libro I

        della Genesi, dove Dio decise di punire

l’umanità ed eleggere Noe e i suoi figli a

continuatori della stirpe umana.

Tuttavia presso i popoli che si affacciano

sul Mediterraneo, le acque generarono

soprattutto stupore, miracolo e poesia.

In maniera particolare l’acqua che sgorga

dalla terra assume un valore sacrale, poiché

e l’elemento primordiale che deriva

dalla terra concepita come madre

feconda. Numerosi sono i miti e

le leggende che riguardano sorgenti

e fontane dell’eterna giovinezza

e le credenze sulle acque miracolose

Torrente verde che guariscono da

(196 Il Porticciolo SAGGISTICA)

tutte le malattie dell’anima e del corpo.

Intorno all’acqua ruota un mondo di

culti e riti, in cui il sacro si confonde col

profano. Come il tempo interiore, dove

non c’è momento che non sia compenetrato

dalla memoria del passato, così lo

scorrere dei fiumi lunigianesi riempie i

ricordi del profumo dell’acqua da bere,

dopo la frase rituale: «Acqua corrente la

beve il Serpente, la beve Dio, la posso

bere anch’io». Formula recitata da noi

ragazzi pontremolesi dello scorso secolo,

quando assetati eravamo costretti a bere

l’acqua dei fiumi o dei bozzi. Temendo

che l’acqua potesse essere inquinata, per

renderci immuni da tale pericolo, prima

di berla ripetevano tre volte la formula

magica che invocava il divino assieme

al diabolico. Il motivo dell’acqua legata

agli inferi e identificato con l’Acheronte,

luogo di confine tra il mondo dei vivi e

quello dei morti. Nel terzo canto dell’Inferno

dantesco l’Acheronte e il fiume

dove le anime si riuniscono in attesa di

essere trasportate nella riva opposta.

In questo modo lo scorrere del flumen

(da fluere, “scorrere”) implica un’esperienza

fondamentale nella crescita umana.

Come la coscienza e «vita che sempre

scorre», così la metafora della corrente

dell’acqua rinvia alla sorgente originaria

della vita da affrontare con i suoi pericoli,

le sue sfide, il rischio dei tuffi, l’attraversamento

a nuoto dei bozzi, che noi

ragazzi chiamavamo con supponenza “laghi”.

***

Con il progressivo disincanto del mondo

non abbiamo smesso solo di credere

che la terra fosse piena di dei, abbiamo

anche dimenticato che i luoghi hanno

un’anima, diversa ma non meno viva

ed efficace di quella delle persone. Abbiamo

inventato lo «spazio anonimo» e

così abbiamo disimparato a riconoscere i

luoghi con le loro vocazioni, i loro segni

e il loro destino. Nella Bibbia Dio è una

voce che parla attraverso i luoghi. Dio

non e u-topico, perché ha il suo luogo:

un altare, un monte, un tempio. Luoghi

che tuttavia non catturano Dio che resta

libero dai nostri e dai suoi luoghi, ma

che conservano per sempre le stigmate

del suo tocco. L’uomo biblico può essere

nomade ed errante perché il suo territorio

e marcato dalla presenza di Dio e

così, anche se pellegrino, non e mai spaesato.

Il tempo e lo spazio sono spesso

nemici, ma il luogo e sempre amico del

tempo, perché e lì – in quella comunità,

La Magra scorre lungo l’abitato di San Nicolo

Pontremoli

(197 Il Porticciolo SAGGISTICA)

in quella famiglia, in quella terra – dove

le generazioni si trasmettono la vita. E

i beni comuni non si distruggono se da

spazio diventano luogo (dal latino locus,

“posto”, “paese”).

La divina provvidenza dota l’acqua di

poteri miracolosi che i santi fanno erompere,

con evidenti richiami alla purificazione

battesimale, e che può divenire

nutrimento completo, come nel caso

dell’eremita Martino citato da Gregorio

Magno, o dell’acqua miracolosa che

i fratelli della Navigatio sancti Brendani

trovano presso l’isola dell’eremita Paolo.

Benedetto e Colombano forzano la natura

delle rocce e fanno scaturire riserve

idriche per le loro fondazioni assettate e

preoccupate. I miracoli intervengono a

riempire cisterne vuote o a garantire la

costruzione e la protezione delle opere di

canalizzazione per i mulini, specificatamente

menzionati nella Regola di Benedetto

come opere indispensabili alla vita

dei monasteri.

L’acqua e vista come un elemento dalla

forza misteriosa, in grado di trasformarsi

continuamente, penetrando il suolo e la

roccia e nutrendo la terra sotto forma di

pioggia. La simbologia dell’acqua e articolata

e complessa e cambia a seconda

del tipo di acqua: l’oceano, ad esempio, e

tradizionalmente visto come una forza o

divinità maschile, mentre le sorgenti, vicine

alla selva e ai boschi, sono associate

a divinità femminili. Ciò interessava ambiti

religiosi che si collegavano a tematiche

cosmogoniche e teogoniche, laddove

la genesi mitica e la figura divina davano

sacralità ai fenomeni della natura. E queste

simbologie hanno coinvolto sia livelli

religiosi primitivi che evoluti. L’acqua,

attraverso forme strutturali apparenti,

viene interpretata come epiphaneia idrica,

come la Grande Madre Fonte, l’energia

dissetante della Terra Mater. In tutte

le culture la forza vitale (vis vitae) e stata

costantemente correlata ai terreni fertili,

al giusto rinnovarsi dei cicli stagionali

per il raggiungimento della sicurezza

e della prosperità. Pertanto lo scorrere

dell’acqua diventa la metafora della esistenza

nella sua drammatica precarietà e

il rumore dell’acqua e la voce del nostro

anelito di vita, della nostra inestinguibile

sete.

***

L’acqua rappresenta l’elemento chiave

del cosmo e della vita fin dalle origini

del pensiero filosofico greco. Talete, fondatore

nel VI secolo a.C. della scuola di

Mileto in Asia Minore, ritiene l’acqua il

principio (archè) di tutte le cose. L’acqua

consente la vita vegetale, animale e umana:

i semi per schiudersi hanno bisogno

dell’umidita; gli embrioni vengono concepiti

e crescono nell’acqua; noi siamo

fatti in gran parte di liquidi. L’acqua

compare sempre nelle teorie degli antichi

cosmologi: in Anassimene l’acqua

è parte del ciclo di rarefazione e condensazione;

in Anassimandro l’umido

è uno dei contrari che permette il ciclo

cosmico; per Eraclito di Efeso il divenire

è un eterno scorrere in cui ogni cosa e

soggetta al tempo e alla sua trasformazione.

«L’acqua e delle origini. Da acque

mitologiche origino l’universo, da acque

oceaniche affiorarono le terre emerse, in

acque marine si formò la vita, in acquosità

uterine si sviluppa il feto, in brodi

(198 Il Porticciolo SAGGISTICA)

di coltura crescono colonie biologiche».

Eraclito assunse l’immagine di un fiume

a esprimere l’universale fluire dell’esistenza:

panta rei, tutto scorre nella vita

e in ciò che e vivo. Aristotele scrive che

per Talete «la terra poggia sull’acqua»,

nel senso che l’acqua sostiene e sorregge

la terra come un’isola che si erge dal

mare. L’immagine rinvia a quel contesto

mitico e poetico da cui la filosofia trae

origine. Quando Omero nomina l’acqua

la intende come Oceano, il fiume che

circonda la terra e che «a tutti i numi fu

origine» (Iliade). Questo avvicinarsi al

significato simbolico dell’acqua ha sicuramente

riscontro nella mitologia greca

e, infatti, nell’Iliade troviamo all’origine

del mondo e delle divinità «Oceano, che

a tutti i numi fu origine» e Teti, «la madre

».

Esiodo, nella Teogonia, parla della numerosa

prole generata da Oceano e Teti:

moltissimi figli (fiumi) e figlie (fonti e

ruscelli), le Oceanine che sono addirittura

tremila, come afferma Esiodo, benché

ne citi solo quarantuno. Oceano per

gli antichi era il grande fiume dall’ampio

e poderoso flusso, eterno alimento

di tutti i corsi d’acqua, che delimitava

circolarmente il confine del disco piatto

della Terra, oltre il quale si trovava l’Erebo,

il luogo dell’Oltretomba, le tenebre.

Il significato materno dell’acqua e

una delle interpretazioni simboliche più

chiare della mitologia. Mithra nacque

nei pressi di un fiume e Cristo ricevette

la “rinascita” nel Giordano.

Il fascino del vivere risiede, dunque, in

questa continua ricerca di ciò che, nascosto

ai nostri sensi ordinari, genera e

da movimento all’esistenza, di ciò che

alimenta e rende emozionanti la nostra

mente e la nostra fantasia: «il vento

dell’immaginazione». Gli dei annidati

nelle pietre, nelle querce, nelle acque

rumoreggianti e profonde sopravvivono

e con una resistenza tenace ci giungono

dissimulati sotto vari aspetti. Il gran dio

Pan vive eterno in questi luoghi e col suo

flauto e la sua melodia ancora incanta e

guida le ninfe delle acque e tutti gli dei

minori delle selve e dei monti. Chi vive

nei fiumi si porta dietro, come un seducente

alone, la delicata e complessa tessitura

di una realtà indicibile, senza tempo,

fatta di echi, sussurri, voci, visioni,

emozioni, preveggenze e di quant’altro

di arcano ancora avvolge l’universo.

***

Un tempo i fiumi erano immaginati

come possenti divinità, da cui si chiedeva

soccorso, protezione e ristoro. L’acqua,

nella molteplicità delle forme che

può assumere, si rivela oggetto di significati

psicologici che le nostre proiezioni

possono attribuirle: acqua che fluisce,

acqua che staziona, acqua che sgorga

dalla terra e che vi si inabissa, acqua sotterranea,

acqua piovana che fa nascere la

vita, diluvio che tutto distrugge, lasciando

una speranza di vita. «L’acqua cristallina

s’intorbida dei tratti foschi dell’animo

umano; l’acqua chiara si oscura di

esperienze e sofferenze; l’acqua corrente

ristagna in gorghi e paludi». Ogni fiume

ha una voce propria: nasce dal fondo

della terra e «ha la malinconia delle cose

che non tornano».

I fiumi erano adorati e rispettati nel timore

che un’offesa provocasse la loro

(199 Il Porticciolo SAGGISTICA)

collera, causando disastrose calamità. I

nomi dei fiumi sono scrigni che, aprendosi,

raccontano miti e leggende attraverso

le piogge che spostano il loro corso

e i venti che soffiano sulle loro acque.

Una storia misteriosa che ne contiene

tante altre e che riscatta la magia dell’intero

territorio che il fiume attraversa. Un

abbraccio odoroso dell’umidita del muschio,

del gusto amaro dei castagni, della

resina degli abeti e del profumo intenso

dei ciclamini. Un intreccio avvincente,

soggetto a colori e profumi, emerge dalle

acque legate da eventi storici leggendari.

Piene improvvise che minacciano «i

ponti del diavolo», fiumi ghiacciati in

piena estate, pievi e castelli, pellegrini e

ladroni, terremoti e paure, sono i simboli

di una terra di transito come la Lunigiana.

Ogni storia di popoli e legata a un fiume

e il futuro di ogni comunità non

avrebbe senso senza la salvaguardia del

proprio corso d’acqua, generoso portatore

di suoni e colori, imprevedibile

elemento del paesaggio mai eguale a se

stesso, baricentro d’un diverso e più sano

modo d’intendere il rapporto tra l’uomo

e il suo ambiente. Ogni fiume per

gli antichi ha il suo Genius loci che ne

esprime le valenze spirituali, artistiche e

etnoantropologiche che lo caratterizzano

e lo rendono unico e diverso da ogni

altro. La parola “pietra”, dal greco petra

(“roccia”, “scoglio”), sembra appartenere

a una classe solitamente riservata alle

entità animate. I sassi, dal latino saxum

(“fendere”, “spaccare”), vagano rotolando

da pendii ricoperti di ghiaia, mossi

dal proprio peso o trasportati dall’acqua,

dal ghiaccio o dalle onde dell’oceano. E

producono dei suoni quando vengono

colpiti: e come se ogni pietra avesse una

su voce distintiva. In ciascun luogo e

presente una divinità che dà vita e respiro

a quel luogo. Un nume che mantiene un

equilibrio congeniale tra gli elementi naturali

e gli uomini, ma che al contrario

si irrita se le caratteristiche e l’armonia

dei fiumi vengono modificate da azioni

o gesti estranei alla sua identità.

Le ninfe (dal greco núnphe, “velata”) vivevano

nelle fontane, nei ruscelli e nel

mare: non erano immortali, ma in genere

avevano una lunga vita. Venerate

dai greci come geni benigni ai mortali,

abitatrici delle fonti, dei fiumi e dei laghi

(naiadi), delle foreste (driadi o amadriadi),

dei monti (oreadi). Le ninfe rappresentano

l’eternità e al contempo ce la offrono:

le fonti e i fiumi appaiono come

Il torrente Bagnone scorre lungo l’abitato del

borgo

(200 Il Porticciolo SAGGISTICA)

labirinti nei quali perdersi e gli stagni si

presentano come occhi insonni. Le naiadi

(dal greco naïás-ádos, da náo, “scorrere”),

ninfe delle sorgenti e dei laghi,

apportavano fecondità. Le ninfe, spesso

rappresentate insieme con satiri al seguito

di Bacco o di Pan, sono nominate con

frequenza, ma per lo più genericamente

dai poeti greci e latini (tra questi soprattutto

i bucolici e Ovidio): tanto che

non solo naïás può indicare, per traslato,

ogni ninfa, ma anche, per metafora,

il fiume, l’acqua o la natura del luogo.

Le Driadi erano spiriti degli alberi, dei

boschi e delle foreste. Secondo antichissimi

miti, ogni Driade nasceva con un

albero da custodire e viveva nell’albero

stesso oppure nelle vicinanze. Quando il

suo albero crollava e la Driade moriva,

gli dei punivano chi ne aveva causato la

distruzione.

Il torrente Verde per me bambino possedeva

una sua selvaggia bellezza, coi suoi

odori, i colori, i crepacci e i ruscelli freschi

che vi versavano. Nel periodo delle

piogge correva verso il fiume Magra

con una foga irresistibile, saltando tra i

massi, scavandoli e modellandoli col suo

impeto scrosciante. A lui si legano i miei

primi ricordi da bambino, seguendo mia

madre e le sue amiche nel rito del bucato

di bianche lenzuola. Sull’orlo delle

pozze azzurrine ho imparato a nuotare

e a prendere i pesci con le mani sotto i

sassi (mantastare, “tastare con le mani”),

mentre le donne inginocchiate su ampie

pietre levigate insaponavano i panni e

risciacquavano le grandi lenzuola, che

facevano asciugare sulle pietre. In questo

ambiente sospeso, nel riverbero bianco

dei panni stesi al sole, si annidava un’attrazione

magica, in grado di sedurci e

dilatarci in una trasfigurazione che ci

assorbiva.

***

In origine, sulla base di miti e credenze

popolari, i nomi dei fiumi erano femminili

quando si vedeva nell’acqua una

fonte di vita e un simbolo di fecondità.

Al contrario, il nome dei corsi d’acqua

era maschile quando si avvertiva come

preponderante la potenza e l’impeto del

flusso della corrente, che determina da

solo il proprio percorso. Il fiume maschio,

nervoso e irruente, va dritto verso

il mare; mentre il fiume donna ama le

anse dove indugiare e la varietà del paesaggio.

I corsi d’acqua femminili «nella

loro mitezza di madri, accolgono ogni

creatura che si avvicina». Fra i fiumi sfocianti

in mare, che un tempo erano femminili

e che in certi casi lo sono ancora,

vanno ricordati almeno Piave, Brenta,

Marecchia, Pescara, Cecina e Magra. Oltre

a questi sono femminili diversi fiumi

minori, in particolare fra gli affluenti.

Ad esempio, fra gli affluenti del Po sono

femminili: Dora Riparia, Stura, Dora

Baltea, Sesia, Olona, Trebbia, Parma,

La Magra alla foce

(201 Il Porticciolo SAGGISTICA)

Enza; e fra quelli dell’Arno: Sieve, Greve,

Pesa, Elsa, Egola, Era. Le spinte al cambiamento

di genere provengono quasi

sempre da ambienti esterni, considerati

più elevati rispetto a quello locale, nei

quali conta di più regolarizzare e uniformare

la lingua che accertare e rispettare

l’uso popolare. E tali spinte sono provocate

e rinforzate da una norma ripetuta

nelle scuole e nelle grammatiche da

più di un secolo e mezzo: per il genere

dei nomi geografici e in particolare per

quello dei fiumi che e fra i più incerti,

in linea di massima ci si deve regolare sul

nome della categoria, ovvero sul nome

comune preposto o sottinteso. Quindi,

dato che i nomi comuni dei corsi d’acqua

sono quasi tutti maschili (fiume,

torrente, ruscello, rivo, canale), anche i

nomi propri dei fiumi (tranne quelli

terminanti in –a, per i quali ci puo essere

una eccezione documentata sulla base

di celebri impieghi letterari) vanno al

maschile. Così la norma inculcata dalla

scuola e stata largamente adottata nell’italiano

degli scriventi colti, mentre gli

usi originari o sono andati scomparendo

o si sono conservati nella parlata locale

e popolare. Per questo il fiume Magra

oggi risulta trattato generalmente come

maschile, anche se in tutte le Cronache

lunigianesi viene citato al femminile e

mio nonno mi correggeva se lo dicevo al

maschile. E quando gli dicevo che così

mi insegnava la maestra, rispondeva: «La

tua maestra non capisce niente!».

Sulla «Rassegna italiana» del novembre

1918 Donato Sanminiatelli, vicepresidente

della “Dante”, mostrava come

l’“ingiuria” di cambiare sesso ai fiumi

stesse già diffondendosi, minacciando

di sovvertire l’originaria natura dei fiumi.

«Chi sogno mai, nella valle padana,

che la Bormida al Tanaro sposa, che la

gemina Dora o l’Orba selvosa o altre

loro consorelle possano, dal Manzoni in

poi, aver cangiato sesso? O in Toscana,

che dovrebbe dettar pur sempre un po’

di legge? Resterebbero ancora a bocca

aperta i miei corregionali, se udissero

mascolinizzare la Sieve, la Pesa, la Lima,

la Cecina o la Magra».

L’antico legame fra popolazione locale

e realtà ambientale, che nel corso dei

secoli ha permesso alla Lunigiana di acquisire

una propria identità paesaggistica

e culturale, e dovuto alla Magra (dalla

radice indoeuropea makr, “allagare”,

“sommergere”, dall’accadico makrum,

“luogo dove si raccoglie l’acqua”) e ai

suoi affluenti. Il fiume, che segna storicamente

il confine tra la Toscana e la

Liguria, ha origine dalle pendici meridionali

del nodo appenninico del monte

Borgognone e si sviluppa per un corso

di 62 km. sboccando nel mare a levante

della Punta Bianca. Tra gli affluenti della

Macra s’incontra il Verde (dalla radice

indoeuropea bheredh, “tagliare”, “incidere”),

che e in parte deviato per scorrere

lungo i palazzi di Pontremoli come Bedale,

“canale”, “corso d’acqua infossato”,

dal celto-ligure bedo. Altri affluenti sono

il canal d’Angiola, dal greco aggelos, “angelo”,

nunzio della volontà divina, essere

intermedio tra la divinità e l’uomo, la

Magriola (macra-ola, “piccola Magra”),

la Gordana (dal latino medievale gordus,

“canale”, “fosso”), la Capria di sinistra

(dalla radice indieuropea cabhr, “sommergere”,

probabile riferimento all’avvallamento

acquitrinoso del terreno) e

(202 Il Porticciolo SAGGISTICA)

la Capria di destra, oggi chiamata Teglia

(dalla radice indoeuropea tek, “correre”,

“fluire”), la Mangiola (m-angiola), il Bagnone

(Banòn, “guado”), il Tavarone o

Taverone o Teverone (da tek, “fluire”),

l’Aulella (dalla radice indoeuropea ap/

aps/au/aus, “fonte”, “fiume”, nel latino

medievale apsella, “canale da mulino) e

la Vara (dalla base prelatina vara, “acqua”).

Dove nelle diverse età si ha il prevalere

del femminile o del maschile.

***

La simbologia dell’acqua rievoca il fluire

incessante delle cose, l’eterno cambiamento

anche in cio che appare immutabile,

l’incanalamento in una direzione

predestinata. Ci ricorda che non possiamo

salire oltre la nostra fonte e che,

come tutti i fiumi si ricongiungono al

mare, anche per ogni uomo la meta finale

e sempre raggiunta. Per Kant possiamo

accostarci alla natura solo provando

un «brivido sacro», quel brivido che trova

in Goethe una delle espressioni più

alte: «Chi esplora la natura lasci i fenomeni

originari nella loro pace eterna e

nel loro eterno splendore». Nell’immaginario

il fiume e spesso lo spazio in cui e

ambientato un viaggio, per cui può simboleggiare

lo scorrere del tempo, il fluire

della vita, la dissoluzione o la perdita di

se. In alcuni casi il fiume e immagine

della frontiera e della divisione: rivale

(dal latino rivalis, da rivus, corso d’acqua

conteso) e il nemico, l’avversario, l’antagonista.

Ma può essere anche simbolo di

unione come un luogo di guado e transito,

di sosta e pace.

Lo scrittore lunigianese Maurizio Maggiani,

l’autore del Coraggio del pettirosso,

scrive nel racconto Bocca di Magra: «…

e dentro ogni cosa – insediato - annoto

il dolce fiume tuttocurve, la dolce madre

di ogni acqua Magra, che gli orizzonti e

i marmi e i castelli e persino gli uomini

di quella morbidità ne risentono e se ne

colorano. Incerto, tra i pini della collina,

intuisco il movimento finale, il darsi del

fiume al suo mare, il scivolare dell’acqua

sull’acqua che traccia sottili variazioni di

trasparenza e spessore». Giunta al mare,

la Magra racconta i sogni della sorgente

e dei paesi che ha attraversato. Nel suo

flusso vi e una costanza, un ritmo, permanenze

invariate mentre l’acqua sempre

vi si rinnova: come i mulinelli, i vortici

d’acqua, per cui il flusso sembra tornare

su di sé, avvolgersi su se stesso. Come

il tempo interiore rimane coinvolto nel

continuum della corrente della vita, così

la metafora del fluere (“scorrere”) implica

che le sue parti non sono separabili perché

altrimenti nulla scorrerebbe. Come

la coscienza e «flusso dei vissuti» ove si

dispongono tutte le singolarità scorrenti,

così la metafora della corrente dell’acqua

rinvia a una sorgente originaria, al cuore

della soggettività assoluta. «Flusso» e

solo un’immagine che serve ad indicare

ciò per cui, come ci avverte Husserl, «ci

mancano i nomi» per appropriarcene.

Del resto, l’alveo dei fiumi non può essere

proprietà di nessuno perché è sacro

e ciò che e sacro non può avere padroni.

Ancora oggi il demanio ne tutela l’autonomia

e il libero accesso all’alveo, che

neppure i proprietari dei palazzi sui fiumi

possono carpire. Il fiume e il reticolo

di affluenti si collocano ancora come

una ricchezza naturale cui attingere per

(203 Il Porticciolo SAGGISTICA)

necessita molteplici: i rifornimenti di acqua

potabile, l’irrigazione dei campi, l’energia

per i mulini, l’utilizzo di ciottoli

e massi per l’edilizia e del vimine per la

costruzione di oggetti d’uso domestico,

il pesce come fonte alimentare.

***

I due corsi d’acqua che definiscono la nascita

di Pontremoli sono il fiume Magra,

femminile, e il torrente Verde, maschile.

La prima e femmina, bizzarra e imprevedibile,

che allarga il suo corso verso il

mare creando orti ricchi di frutti e verdure;

il secondo e ripido e travolgente,

scardina ponti e more fino a gettarsi tra

le braccia materne della Magra sullo sperone

del monte Molinatico. Scrive nel

Seicento l’annalista Bernardino Campi:

«Giace Pontremoli, come capo della Lunigiana,

alle falde dell’Apennino, di figura

lunga, situato sul piano e diviso in

due parti, la maggiore delle quali resta a

mezzogiorno tra due fiumi, detti l’uno la

Magra — già famosa non men per la denominazione

che dà a tutta la valle, che

per la divisione che fa della Liguria —

l’altro e il Verde, ambi rapaci e cristallini,

e fecondi di diverse specie di pesci, singolarmente

d’esquisite trote, come pure

altri fiumi e torrenti di questi contorni».

Le acque della Magra «sono medicinali

e salubri a diverse infermità, al pari di

quelle d’altri bagni famosi, come l’esperienza

ha più volte dimostrato stante le

sorgenti sulfuree, massime due vicine

alla villa di Cavezzana d’Antena, nel luogo

detto la Vandala, che vi scorrono».

Quando i temporali sono particolarmente

intensi nella valle, tra nembi e

tuoni, l’acqua della Magra straborda con

una forza devastatrice che ha sempre affascinato

e ipnotizzato il nostro sguardo

dai ponti. Lo spettacolo della natura incombe

coi suoi vortici e il rumore diabolico

del rotolare dei massi e delle piante

divelte. Il rischio delle piene, una volta

abbattuti gli argini, e quello di invadere

l’abitato di Pontremoli. In un tumulto

furioso l’acqua “grossa” travolge recinti

e sbarramenti invano costruiti dall’uomo.

Di fronte al fiume così fortemente

minaccioso si coglie i limiti delle nostre

capacità tecniche ed emerge spontaneo

il religioso ricorso ai santi protettori dei

corsi d’acqua. I successori di san Colombano

arginano miracolosamente la

piena del torrente Bobbio; la virtus delle

reliquie di san Zeno a Verona arresta la

piena dell’Adige che si ferma lambendo

la soglia della sua basilica stipata dai fedeli;

anche le reliquie dei santi Senesio e

Teoponto, custodite nell’antica abbazia

di Nonantola, portate in processione,

arrestano le piene alluvionali.

La Magra con il ponte che ha dato il nome a Pontremoli

(204 Il Porticciolo SAGGISTICA)

Il Proemio degli Statuti medievali di

Pontremoli si apre con l’indicazione del

protettorato di san Geminiano sul borgo.

Secondo i cronisti pontremolesi, il

culto di San Geminiano fu determinato

dal passaggio di torme spietate e dall’intercessione

del vescovo che salvo Modena

dall’incursione degli Ungari. Il cappuccino

Campi scrive nelle sue Cronache

che «ad imitazione di Narsete mossi

i pontremolesi a singolare devozione

verso S. Geminiano, lo presero anch’essi

per loro singolare protettore, et a di

lui onore inalzarono in Pontremoli un

sontuoso tempio». Nella chiesa di San

Geminiano a Pontremoli c’e una bella

pala d’altare raffigurante la Beata Vergine

con il Bambino, i santi Bernardo di

Chiaravalle, Geminiano, Giovannino e

Stefano, che rappresenta il forte legame

tra la Magra, la storia di Pontremoli e il

sentimento religioso. Nella parte bassa

del quadro e raffigurata Pontremoli,

sovrastata da oscure nuvole e minacciata

dall’inondazione del fiume in piena, alto

e travolgente sopra i piani bassi delle case

da Porta Parma alla torre di Castelnuovo,

col ponte di Sommo Borgo crollato.

La presenza del demonio trattenuto da

una catena rappresenta il male che incombe

su Pontremoli: solo la protezione

divina, in particolare del patrono San

Geminiano, puo allontanare il pericolo

dell’alluvione. La piena rappresentata,

con il particolare dell’arcata “di Cima”

divelta dalla furia delle acque, fa pensare

che possa essere la piena dell’autunno

del 1755 durante i lavori di ricostruzione

del ponte. Una tela che conferma la

nascita di Pontremoli tra le acque della

Magra e del Verde, corsi sacri per la loro

protezione e lo sviluppo urbanistico della

città, ma fonti anche di apprensione

quando la storia della «porta e chiave

dell’Appennino» si allontana dal rispetto

del territorio e ne disconosce i numi

tutelari.

Il diluvio, ossia la distruzione di ogni

forma di vita impura attraverso l’acqua,

nasce dall’ira di Dio che decide

di creare un nuovo mondo in cui gli

uomini siano liberi dai peccati. Sempre

Campi scrive: «Per le copiose e

dirotte piogge, cadute in tutto il mese

di ottobre, resto di maniera inondata

la terra, che i campi e le strade indistintamente

sì convertirono in stagni,

restando queste impraticabili, e per

conseguenza s’interruppe per alcuno

tempo il commercio, caddero i tetti

delle case, ed infinito numero di persone,

e d’animali, senza alcuna distinzione,

perirono; la Magra ed il Verde

crebbero a segno che, sormontando

i ponti, gli diroccarono. Al diluvio,

immediatamente, sopravvenne, circa

alli 13 di novembre, una infermità

pestilenziale, detta inguinaglia, dalla

quale indifferentemente restarono

oppressi con grande strage, si nobili

come plebei. Per le predette inondazioni

ne seguirono, gli anni appresso,

una gravissima carestia ed una crudelissima

peste, con gran mortalità delle

genti». E ancora: «Copiosissima e dirottissima

pioggia cadde dal cielo a di

11 di ottobre e dopo mezzanotte, per

cui crebbero a tal segno i fiumi che,

superando tutti i ponti, inondarono

(205 Il Porticciolo SAGGISTICA)

e devastarono gran quantità di terreni,

entrando pure dentro Pontremoli

per la porta de’ Seratti sino alla casa

del medico Gio. Battista Nocetti, e

dalla porta di Castelnuovo sino alla

casa de’ Parasacchi: qual porta fu da’

vicini murata. Il canale pure di Carpanella,

uscendo pure dal suo letto,

inondo dalla casa di Campi, contigua

all’ospitale di S. Antonio, sino al S

Rocco. Dal Verde furono sepolti ambi i

ponti, gli orti e la strada sino quasi alla

chiesa di S. Francesco. Dalla Magra furono

abbattuti i mulini di S. Leonardo

di Maraffi, e parte di quello de’ Trincadini

in Borgovecchio, e devastate gran

parte di prati; le cantine furono ripiene

d’acqua; né si può spiegare il gran danno

che non solo in Pontremoli, ma ancora

in tutto il territorio…».

***

Il diluvio, ossia la distruzione di ogni forma

di vita impura, nasceva dall’ira di Dio

che decideva di creare un nuovo mondo

in cui gli uomini fossero liberi dai peccati.

Proprio per questo e necessario ricorrere

al mito che possiede il carattere di

trasformare un mondo che non riusciamo

a spiegare. Enigmi più che soluzioni,

smarrimenti che stimolano l’intelligenza

e accendono l’immaginazione. Come le

Statue Stele preistoriche e protostoriche,

numi tutelari scolpiti dai sassi levigati

dei nostri fiumi, evidenziano una energia

che continua ad emanare da questi

“idoli” di pietra maschili e femminili,

così i miti dei nostri fiumi rinviano a

significati che nessuno può scoprire, ma

solo far emergere dalle nebbie del territorio

lunigianese. Quei vapori di val

di Magra continuano a velare il paesaggio

che ci circonda e a emanare antiche

vestigia e oscuri sentimenti che il Genius

loci richiama. Le Statue Stele sono la più

alta manifestazione di queste divinità,

custodi della terra di Luni, il cui paesaggio

e dominato dal candore dei bacini

marmiferi della catena delle Alpi Apuane.

Il Deus Penninus veglia su questa terra

cosparsa di divinità che sono la metafora

dell’essenza del popolo apuano e ancora

dopo millenni raccontano i suoi misteri.

Noi, infatti, alla maggior parte delle cose

nel mondo non riusciamo a dare senso e

non possiamo trovare risposte. Per questo

il mito e un po’ come l’esperienza del

sogno in cui sembra che si possa volare e

che le cose si risolvano. Il mito ci rende

capaci di sognare, per questo un mondo

senza miti sarebbe un mondo triste, senza

emozioni, un universo da “svegli”, in

cui non si dorme e non si trova riposo.

La fantasia degli uomini si alimenta di

strane paure e forti desideri. Se la paura

si riferisce a una situazione accompagnata

da cattivi auspici, il desiderio nasce

dalla contemplazione del cielo, desidera,

“proveniente dalle stelle”. Infatti, secondo

la leggenda popolare, quando si

dice: «Esprimi un desiderio!», lo si fa rivolgendo

lo sguardo alle stelle. Se il disastro

si riferisce a una situazione non accompagnata

da buoni auspici o legata ad

una stella nefasta, dunque non propizia

per chi scruta il cielo, “desiderare” e la

condizione preliminare per muoversi

verso astri nascosti. Traslato, si direbbe assecondare

una vocazione: in pratica, dare

seguito a una speranza.

 

Il prete canta: Don Vincenzo De Pascale per i nostri 62 di matrimonio

Video il prete Don Vincenzo De Pascale canta : Video.mp4