AUTOBIOGRAFIA
Ho sempre sperato di essere selezionata al Campiello ma
non è successo. Mi consolo con le parole di Pascoli in Alexandros, quando
giunge alla fine del mondo conquistato: “Pianse dall’occhio verde, pianse
dall’occhio nero, il sogno è l’infinita ombra del vero”. Quindi anche per me è
stato bello sognare, ma per questo motivo ripropongo la mia Autobiografia che
figura già alla pagina “La mia narrativa”.
Ebbe però una bella recensione da parte di Lorenza
Rocco (Sìlarus, la rivista che pubblicò il mio primo racconto) e questa del
prof. Elio Varutti che qui riporto con gratitudine perché alla presentazione di
un mio libro alla Ubik di Trieste me ne mandò la registrazione,
AUTOBIOGRAFIA
La frase in latino, che tradotta è: “le cose siano come sono o non
siano” era il motto della famiglia Bresaugigg, conti di Lucinico, cognome poi
italianizzato in Bressani.
INDICE
Premessa p.1
Inizio p.2-5
Studio p.5-17
Amo p.17-32
Mamma p.32 -37
Famiglia p.37-39
Rimorsi p.39-41
Scrivo p.46-58
Foto p.58
(Indice
dettagliato a p.60)
Premessa
Era
uscito il mio primo libro Begonza, con
un’etimologia inventata da me “la donna due volte gonza”. La nostra letteratura
fin dall’inizio ci dipinge molti gonzi ma delle donne non parla, come fossero
tutte troppo intelligenti o meglio perché poco contano. Molte superano gli
uomini in futilità e nell’esser sciocche. Con il libro (1977) uscì poco dopo
una breve recensione sul Piccolo di Trieste, la mia città natale e
quindi ne ero orgogliosa quasi mi avessero dato il Pulitzer. La recensione
iniziava con un “Nel sapore dell’autobiografia” e più avanti mentre rimettevo a
posto quel ritaglio di giornale, sempre molto orgogliosa, il figlio più piccolo,
ma ormai già grandicello per capire, mi prese in giro: <<Ma tu mamma hai
un’autobiografia?>>.
Ora
tutti abbiamo un’autobiografia, la nostra storia, i nostri ricordi, gioie e
dolori e pur se è vero che agli altri non interessano perché tante sono le
persone che hanno compiuto cose egregie uscendo dall’anonimato, magari
facendosi anche apprezzare e voler bene, questi miei ricordi interessano a me
che con l’età sto perdendo un poco la memoria: sono la mia vita.
Come sarebbe bello poter dire:
<<Non omnis moriar>>.
INIZIO
Da Bobbio a Trieste
Sui quattro anni vivevo a Bobbio, dove la mamma era tornata ad insegnare
da Trieste la città del mio papà. Avrei dovuto nascere in Sicilia dove era
stato richiamato ad inizio della guerra, ma con il treno mamma attraversò tutta
la nostra penisola perché fossi triestina e nacqui in un giugno in cui lei
aveva mangiato troppe ciliegie.
Mi piaceva fin da allora essere indipendente e così
da casa della nonna a Bobbio, dove alloggiavamo con mamma e mio fratello
Ferruccio più grande di me di quattro anni, mi dirigevo verso la piazza della
città dove c’erano alberi verdi.
La prima donna che incontro mi chiede: <<Dove
vai così da sola?>> ed io: <<A canfrancesco>>.
La piazza si chiama San Francesco e in seguito sono stata alla Verna dove il Santo ebbe le stimmate, ma per me allora
era “canfrancesco”.
Seconda domanda: <<Quando torna il tuo papà?>>
La guerra era finita e papà fu uno dei primi a tornare dalla prigionia a Saida
però allora non lo conoscevo ancora. Dall’Africa ci aveva mandato una cartolina
dove si vedeva una porta a volta, con a fianco due abissini seduti a gambe
incrociate e che tenevano in mano una lancia, e dietro di loro ad incorniciarla
due statue di faraone. Avevo pensato che mio padre fosse una di quelle due per
cui rispondevo: <<Papà non torna, papà è di muro>>.
Papà era tornato e sul treno indossava la divisa (sotto
aveva due cambi di biancheria, tutto il suo corredo). Un controllore gli disse
di togliersela:<<Non erano più i tempi>>. Era stato capitano di
artiglieria e nelle foto d’epoca aveva uno splendido mantello azzurro..
Scese a Trieste e alla stazione un fratello gli
disse che era morta la sua mamma Gisella cui voleva molto, molto bene. Non avevano voluto
farglielo sapere prima, poi giunse a Bobbio e ricuperò noi tre: mamma, mio
fratello ed io, per portarci a Trieste.
Fu il primo distacco, dal mio mondo di allora,
dalla mia amica del cuore Carlina che però aveva il suo papà mentre il mio fino ad
allora sembrava non fosse esistito.
A Trieste iniziò un’altra vita. Sì che d’inverno soffiava una bora
gelata che mi tagliava le ginocchia lasciate scoperte da quelle gonnelline di
lana che mamma mi confezionava, ma poi arrivò la stagione dei bagni. Imparai a
nuotare proprio come fecero con Giorgio
Bassani, autore del Giardino dei Finzi Contini e come mi raccontò la sua cugina maggiore Lelia Finzi Luzzati, tesoriera del Lyceum di Genova e cara Amica. Allora
per far vincere la paura dell’acqua si gettava il bimbo a bagno, ma Giorgio rimase
per anni balbuziente.
Anch’io fui spinta giù dalla scaletta che scendeva
nell’acqua di una piscina e risalii annaspando come un cagnolino. Nel tempo ho
imparato i vari stili di nuoto ma in certi momenti ansiosi il mio stile
personale ritorna quello del cagnolino che non vuole affogare. Una volta mi
trovai immobile nel salvagente perché da ambo i lati avevo due urticanti
meduse. I miei cugini, tuttora a Trieste, dicono che fanno il bagno tranquilli
ogni anno tra le meduse. E si andava a Barcola, io sulla canna della bici di
papà e perfino a fare il bagno vicino al Castello di Miramare.
Narra una leggenda trentina che quando una mamma sta morendo nel
partorire vede emergere nella sua fantasia un pesce che regge una pergamena e
su questa è dipinto il Castello
di Miramare, il castello della
disgrazia. La storia avvalora per i suoi abitanti illustri questa leggenda,
però è splendido, una delle meraviglie di Trieste.
E c’erano le gite in Carso e si tornava cantando tra le lucciole d’inizio
estate.
E c’erano tre colonnine ad inizio di via dell’Acquedotto, poi diventata via XX Settembre, su cui era bello fare
il salterello
E c’era quella birra alla spina che mi mandavano a prendere alla Dreher una decina di metri alla fine della via di casa
nostra, via dello
Scoglio, e mi sentivo così
importante per questo incarico.
E alla domenica le corse di cavalli all’Ippodromo di Montebello
dove mio nonno andava a tenere la contabilità e noi passavamo a salutarlo e
potevo ammirare i suoi capelli candidi che dal capo chino scendevano a sfiorare
la penna.
E c’era Milziade un sauro biondo, coda e criniera bianchi, di cui
mi ero innamorata. Era sempre in testa a tutti ma quando arrivava a pochi metri
dal traguardo rompeva e tutti lo superavano.
E c’erano le fughe dietro a mio fratello che giocava a bilie o a tappini delle bottigliette di bibita con altri ragazzini su
un circuito creato da loro di volta in volta, ma quando si arrabbiava perché
perdeva, le buttava tutte all’aria distruggendo il tracciato. Doveva scappare
inseguito dai compagnetti ed io arrancando dietro di
lui.
E poi ci fu la scuola, la prima elementare. Il preside mandò il bidello a
chiedere ai miei genitori di passarmi in seconda dato che leggevo bene. Avevo
imparato, guardando da sopra la spalla di papà, che mi raccontava le favole, la
maiuscola d’inizio frase e poi avevo imparato a mettere insieme le lettere e
quindi a leggere le parole. Ferruccio, mio fratello, talvolta era incaricato di venirmi
a prendere a scuola e, se non lo vedevo, mi avviavo
trionfante e da sola verso casa come quando a Bobbio andavo a “canfrancesco”. Però lui, non visto da me, mi seguiva per
vedere cosa combinavo.
Papà era un innamorato del libro però non era il
padre dolce che credevo mi sarebbe arrivato quando ancora vivevo a Bobbio:
sapeva rimproverare, a volte s’incolleriva. Minnie Alzona, carissima Amica e
presidente del Lyceum
genovese, quando lesse le lettere che papà
aveva mandato in tempo di guerra alla mamma, lo definì: <<Un grande
educatore>>.
Un giorno rientravamo con lui a casa da lei che
stava molto male ed era tutta bianca in un letto. Papà mi aveva comprato dei
vestitini per l’estate quando ci avrebbe portato per la prima volta in montagna
e mamma si sarebbe ripresa. Un abitino era tirolese con tanto di grembiulino, ma
giunti a quota cinque ce n’erano altri due, uno di seta azzurro con farfalle
ricamate sopra che piaceva a papà e uno rosa con le maniche che si aprivano
sopra le spalle come due piccole ali di farfalla che piaceva a me. Papà è
sempre stato generoso e così mi comprò ben sette vestiti e poi correvamo verso
casa perché non vedeva l’ora di far vedere l’acquisto alla mamma. Faticavo a
tener dietro alle sue gambe lunghe lunghe che
sembravano in gara con il vento e caddi sbucciandomi un ginocchio. Mentre mi
rialzavo, mi disse severo: <<Ma la mamma non t’insegna a camminare?>>
Mi rialzai offesa e gli risposi: <<Non mi compri con sette vestiti>>.
Poi, a casa, lui da una parte del letto, io dall’altra per terminare il rito
dei vestiti da mostrare a mamma. Entrambi un po’ vergognosi: lui per avermi
rimproverata, io per avergli risposto.
E arrivarono momenti turbolenti. A fine estate mamma, in bici, aveva incuneato
una ruota nelle rotaie del tram. “A buchellini” come
li chiamavo io perché le pareti a rete lasciavano passare l’aria. Un donnone, una
slava, l’aveva insultata “crodiga di un’italiana”, appellativo
che significa “cotenna del maiale”.
Quando al 4 novembre papà espose la bandiera italiana fuori dal balcone,
scesero alcuni slavi dall’alto di Via dello
Scoglio e presero a sassate le
nostre finestre, rompendo i vetri.
Papà decise di venire ad abitare a Genova, città simile a Trieste per il
suo golfo.
A Genova
Sul treno che ci portava via mio fratello Ferruccio
cantava a fior di labbra: <<Trieste mia no existi
un altro paradiso bello al par de ti>> e c’era la malinconia di tutti i
profughi che devono lasciare il loro mondo, tutto ciò che conoscevano e
amavano.
Quell’anno avevo iniziato la prima elementare e nel
passaggio a Genova persi qualche mese di scuola. Ricordo che mentre veniva
ultimata la casa dove saremmo andati ad abitare, restammo a pensione da una
signora il cui marito navigava ed il figlio, mio coetaneo, divenne poi un
ottimo docente di teatro. In quel periodo, intanto, la mamma dovette rientrare
a Trieste per ricuperare un documento e mi ammalai con una febbre molto alta. La
signora che ci ospitava, poiché era carnevale, pensò di farmi indossare un costume
da Pierrot per distrarmi. Quando tornò mamma, la febbre mi
scomparve e la signora commentò: <<Come vuole bene alla sua mamma questa
bimba!>>
Tutti gli anni tornammo come in pellegrinaggio a
Trieste fino a quando ridivenne italiana, cioè vi tornammo sempre dal 1948 al 26
ottobre 1954. La notte prima dormimmo tutti noi quattro di famiglia, genitori e
il fratello Uccio
(= Ferruccio) in una sola camera
d’albergo perché gli hotel erano strapieni, anzi papà non dormì perché
passeggiò tutta la notte avanti e indietro. Il 26 in una giornata uggiosa
vedemmo le navi italiane attraccare al Molo Audace. Eravamo in piazza dell’Unità tra una folla straripante.
1) Prima vacanza 2) io
a Trieste 3) Bobbio, in bici
Studio
Mentre a Trieste il preside aveva chiesto ai miei genitori di passarmi
alla seconda classe, a Genova il rientro a scuola fu difficile. Non sapevo
ancora scrivere e, abituata alla dolce parlata giuliana, non riconoscevo le
doppie. Per anni dovetti appoggiarmi al
dizionario per capire se ci fossero una sola consonante o le due delle doppie.
Così i miei dettati erano pieni di errori.
Unica consolazione in tanta amarezza e spaesamento,
dato che a Trieste ero in una classe tutta di biondine come me, mentre a Genova
nella nuova ce n’erano solo due e tutte le altre erano brunette quindi mi
sentivo un po’ fuori posto, è stato quando due gemelline, Lidia e Marina Gazzo mi presero per mano per accompagnarmi dalla loro
mamma dicendole: <<Questa è la bambina che viene da Trieste>>.
Il loro papà Emanuele era un giornalista che
per la Festa della Mamma mandava una lettera alla maestra e lei la leggeva
commuovendosi. Abitavano per gentile concessione della marchesa Spinola nella sua villa in Albaro e talvolta m’invitavano
a giocare in quel giardino che mi sembrava un parco incantato.
Altrettanto incantato era però il piccolo prato che
vedevo dalle finestre di casa su una collinetta e dominava l’incrocio di via
Pisa con via Monte Zovetto. Tutte le mattine lo attraversavo per andare alla
mia scuola, la Brignole
e Sale. Lì a primavera era
tutto un fiorire di alberi rosa e bianchi, mandorli, peschi ed io m’incantavo a
guardarli. Poi vi hanno costruito una casa e quel piccolo paradiso non è più
stato. Ma c’erano i piccoli vasi di fiori che papà coltivava sul terrazzo e
m’insegnava prima a mettere i semi.
Arrivò il riscatto all’esame di terza elementare.
Ci avevano dato da svolgere un componimento dallo strano titolo “il mio
lettino” e io lì ci passavo molte ore e giorni per febbri ricorrenti. Inoltre,
avevo paura del buio e non mi bastava che i miei genitori mi avessero regalato
una lampada che con il calore iniziava a far ruotare un copri-lampada interno
su cui barchette sembravano muoversi sul mare e si dilatavano in immagini sulle
pareti.
La maestra, commossa, passò il mio tema alle
colleghe e tutte si commuovevano a loro volta e capii allora quanto sia
importante entrare nel cuore della gente: questo è stato anche l’input del mio
giornalismo.
E tanti anni dopo, quando la Provincia di Genova
organizzò un ricordo per il giornalista Emanuele Gazzo che con la famiglia si
era poi trasferito in Lussemburgo ed io, diventata giornalista, seguivo per il Settimanale cattolico diocesano la Provincia, scrissi su quell’evento.
Gazzo, laureato in economia all’Università di Genova,
aveva fondato una piccola casa editrice “Emiliano degli Orfini”,
poi era entrato all’ANSA e con Lodovico
Riccardi, che ne era il presidente,
avevano fondato l’Agence Europe di cui era diventato direttore e con sede in
Lussemburgo. Allora vi stava nascendo l’Europa, sede della Comunità europea del carbone e
dell’acciaio. Tra i premi che gli furono conferiti anche il prestigioso Bentinck.
In quell’occasione, in Provincia, ritrovai una
delle gemelline che era venuta a presenziare. Mi diede notizie sue e della
sorella che viveva in Costa
Azzurra ed entrambe avevano
sposato due stranieri. A volte mi vengono in mente quei versi di Quasimodo: <<Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole ed è subito sera>> perché, anche in questa
occasione, è stato come esser scaldata da quel raggio solare d’amicizia che poi
ho di nuovo perso.
Ho avuto un altro successo da ragazzina con un tema
dal titolo “La vita all’aria aperta” in un concorso scolastico per tutte le scuole di
Genova dove vinsi il secondo premio ma non ricordo se fosse ancora alle
elementari o già alle medie.
Diedi l’esame di quinta elementare al Doria dove
poi i miei genitori mi avrebbero iscritta. Ora dovete sapere che c’è il D’Oria
liceo e il Doria medie, nome che è usato per indicare questa scuola in quanto
sono intitolati a due diversi personaggi storici. Ce lo spiegava il preside Italo Malco ed ora però non chiedetemi di addentrarmi nella
storia perché poco la ricordo ma, dopo quell’esame di quinta, mentre scendevo
la scala che porta verso piazza
della Vittoria, accompagnata dai miei
genitori, l’insegnante che mi aveva esaminata ci inseguì per chieder loro
d’iscrivermi alla sua classe: le era piaciuto come affrontavo l’analisi logica.
Era Emilia Maciocco Tassi, per me così materna che, quando verso Pasqua ero
stanca e ad inizio dei temi scrivevo il mio cognome con tre “s”, invitava i
miei genitori a farmi prendere qualche giorno di riposo. Lei mi consegnò con i
miei compagni al ginnasio di Gina
(=Regina) De Benedetti,
l’intelligente e sensibile donna ebrea che alle leggi razziali si era ritrovata
con i capelli divenuti tutti bianchi da sera a mattina. Con lei ci fu
un’ulteriore crescita e la spinta ad approfondire gli argomenti.
Mi par di ricordare che grazie a Lei, e a sua
sorella che ne era amica, entrai in contatto con Rita Levi Montalcini. Accompagnai
Gina fino a quando morì. Andavo a trovarla prima nella sua casa di via Pozzo e le portai a conoscere con orgoglio la mia prima
bimba, neonata, e Lei mi regalò tre volumi delle traduzioni di Enrico Turolla, relatore della mia tesi all’Università. La
frequentai quando andò in una casa di riposo in Albaro dove una volta cadde dal
letto infortunandosi e, quando passavo lì davanti ma in partenza per le vacanze
estive, provavo apprensione temendo di non ritrovarla al ritorno. L’accompagnai
al cimitero sulla sua tomba. E c’è una strana caratteristica dei funerali: pur
nel dolore e nel commiato c’è sempre qualcuno che si lascia scappare una
battuta e la gente ride ed è come se morte e vita si saldassero e la vita
continuasse prevalendo.
Al Liceo
Ecco arrivato il momento del liceo “D’Oria”, molto
formativo. In prima liceo i miei genitori mi avevano mandato a lezione privata
d’italiano perché avendo quell’anno una supplente temevano che perdessi la
buona preparazione avuta fino ad allora. L’insegnante era una trentenne
simpatica che ci accompagnò in gita scolastica a Parigi e un pomeriggio ci
offrì un tè. Eravamo in cinque allieve con lei e quando lasciò la mancia la compagna
con cui condividevo la stanza per dormire se la intascò sostenendo che era
troppo modesta e ci faceva fare cattiva figura. Quella ragazza, poi mia cara
amica, una sera che mio fratello bussò alla nostra porta perché voleva mettere
i soldatini di piombo che aveva acquistato nella mia valigia, non mi permise di
aprirgli. Mio fratello ha quattro anni più di me ed era andato a scuola un anno
avanti, in tempo di guerra quando lo aveva preparato la mamma, maestra, quindi
era come se scolasticamente fosse più avanti di me di cinque anni. Era già
universitario ad Ingegneria. L’amica non mi permise di aprirgli:<<Tuo
fratello mi violenterà, se gli apri>>. Era una simpaticona ma so bene che
non voleva farsi vedere con i bigodini in testa e mentre mangiava semi di zucca,
come ogni sera, prima di addormentarsi.
Una volta poi che eravamo in classe ed io ero in
primo banco questa amica dalla pedana della cattedra mi richiamò ad alta voce: <<Che
stupida sono, il prof. non mi ha messo il voto e potevo mettermelo io>>.
Intanto, il professore, Vittorio
Soave, si era tirato gli
occhiali sulla testa e la stava guardando. Penso che l’abbia amnistiata, io
l’avrei fatto.
E quanto ai soldatini, mio fratello ne era
collezionista e si divertiva a dipingerli. Mio padre una volta commentò: <<Che
figli ho fatto: uno dipinge soldatini e l’altra scrive inutili poesie>>.
Soave era definito dal preside Malco l’acribès, ossia
l’intatto, secondo l’etimologia greca il “non mescolato”: non gli si poteva far
pressione per modificare un voto neanche per una buona causa come risparmiare la
bocciatura ad un allievo non troppo diligente. Quando Soave andò anche lui in una casa di riposo in via XX Settembre, lo andai a trovare: gli volevo un gran bene e ne
ammiravo il candore.
Le lezioni private d’italiano in prima liceo le
ebbi da Piero Raimondi, prefatore di tutti gli autori di lingua spagnola
dei Nobel della Utet ed è stato definito in morte dal critico teatrale Dario G. Martini “finissimo uomo di lettere”.
Era molto colto e a fine anno mi chiese cosa ne
pensassi se in seconda liceo fosse diventato mio professore al D’Oria. Risposi
convinta che ne sarei stata felice. <<È l’unica che lo pensa>>,
commentò Raimondi. Quando me lo ritrovai in classe, andai pimpante e da
volontaria alla prima interrogazione sulla Divina Commedia. Mi mandò in tale
confusione con le sue domande che feci nascere Dante nell’anno in cui morì:
insomma una catastrofe. Ma a Raimondi non tenni il broncio anzi gli ero grata
perché gli piacevano i miei temi che apprezzava per “l’originalità, perché
diversi da tutti gli altri”.
In realtà sono anche abbastanza permalosa e una
volta ascoltai due compagne che parlavano di me e una diceva: <<Che brava
è la Bressani>> e l’altra:<<Prova a pestarle un piede e poi
vedi>>.
Emanuele Gennaro è stato forse il professore che per me ebbe più
fascino, l’inventore della Pittura filosofica con cui
ebbe successo anche all’estero.
Orfano, allevato da una zia che viveva a Roma,
sposò Marguerite Krausaz, un’insegnante svizzera della Berlitz. Si era comprato una barca a motore e con la moglie
nelle loro gite costeggiavano tutta la costa ligure. Gennaro una volta ci aveva chiesto di mettere in disegno
qualcosa della filosofia che ci insegnava e disegnai “i cavalli di Platone”. Apprezzò con un bel voto e qui li riproduco anche
se quei cavalli erano uno bianco e uno nero. Quando anni dopo i nipotini mi
chiedevano: <<Nonna mi disegni un cavallo>>, mi trovavo in grande
difficoltà perché ormai avevo perso la mano.
Anche mio fratello, che studiava da ingegnere
quando io ero ancora al liceo e non era portato per il disegno, mi chiese se
potessi aiutarlo perché doveva copiare un rosone di gesso che si trovava in una
delle aule della sua Università. Lo accompagnai, dandomi l’aria di un’allieva
matura però ricordo come il professore mi guardasse stupito (forse poco lo
ingannavo, ma non disse nulla) e mio fratello per quello schizzo riportò un 21,
quindi niente male.
4)
La tombola sportiva
I miei genitori avevano l’abitudine di farci fare
la settimana bianca quando ancora non era diventata prassi scolastica e quando
tornavo dovevo far firmare la giustificazione al professore e la volta che
capitò a Gennaro, vedendomi tutta abbronzata, commentò: <<Ma
cosa ha avuto Bressani? La malattia del lupo?>>.
5)
Cadere insegna sempre
Guardando questa foto i miei
capelli di bionda naturale sono scuri, quasi castani come accadeva ogni volta
che me li tagliavano corti e non avevano più le striature del sole: favolose
quelle al mare con i capelli incrostati di salsedine. Anzi una volta che sui
vent’anni ero dal parrucchiere, il Sabelli di Genova che nella sua
insegna si era messo una corona sopra il nome, una cliente gli disse:
<<Vorrei i capelli con il colore di quella ragazza>> e lui rispose:
<<Se lo sapessi fare sarei milionario e non starei qui a lavorare>>.
Insomma avevo anch’io qualche
bellezza pur se a Bobbio quando m’incontravano da ragazzina con la zia di cui
ero ospite e le chiedevano chi fossi e lei: <<La figlia della Ida>>, l’altra replicava con un sospiro:
<<La mamma sì che era bella…>>. Così già da allora avevo capito che
mi conveniva puntare su qualcosa di meno effimero della bellezza.
Torno al D’Oria: l’anno della
maturità Gennaro aveva deciso di interrogare una volta sola gli allievi che stimava di
più per poi lasciarli tranquilli e dedicarsi agli altri e fece così anche con
me, però a sorpresa mi richiamò dopo qualche tempo e non avevo studiato. Non mi
diede voto però mi rimandò a posto con un secco “Bressani non traligni” e quel
verbo mi risuonò come una scudisciata.
Di matematica avevamo la professoressa Franchi. Mi era capitato – penso fosse alle medie – di
alzarmi dal fondo della classe per denunciare una compagna che copiava alla
grande. Ricordo la vergogna che mi accompagnò mentre passavo tra i banchi con
tutti gli occhi puntati su di me per cui passai al comportamento opposto: <<Mai
più l’onta di una delazione, anzi facevo copiare a mia volta>>. Ero in
primo banco, quello che in genere è meno attenzionato dai professori e alla
ragazza che stava in quello dietro dicevo: <<Tu non disturbare, poi alzo
il foglio e tu copi>>. Lei lo faceva e a volte nelle versioni chi
copiava, aggiustando una frase, prendeva qualche voto più di me, ma non m’importava.
Però quando la
Franchi si accorse di ciò, diede
“due” all’allieva che copiava e “due” a me che lasciavo copiare impedendole d’imparare.
Pensavo di fare un’opera buona, mi offesi e poiché sono collerica quando Franchi spiegava e metteva la mano proprio sul mio banco,
squadernavo l’ultimo numero di Topolino e m’immergevo nella lettura. Lei fingeva di non
vedere finché dopo quattro o cinque di queste rappresaglie tornai a stare
attenta.
6)
D’Oria: Foto III
Liceo
Io sono vicino al preside
Malco, guardando la foto alla sua sinistra. Chi tiene la lavagna è Pino
Barreca, un compagno piccolo di statura che mi era molto simpatico e che è
stato il primo ad andarsene della nostra classe: è morto molto giovane. Conobbi
poi la sua mamma, professoressa, che mi raccontò come sotto i bombardamenti
della guerra, se lo stringesse al petto, dimenticando sempre le sue scarpine
per raggiungere al più presto il rifugio e tenendo aggrappato al vestito il
fratellino poco più grande.
Finalmente l’Università
Desideravo profondamente studiare Architettura. In fondo la mia insegnante di disegno alle medie
aveva chiesto ai miei genitori d’iscrivermi all’Artistico ma non avevano voluto
e sono loro grata perché il patrimonio umanistico è qualcosa cui attingere in
tutta la vita.
I miei genitori si facevano in quattro per
accontentarmi e così avevano iniziato a cercar casa a Milano perché a Genova
c’era allora solo il biennio di tale Facoltà. Quando vidi quella che avevano
trovato in periferia con piccole finestre, avvolte dalla nebbia allora
consistente, pensai che sarei stata troppo egoista a privarli del loro bel
terrazzo genovese inondato di sole dove giocavano a carte. Rinunciai al mio
sogno e la scelta fu Lettere
classiche con Greco e Latino.
Al primo esame con il famoso Enrico Turolla che alcuni suoi allievi veneziani mi raccontavano
esser solito andare in barca sul mare in tempesta declamando versi di Omero, questi mi disse: <<Ne sai pochino di Greco,
sono stato di manica larga>>. Mi offesi. E i miei bei voti al D’Oria?
L’esame successivo bisognava portare un’esercitazione e Turolla commentò per la mia: <<È davvero
interessante, ma l’hai fatta proprio tu?>>
Fuori dall’aula, offesa ed umiliata, piangevo come
una vite tagliata. Passa un ragazzo e mi dà un colpetto sulla spalla: <<Poverina,
i professori sono tutti pazzi. Quanto ti ha dato?>> E io tra le lacrime: <<Trenta>>.
Il ragazzo sbarrò gli occhi, mi fece il saluto militare battendo sui tacchi e
s’inabissò lungo il corridoio. E io piangevo e ridevo.
Allora non sapevo battere a macchina e la mia tesi
la dettai in una copisteria dietro Palazzo Ducale. La ragazza che digitava
aspettava un bimbo ed io avevo appena perso il mio. Dopo un paio d’ore di
dettatura ci alzavamo lei stiracchiandosi, tutta indolenzita ed io pure. Mio
marito che veniva a ricuperarmi doveva quasi sollevarmi per fare i tre ripidi scalini
d’uscita. Quella ragazza mi fece un bellissimo complimento che come sempre
viene tanto più apprezzato se sono ancora pochi: <<La sua tesi è bella
come un romanzo>>.
Quando mi laureai nella prima sessione utile del
quarto anno con 110 lode e medaglia d’argento (quella d’oro l’ebbe solo un
allievo Giovannino Carosio che tremava tutto ed aveva una malattia degenerativa
che però non gli impediva di dar prova della sua brillante intelligenza) ero
sposata da poco più di un anno e fui contattata dalla SSCS (Scuola Superiore
delle Comunicazioni Sociali) che nasceva allora a Bergamo come tutti i migliori
laureati d’Italia di ogni Facoltà e purtroppo declinai quell’invito. La maggior
parte di chi uscì da quella prima tornata della Scuola si sistemò in Rai. Il problema fu che mio marito non voleva che mi spostassi in auto
poiché una sua compagna di liceo aveva avuto un fatale incidente, ma andare con
il treno a Bergamo risultava impossibile per orari inconciliabili con la vita
di famiglia.
Anni dopo quando con i tre figli ci trasferimmo per
un anno a Milano dove mio marito in quel momento lavorava e prima era stato per
un anno e mezzo a Napoli con i nostri ragazzi che si mettevano in coda per la
telefonata serale (e a dire il vero non mancò mai ogni settimana di rientrare
al venerdì sera con l’aereo e di ripartire alla domenica sera con il treno) m’iscrissi
alla Scuola e mi diplomai sempre con il massimo dei voti.
Incontrai in quella scuola, che ormai si era
trasferita in Cattolica, “un serbatoio”, “un pozzo” di cultura cui attingere e
non trovo altre parole per definire quel sapere, aggiornato e stimolante come
non era certo stato quello conosciuto nell’Ateneo genovese. (Milano è sempre
Milano la città italiana più importante per industria e studi).
Segnalo però che avendo studiato per insegnare, lo
feci al D’Oria in due prime classi del liceo perché con due anni d’insegnamento
prima dell’introduzione dei corsi abilitanti (avevo conseguito le tre
abilitazioni per italiano, latino e greco tra la nascita di un figlio e
l’altro) sarei entrata di ruolo.
Era il 1972/73 e quando andai al
primo giorno di scuola ero così emozionata che dovetti rifugiarmi in bagno a
vomitare e trovai il vicepreside Arnolfo Galli che teneva buoni i miei allievi
dato che per quel motivo ero in ritardo. Ebbi la qualifica di “ottimo” che il preside
Malco aveva dato solo ad altri due professori prima di me ma non totalizzai il
secondo anno che occorreva per entrare di ruolo.
Arnolfo
Galli, vicepreside del D'Oria, voleva facessi ricorso per il posto al D'Oria in
quanto assegnato ad una professoressa che si conteggiava un punteggio
falso. Non volli farlo e allora m’inviò quella che
considero una delle più belle lettere da me ricevuta. La allego, ma prima spiego che non feci
ricorso perché l’insegnante che mi rubò il posto era l’antica fidanza di quel
Carosio che all’Università ebbe la medaglia d’oro e che tremava tutto. Forse
non lo sposò mai perché – temo – fosse un’opportunista e all’Università le
faceva comodo farsi notare con lui per brillare un poco di luce riflessa.
Però
allora pensai: un posto ci sarà per me e invece erano tutti fuori Genova, il
più vicino a Chiavari. Rinunciai ma in Provveditorato era stata cooptata da
Milano la figlia, professoressa, della signora da cui mi servivo perché aveva
una tintoria/lavanderia.
Mi
chiamò a casa per dirmi che appena uscita era saltato fuori il posto “imboscato”
del Liceo Mazzini di Sampierdarena dove avrei potuto recarmi in auto con mio
marito che andava a lavorare in Ansaldo: una pacchia quindi.
Feci
ricorso e prima di Natale il posto era mio, ma ormai avevo intrapreso un’altra
strada: quella del giornalismo e lasciai perdere. Magari da insegnante avrei
avuto una pensione migliore, però l’insegnamento per me è stato un grande amore
rinunciato e sono orgogliosa e commossa che due allievi ancora mi ricordino: Andrea
Guglielmino e Daniela Massocco.
Lettera
di Arnolfo Galli che conclude con gli auguri per mio padre allora sotto
processo e poi assolto “perché il fatto non sussiste”, ma da Direttore alle
Imposte dirette e funzionario modello gli rovinarono la vita. Altrove ne ho
scritto e fu una grande sofferenza per tutta la nostra famiglia: anni bui!
(Indice: 7)
Intanto, seguendo il suggerimento di un professore
della Cattolica che consigliava a noi futuri giornalisti di
presentarci nelle redazioni per Ferragosto quando queste risultano sguarnite e
quindi è più facile mettervi dentro il “nostro alluce” prima d’inserirvi tutto
il piede, mi presentai a Genova a il
Giornale.
Il secondo anno della Cattolica lo feci poi prendendo al volo i treni per frequentare e la frequenza era
obbligatoria. E questo riuscii a farlo grazie all’aiuto dei miei genitori che
venivano dai miei figli lasciati a casa, li seguivano nello studio e li
portavano anche fuori a passeggiare.
Credevo di trovare al Giornale l’ottimo Vassallo (una sorta di gigante buono che una volta che
accompagnavo in centro nei pressi della Rinascente mia madre, affetta da
Parkinson, e lei inciampò e cadde tirandomi a terra, ci sollevò come due piume.
Mi rimase impresso nella memoria). Però quando mi presentai al Giornale, Luigi Vassallo, scomparso prematuramente, era stato sostituito da
Massimo Zamorani che mi disse subito: <<O lei s’impegna qui o
con la sua scuola>> e preferii la scuola che mi apriva orizzonti e per me
era molto più interessante.
Poi mi ripresentai a diploma conseguito e Zamorani mi fece andare avanti e indietro (allora gli
articoli si dovevano portare a mano). Mi aveva detto d’intervistare l’assessore
Acerbi in Regione e mi ero fiondata sotto la redazione
per chiamare da un telefono a gettoni di un bar e prendere subito appuntamento,
ma c’era “un maleducato” che sorseggiava qualcosa al banco e ascoltava la mia
conversazione. Un mese dopo che il mio articolo era in giacenza e pensavo non
sarebbe più accaduto nulla Zamorani mi telefonò dicendomi che il mio articolo era
piaciuto a Umberto Merani (questi teneva i rapporti con la Regione) e
quindi il giorno dopo andava in pagina. Il titolo era “L’integrazione all’equo canone” e molto orgogliosa lo portai a leggere a mio
padre, affezionato lettore del Giornale. Mi disse: <<Si vede che non è proprio il
tuo campo, la prossima volta andrà meglio>>.
Un giorno scendendo le scale della redazione vidi
il maleducato del bar che saliva con un amico a braccetto, entrambi con una
bottiglia sotto il braccio libero. Chiesi poi alla segretaria se conoscesse
quei due e lei mi rispose: <<Ma è Merani con un amico>>.
Quindi a Merani devo il mio ingresso al Giornale, sempre però da collaboratrice esterna.
Penso che quella volta fu
proprio vero ciò che sostiene mia figlia sul mio “angelo custode”: del mio ha sempre
detto essere il mio continuo protettore. Desideravo diventare a tal punto giornalista
che se scrivessi un decimo libro lo intitolerei “Giornalismo, che
passione” e Merani è stato il mio angelo custode.
Non volli mai scrivere in redazione, anzi a volte
mi portavo dietro la macchina da scrivere e gettavo giù l’articolo sotto le
piante nel viale al di sotto per poi salire a consegnarlo. Una volta che Zamorani mi chiese di scrivere in sede e mi collocò in una
stanzetta, ebbi un vuoto di memoria. Non riuscivo a digitare niente e ad un
certo punto entrò a sollecitarmi. Allora dopo pochi minuti, con un atto di
volontà, riuscii a mettere insieme le poche righe richieste e a portargliele.
Quando gli consegnavo i miei articoli il capo stava
in piedi da una parte del tavolo e dall’altra io stavo in piedi a mia volta,
lui intanto che leggeva si faceva tutte le telefonate di questo mondo ed io aspettavo
con pazienza.
Anzi la prima volta aveva accartocciato un articolo
di non so chi che stava leggendo e l’aveva tirato nel
cestino, dicendomi:<<Lei adesso va a raccogliere quel foglio e capisce
cosa non bisogna scrivere sui giornali>>. E per parte mia avevo molto
ammirato Dino Frambati, il giornalista pilota d’aereo, per come in una
telefonata che ascoltai seppe tenergli testa. Invece io sopportavo dicendomi:
<<I capiredattori passano, mentre un bravo giornalista ha tanta strada
davanti>>, però ad un certo punto non ce la feci più.
Un giorno me ne andai insalutata ospite dal Giornale. Era stato Rino Di Stefano che sedeva nella
postazione fuori dalla stanza del capo a commentare una volta mentre passavo
davanti a lui: <<Quel bastardo!>> e da allora siamo diventati amici.
In seguito, mi par ricordare che sia stato proprio Rino a dirmi che era arrivato
un altro caporedattore, Luciano
Basso. Mi presentai (anzi fui
richiamata) e quando entrai vidi una bella poltrona al di là del tavolo (anche
la sede era cambiata, ora era vicino a Brignole) e mi stavo dirigendo sicura
vero di essa ma il capo mi fermò ridendo: <<Guardi che quella poltrona è
mia, Lei si accomodi lì e m’indicava una piccola sedia>>.
Con Basso non ci furono mai contese salvo un giorno
perché, frequentando tutti i Consigli di Circoscrizione per la mia
collaborazione in contemporanea con il Settimanale Cattolico (il
Settimanale diocesano poi diventato Il
Cittadino) mi fiondai in redazione
per una notizia-bomba che vi avevo appreso: “La ‘Ndrangheta’
aveva allungato le mani sugli alberghi di Nervi”.
Quella volta Basso si arrabbiò e mi redarguì: non
dovevo permettermi di piombare senza appuntamento, ma fui difesa da Giuseppe Zerbini, ottimo giornalista, fisso in redazione, che
sottolineò l’importanza della mia notizia. Poi, perché non ho mai avuto la
tempra di giornalista investigativa, non mi curai più di sapere se quella
notizia fosse vera e con sviluppi.
In seguito, scrissi su Il Giorno che considero la mia più
felice collaborazione con Franco
Abruzzo (che vidi solo una volta
ad un convegno di giornalisti e lo reputai un galantuomo) e soprattutto con Gianni Buosi, giornalista intelligente: con gran garbo sapeva
darmi suggerimenti e fare qualche critica). Mandavo le notizie da Genova ma
finalmente notizie con più spessore.
Poi mi accorsi che non mi pagavano. In Cattolica quando la frequentavo era venuto Guglielmo Zucconi a tenere qualche lezione ed ora era diventato
direttore del Giorno, gli scrissi:<<Studiare tanto per non essere
pagati…>> Come mi disse la segretaria di redazione nell’inviarmi
l’assegno, Zucconi mi aveva retribuito i due anni di collaborazione come
le migliori firme di quel giornale.
Grata e commossa gli scrissi per ringraziarlo. Era
già ricoverato, morì poco dopo e non so se mai gli sia giunto quel mio
biglietto. Il nuovo caporedattore divenne una donna che proveniva dal Giornale (quello con cui avevo incominciato e quindi
speravo di essere ben accolta) invece mi disse: <<Ho intenzione di fare
un giornale solo milanese: o Lei si trasferisce o non collabora più>> e
perciò dovetti abbandonare.
Poi scrissi anche sul Corriere Mercantile, giornale
storico di Genova, e il mio capo è stata una donna, ottima redattrice a
giornalista, Sandra
Monetti.
Continuavo intanto da sempre a scrivere per il Settimanale cattolico, dove ero stata invitata da mons. Giulio Venturini che mi assegnò di occuparmi della Provincia. In
seguito al suo posto venne un sacerdote, don Silvio Grilli, che apprezzai molto, salvo quando mi mise a casa senza una
parola di spiegazione dopo 28 anni di collaborazione. Di parole poteva trovarne tante, era anche un
timido e preferiva tagliar corto senza spiegare, però mi offesi. Una volta che
eravamo in San Lorenzo, cattedrale di Genova, per una festa de Il Nuovo Cittadino (nome che il Settimanale cattolico aveva
ripreso) me ne scivolò a terra una copia di quelle distribuite. Mi accorsi che
vi stavo stropicciando sopra i piedi con grande godimento. Mio marito mi guardò
male chiedendomi cosa stessi facendo, ma è stata la gioia della mia piccola vendetta.
Mi capitò anche di rifare un anno di scuola all’Università Cattolica quando la SSCS divenne scuola di
specializzazione in giornalismo. Si trattava di dare solo quattro esami e il
preside, Virgilio Melchiorre (amico di una cara amica di Gina De Benedetti, la
mia insegnante al ginnasio del D’Oria) voleva li dessi tutti prima di Natale
però mi sembrava ingiusto verso i compagni di corso e molto ligia preferii
frequentare tutto l’anno.
Era venuto a tenere alcune lezioni il fondatore di
una radio privata e m’invitò ad andare a vedere come l’avesse sistemata, ma
pensando ai sacrifici cui già sottoponevo i miei genitori per l’assistenza ai
miei figli quando prendevo il treno per andare da Brignole a Cadorna e di lì
alla vicina Cattolica, ricusai l’invito.
Un mio compagno di corso, Alessandro Faruffini, (i compagni erano quasi tutti più giovani di me),
poi preside di un liceo milanese e che già non è più da anni, si offrì di
accompagnarmi o anche di andare da solo se io non potevo, ma il fondatore di
radio lo ignorò.
Me lo ritrovai davanti all’esame e mi chiese una
cosa semplice, semplice: <<Se il giornalismo fosse più simile alla radio
o alla Tv>>. Pensando che il primo giornalismo nacque parlato quando in
Grecia antica qualcuno saliva su un gradino o un piedestallo ed arringava la
folla, risposi che era più simile alla radio. <<No>>, obiettò
l’esaminatore:<<Tv e giornalismo hanno titoli e scaletta>>.
L’esame proseguì zoppicando e mentre, uscita
dall’aula, soffrivo in corridoio dato che alla Cattolica la media dei voti doveva
esser alta per avere una qualche utilità nel mondo del lavoro, il professore Adriano Bellotto, il titolare di cattedra mi raggiunse per dirmi:
<<Signora, non si preoccupi che il voto lo do io e i suoi sacrifici
saranno ricompensati>>. Bellotto, padre di quattro figli, era venuto da Noventa di
Piave ad Ivrea al seguito di Adriano
Olivetti, di cui sistemò il
Museo. Con sensibilità aveva capito quanto mi potesse costare quella frequenza
e il desiderio di avere un buon risultato.
Come mi avevano insegnato i miei genitori, i bravi
insegnanti nella vita non vanno dimenticati e talvolta bisogna andare di
persona a far loro visita per testimoniare il nostro ricordo ed affetto. Così
feci anch’io sia con Turolla che con Bellotto, ma questi purtroppo già non era più. Mi accolse
sua moglie, mentre di Turolla ricordo che, quando
andammo a Venezia in una fredda giornata invernale con i nostri tre bimbi, suonò
per noi il pianoforte.
Di quella mia seconda frequentazione della SSCS ho un ricordo sgradevole di una compagna che veniva da una zona vicina
a Milano e non mancava di sottolineare come io lavorassi già e quindi venivo a
portar via il posto a persone come lei. Faruffini, il compagno già citato,
lo ricordo con affetto anche per il motivo che mi diceva:<<Lasciala
perdere, non vedi che sprizza invidia da tutti i pori>>.
Noblesse oblige come si dice e, anche se è molto diffusa
l’omonimia, mi piace ricordare l’illustre Federico Faruffini, pittore
di fine Ottocento, nato a Sesto San Giovanni: chissà non sia stato un antenato
di quel mio caro e sensibile compagno di corso.
Per concludere: cosa dire di una che ha fatto la
giornalista per trent’anni e si è fatta bocciare proprio all’esame di
giornalismo in Cattolica?
Ero alla presenza di 13 giornalisti con
presidente di commissione Enzo
Magrì. Mi rivolse una
semplicissima domanda:<<Chi è stato Giovanni Amendola?>>
A lui è perfino intestata l’INPGI, cioè la
previdenza dei giornalisti, ed è famoso anche per la “Secessione dell’Aventino”
quando nel 1924 annuncia che non avrebbe partecipato alle attività parlamentari
finché non fosse stata ripristinata la legalità e insieme a Filippo Turati fa un’opposizione non violenta al Governo fascista.
Mi vedevo passare in mente foto di Amendola e di suo figlio Giorgio,
partigiano, scrittore e politico.
Scena muta però e Magrì disse: <<Lei
capisce che non possiamo promuoverla anche se il suo tema sul diritto di
cronaca è stato il più bello, veramente valido>>. Mi offriva da vero
signore la pillola consolatoria del suo apprezzamento, ma uscii da quell’aula
sconfitta.
Di Magrì mi comprai le sue Guerre di carta, storia del giornalismo milanese: un gran libro!
8)
Fuori dall’aula un compagno mi chiese: <<Ti
ha chiesto Giovanni o Giorgio?>> Forse stavo anche piangendo e pensavo a
Milziade quel cavallo da me così amato da bimba alle corse a Montebello, il
cavallo che era in testa a tutti ma rompeva sempre prima del traguardo. Un
altro allievo in età commentò: <<Ma possibile che non s’impari mai? Hai
studiato, sai più cose importanti che potrai insegnare a tua volta. Sii
felice>> E mi fu di consolazione.
AMO
9 – sui diciott’anni
Queste foto, tra le mie
migliori di quel tempo, mi risultano inquietanti per la certezza di futura
felicità che trasmettono. Invece non è mai così e ricordo le parole di Gina De
Benedetti, la mia amata insegnante del ginnasio: <<Homo sum et omnia mihi accidere possunt>> e
anche:<<Tante belle intelligenze femminili vanno sprecate>>.
Peccato non mi riesca di
ritrovare una mia foto, scattata a Bobbio, nel giardino di casa, seduta con la
gattina nera Fuffi ai miei piedi e con su una spalla Checco, un
corvo nero addomesticato che alla morte del padrone si era trasferito da noi,
adottandoci: proprio una “stria” da leggenda. (Come avrei voluto essere ma non
sono mai stata. Le fate annoiano con le loro bacchette magiche che risolvono
tutto, mentre nella vita così non è). Però metto almeno il corvo severo che
sembra soppesarti, disegnato da un amico, Dionisio di Francescantonio,
pittore e scrittore.
10)
(corvo disegnato da Dionisio di Francescantonio)
Felice smemoratezza dei miei 17 anni. Un’anziana
signorina nubile che abitava nella mia casa da sposa disse una volta:
<<Come si è stupidi da giovani!>> e posso concordare con lei, ma
procedo per ordine.
Le mie estati si svolgevano così: a luglio bagni al 5 Maggio
stabilimento vicino allo scoglio dove Garibaldi partì per l’impresa dei Mille,
ad agosto una ventina di giorni in montagna, poi di nuovo bagni fino ad inizio
delle scuole. Non avevo mai esami a settembre quindi potevo godermi tutta
quella pausa estiva.
Ai bagni si svolgeva a fine luglio anche l’elezione
della “Miss 5 Maggio” e la sera del ballo prendo un numero, ma la figlia del
proprietario (o gestore), che era amico di mio padre, me ne dà un altro “che mi
avrebbe portato fortuna”. Infatti, quel numero “truccato” viene chiamato a gran
voce dai giurati ed io, amante dell’understatement, lo appunto al bavero della
giacca del mio cavaliere del momento, di cui ora non ricordo più il nome. E lui,
spiritoso, va in mezzo alla pista da ballo e alzando gli spacchetti laterali
della sua giacca si genuflette davanti alla giuria. Un lunghissimo applauso per
lui.
C’era quell’anno alla spiaggia un ragazzo un po' cicciotto che mi regala
una stella marina appena da lui catturata e un altro mi regala un’ancora, che
mi ha seguito fin nella mia cantina della casa da sposa. Non ho mai capito
perché me l’avesse donata. Forse perché lo avevamo portato a fare un giro in
barca. E quando passammo davanti a Corso
Italia tutto quello che sapeva dire, era: <<In quella casa conosco una
ragazza, in quell’altra due ragazze, ecc.>> Avvilente come dialogo.
A quella spiaggia, lontana nel tempo, furoreggiava la “canzone del
pirata” inventata da un ragazzo che la frequentava: <<Se anche la donna
più bella, per te la più bella del mondo, ti dice “no” parti con un sorriso e
dille addio>>.
Avevamo avuto una prima barchetta e poi una seconda
(un Dinghy), battezzate da mio padre Marisa
I e Marisa
II. (Marisa è il nome che
mio fratello ha coniato dal mio Maria Luisa di battesimo, troppo asburgico e
soprattutto lungo).
La seconda era a vela, per cui quando cercavo di
entrare nella stretta baia del 5 Maggio
la randa mi colpiva sempre con violenza alla testa. Non ero una velista pur se
ho avuto un nipote campione, proclamato velista dell’anno e campione mondiale,
e mi piace ricordalo ora alla sua prima vittoria storica: la Barcolana.
Lorenzo e la Barcolana
11)
12)
Lorenzo Bressani vive a Trieste, non l’ho mai
conosciuto di persona. Veniva però da noi suo padre, mio cugino Sandro, quando
andava a trovarlo (allora Lorenzo lavorava nella riviera ligure di levante) e
si fermava a dormire da noi. Mi parlava del suo campione, Lorenzo, che i
pescatori di Barcola da ragazzino chiamavano “Rufo”, ossia refolo di vento. Mi
diceva il cugino che quando andava a salutarlo, lui era ignorato, lasciato in
un angolo e tutti erano intorno a suo figlio, il campione. Stessa sorte accadde
a me ad un pranzo dei Lions. Quando seppero il mio cognome le persone al mio
tavolo (alcuni erano appassionati velisti) non facevano che chiedermi di
Lorenzo.
Torno a quell’estate dei miei 17 anni al 5 Maggio e alla fine del libro (se avrete pazienza di
completare la lettura) scoprirete perché l’ancora regalatemi sia per me diventata un simbolo.
La piccolina
A quella mia spiaggia lontana nel tempo c’era anche
Alberto, figlio di un banchiere, in realtà direttore della Banca centrale.
Quando a fine anno scolastico avevamo partecipato ai brevetti atletici del
nostro liceo D’Oria, si era arrestato davanti a me, correndo ma stando fermo
sui piedi finché i compagni non l’avevano fischiato. Poi toccò a me fare la
corsa ed un istruttore, che dava i voti e stava seduto con le mie insegnanti di
ginnastica, scendendo sulla pista mi fermò, mi prese le mani dicendo che dovevo
fare atletica. Ma intanto c’era una piccolina che correva al mio fianco e
tagliava il traguardo. La piccolina quando salivamo per la pertica, ed io
arrivavo in alto in tre bracciate mentre lei ce ne metteva cinque o sei,
arrivava sempre prima. Così la volta che in quella corsa stavo per batterla, mi
fu tolta la mia vittoria.
Torno in tema: Alberto che aveva una risata cavallina a me non piaceva
proprio, però con lui c’era un amico magrolino con il mento un po’ allungato
come in genere hanno i nobili spagnoli e lui era di una famiglia genovese di
lunghissima data. Soprattutto aveva molto aplomb ed era simpatico. Lo apprezzai
quando una volta in cui stavamo parlando venne ad interromperci una mia
compagna di liceo molto manipolatrice. Gli chiese:<<Mi aiuti a cercare il
mio anello, l’ho perso in spiaggia e non lo trovo>>. Il ragazzo:<<Ho
già spostato tutti i sassi della spiaggia, ma del tuo anello, nulla>>.
Lei se ne andò ma la conoscevo bene.
Quando tornando insieme da scuola, con anche un
compagno di classe, dovevamo salire per una scala che passava davanti alla
Società Rubattino, congiungendosi alla via Albaro al di sopra, lei la saliva
facendo sempre ruotare la gonna fin a far vedere le mutande. Non solo, alla
festa di carnevale, poiché aveva splendidi occhi azzurri ma un viso da befanina, venne mascherata all’orientale con un velo fin
sopra il naso, e continuò a ballare mentre io ed altre compagne facevamo da
tappezzeria. Quando tolse il velo non la invitò più nessuno. Il compagno, per
me il più carino della classe, ad un certo punto mi fece ballare ed io anziché
godermi la danza gli dissi acida:<<Potevi metterci un po’ di più, perché
non sei venuto prima?>> Ci mancò poco che mi piantasse sulla pista, poi,
poiché era educato, finì il ballo. All’Università rividi la manipolatrice che
si era conquistata quello che si definiva allora “un buon partito”, anche se
stava ancora studiando e lei non lo mollava. In biblioteca stava appollaiata
sullo schienale della sua sedia, guardandosi in giro come lui fosse la sua “corona
di ferro”: <<Dio me l’ha dato, guai chi me lo tocca>>. In breve da
parte di noi ragazzine tante prove d’amore.
Un giorno il ragazzo della spiaggia disse che era
tornato a casa affamato ma suo fratello aveva già spazzolato tutto. <<E i
tuoi genitori?>>, gli chiesi. <<Non ho più genitori, sono
morti>>. <<Come? Tutti e due in un colpo?>>
<<Sì>>. E cambiò discorso. Chiesi ad una ragazza più grande, anche
lei con sette anni più di me e che abitava vicino al ragazzo cosa fosse
successo a quei genitori. Si parla sempre male della solidarietà femminile come
inesistente, invece lessi nei suoi occhi un’ombra di apprensione per me e mi
disse:<<Sembra così simpatico ma in casa quando è solo lo sentono urlare
di disperazione>>.
La storia me la raccontò mia madre: la sua mamma
era morta dopo aver ingerito dei barbiturici, il marito, il medico benefattore nel
curare a gratis i pazienti che non si potevano permettere le sue cure, l’aveva
seguita dopo pochi giorni. Si vociferava di rimorso per un tradimento ma un’altra
volta il ragazzo mi avvertì:<<Non dar retta alle voci che sentirai sui
miei genitori, un giorno ti racconterò la vera storia e non ne parlammo
mai>>.
In quella spiaggia lontana mi ero anche inventata un mestiere: facevo la
cartomante e leggevo la mano secondo alcune dritte che avevo appreso da
giornali femminili, letture della mia mamma. A tutti promettevo felicità e
ricchezza e un giorno che stavo scrutando la mano del ragazzo alzai gli occhi e
lessi nei suoi una tal dolcezza che abbassai subito i miei. È quasi sicuro che
sarò anche diventata rossa come un pomodoro come mi succedeva quando provavo
imbarazzo.
Stiamo per partire per la montagna e il ragazzo mi dice:<<Quando
mi laureo ti telefono>>. La sua laurea però è in Scienze politiche e quindi secondo mio padre ha poco valore, non è
in Medicina, Ingegneria, lauree serie come quella che sarà la mia scelta di Lettere classiche e secondo lui per una donna “si salvava”. Puntuale
arriva la telefonata e il ragazzo mi chiede se può parlare con mio padre per
chiedergli consiglio sulla scelta del posto di lavoro. Viene a casa nostra e
mamma lo fa accomodare in sala dove i mobili in palissandro nero tolgono quasi
tutto lo spazio e si gira a malapena intorno al tavolo.
Però dalla finestra si vede di fronte, oltre alla via, una collinetta
che a primavera si copre di alberi di mandorlo e di pesco fioriti: una gioia
degli occhi.
Papà arriva dall’ufficio alle due del pomeriggio e in quel momento sta
finendo di pranzare. Mia madre chiede gentile al ragazzo se vuole un caffè che
lei andrà a preparare perché Marisa non sa fare neanche quello.
Lei esce dalla stanza e il ragazzo:<<Se impari a fare il caffè, io
due uova al tegamino le so fare e possiamo metter su casa>>. Non credete
che il cuore di una diciassettenne ingenua a queste parole prenda il volo?
Quando al mattino vado al liceo D’Oria, sempre a piedi e mio padre mi
porta i libri, passiamo davanti alla via dove in fondo si vede la magione del
ragazzo. Mio padre commenta:<<Quel ragazzo ha una sola possibilità per
affermarsi cioè abbattere la sua casa dove abita e costruirvi un
grattacielo>>. È una dimora storica vincolata dalle Belle Arti ma mio
padre non lo sapeva e allora tanto meno io, né il saperlo mi avrebbe fatto
differenza.
Sono felice: al mattino, andando verso scuola, ho preso l’abitudine di
salutare tutti quelli che incontriamo e poi mi arrivano dal ragazzo le sue
telefonate, belle, quasi tutti i giorni. In passato ho ricevuto una telefonata
che ha sconvolto mio padre e l’ho sentito dire alla mamma:<<Un uomo chiede
al telefono di Marisa>>. Era il mio professore di religione, sacerdote.
Il telefono è un duplex e poiché l’altro
apparecchio è in camera di mio fratello potrebbe sentire le nostre
conversazioni ma non mi preoccupo.
Poi il ragazzo si ammala: una brutta influenza e pochi anni prima suo
cugino che era una promessa nel campo lavorativo da lui scelto era morto di “asiatica”.
L’influenza non passa e poi la diagnosi di suo fratello che è medico e vive con
lui nell’appartamento paterno è “Tbc”. Quella malattia dell’Ottocento?
Possibile? Una sorella di mamma a fine guerra è stata in sanatorio alcuni anni.
Qualche volta per gentile concessione dei miei posso andare a trovarlo ed è
sempre in compagnia: Alberto, Gianfranco, altri amici che gli vogliono bene.
Guarisce ma gli ho scoperto un lato oscuro. Ha una
graziosa cinquecento azzurra che vedo sfrecciare con sempre qualche ragazza a
bordo. <<Sono un taxi boy>> dice di sé e mio fratello che sta
studiando ad Ingegneria e per una materia va a lezione privata da un professore
vede spesso ferma davanti a quel palazzo la macchinina. Lì abita un’amica di
vecchia data del ragazzo. Solo un’amica? A dire il vero poi quella ragazza,
ormai donna affermata, la incontrerò per giornalismo e le chiederò se ha mai
conosciuto quel ragazzo e lei nega. Vuole dimenticare? Sono stata forse vittima
di un piccolo complotto familiare, per tutelarmi? Mah…
Poi una ricaduta nella malattia e quando si
ristabilisce va in montagna in Val d’Aosta e noi pure andiamo in quelle valli
ma quando stiamo per raggiungere la nostra meta, all’incrocio con Champorcher –
destino! – al semaforo ci passa davanti la macchinina: lui ed una ragazza a
bordo. Mio fratello commenta:<<Nomen omen. Quel
porco!>>.
Poi arriva Ferragosto e siamo al Royal di
Courmayeur perché ha già chiuso l’alberghetto in val Ferret, dove alloggiavamo. A Pasqua eravamo in un altro hotel
vicino a Bobbio, sul passo del Monte Penice che domina la cittadina,
e papà mi aveva fatto una scenataccia “che lui non aveva allevato una figlia
perché sposasse uno con i buchi nei polmoni”. Ora fa il magnanimo e dice all’addetto
alla reception:<<Per favore, componga questo numero e passi la telefonata
alla signorina in cabina>>. Dico che “no”, non voglio e il concierge che ricordo ancora, piccolino, molto distinto
con baffi e capelli candidi si oppone a mio padre:<<Se la signorina non
vuole, non posso>>. Lo ringrazio con tutto il mio sguardo e poi al
ritorno a Genova ci sarà una telefonata: <<Tu sola, tu l’unica>> ma
ormai ho voltato pagina. Negli addii c’è un duplice aspetto: lei pensa “così
impara”, lui “di nuovo libero”.
È successo che in quella Pasqua, quando dopo la
scenataccia ero tornata in camera a piangere buttata sul letto e poi per
consolarmi avevo aperto la posta portata da Genova, avessi trovato il primo
biglietto d’auguri di mio marito, essenziale, ma pieno di tenerezza. Lui mi capiva,
come ha sempre fatto.
Come l’ho conosciuto? Deve esserci stato un “complotto”
di mia madre e mio fratello. Lui mi dice:<<Ho tre biglietti per il
Teatro, danno Uomo
e superuomo di Bernard Shaw. Ho invitato un amico che è un po’ come quel Leopardi a te tanto caro, anzi è un po’ curvo di spalle
quasi come il Gobbo
di Notre Dame, altro personaggio a te simpatico.
Tutte le ragazze lo scartano, mi fa pena e se anche tu non vieni – gli ho detto
che viene anche mia sorella – lui penserà che la fama della sua bruttezza l’ha preceduto. Abbocco forse perché sto facendo una vita da
monaca di clausura, solo studio e casa, e il Teatro mi piace davvero tanto.
Così vado e mi trovo davanti un bel ragazzo dagli accattivanti occhi azzurri. Mi
sfugge che il giorno dopo andiamo a Sestriere e quando arriviamo lui è sulla
porta del Possetto, il nostro albergo, e ci sta
aspettando. Poi le sciate in gruppo con il maestro. Una prima punta di gelosia
quando sistema gli attacchi degli sci ad una vecchia del nostro gruppo (avrà
sui venticinque anni).
Una sera da Possetto fanno un veglione e
m’invita a ballare un anziano cliente abituale. Il mio futuro marito interrompe
la nostra danza con un “Vecchio mandrillo tieni giù le mani dalla mia ragazza”
e il vecchietto mi consegna a lui mentre stiamo ridendo a più non posso, tanto
più che non sono la sua ragazza.
Ma prima di parlare di mio marito salto a tanti anni dopo perché i casi
della vita sono sempre imprevisti. Di quel lontano ragazzo non ho più saputo
nulla però abbastanza di recente ho recensito un libro di una sua nipote,
figlia del fratello e brava ricercatrice storica all’Università. Poiché con il
suo Editore ho pubblicato un libro anch’io, lei si fa dare il mio numero di telefono
e – non ricordo proprio – se sia stata io ad entrare in argomento con un “ho
conosciuto suo zio”, però mi pare sia stata lei che ha l’età del più giovane
dei miei figli. Mi dice quasi di corsa come volesse togliersi un peso dal
cuore: <<Vivo nella casa di mio zio che faceva lunghe passeggiate con me
e mi dava consigli. A sera di ritorno dal lavoro giocava a “squash” contro il
muro di casa, è rimasto scapolo, è morto travolto da un suv mentre rincasava e
non c’è stato niente da fare>>.
Non voglio sapere da lei se sia stato uno scapolo
solitario o dalle mille ragazze. Con mio marito decidiamo di fagli dire una Messa
in suffragio e il sacerdote mi chiede chi sia il defunto: <<Un amico che
non sapevamo fosse morto>>. Quando usciamo provo malinconia ricordando
quando in chiesa, alla Messa, sedeva nel coro dietro l’altare e da lì mi
guardava e so che se due persone si vogliono bene si aiutano ma io ero troppo
immatura per poterlo capire ed essergli di sostegno. Mi vengono in mente quelle
parole di un libro della scrittrice Daphne
du Maurier:
<<Odo un canto morire e dice “non sarò mai più giovane, mai più
giovane”>>.
Chicco, mio
marito
Circa un anno prima del matrimonio ci fidanziamo.
13)
Foto
amarcord: i sopravvissuti siamo mio cognato Dudo alla sinistra (con a fianco la
moglie Tella che non è più), io e mio marito, mio fratello seduto in primo
piano con noi. In piedi dietro di noi mia suocera Lidia, la mia mamma Ida,
Mimmo fratello maggiore di mio marito con la moglie di Mirella, zia Pina
sorella di mamma e mia madrina, mio suocero Cesare. (Non metto foto del
matrimonio perché solo al ritorno dal viaggio di nozze mi dissero che al pranzo
di nozze subito dopo la nostra partenza di sposini, zio Gero, lo zio giovane,
aveva avuto un fulminante infarto. Così il ricordo della mia festa si associa a
quel dolore.
Si è laureato in ingegneria mio marito, lavora da un
anno e mi dice che non ha intenzione di aspettare che mi laurei anch’io e
quindi o lo sposo subito o mi lascia. Da solita stupidina
abbocco, lo dico alla mamma che lo riferisce al papà e lui si alza da tavola
offeso dicendo: <<Faranno il matrimonio con i fichi secchi>>.
Poi mamma lo addolcisce e ci sposiamo con quanto di meglio i miei
genitori avevano da offrire. All’uscita dalla chiesa, la cappella di San
Giuliano in corso Italia, un cuginetto misura allargando le gambette e facendo
passi laterali il mio breve strascico e questo cuginetto è uno “dei miei figli
del peccato”. Gli zii mi avevano mandato questa foto, dove si vedono appunto i
due cuginetti che mi fecero da paggetti al matrimonio, Giampi figlio del
fratello di mamma e Tullietto figlio della sua
sorella più giovane. Molto orgogliosa mostravo agli amici la foto finché uno mi
chiese: <<Sono i tuoi figli del peccato?>>
Eccoli:
14)
Giampietro e Tullio (=Tullietto)
A un certo punto del pranzo di nozze ci eclissiamo
per raggiungere il Cenobio dei Dogi a Camogli dove passeremo la prima notte di
nozze. Saliamo su una collinetta lì a fianco, passeggiamo, poi ceniamo e poi
arriva il momento. Mio marito si è già infilato sotto le coperte e io mi sono
bagnata la camicia da notte lavandomi i denti e l’asciugo con il fon, poi mi
lavo il viso e poi mi ricordo di Cecco
Angiolieri che descrive la sua
donna al risveglio “laida e brutta” ma poi lei prende pennelli e colori e lui
di nuovo s’innamora. Così mi trucco di nuovo in modo leggero. Passa in tutti
questi preliminari un bel po’ di tempo e quando raggiungo il marito ci
abbracciamo, ci viene la ridarola e così ci
addormentiamo sfiniti da quella caotica giornata.
La nostra meta del viaggio di nozze è Amalfi dove dormiamo all’Hotel dei Cappuccini chiamato così perché prima era stato convento dei
Frati. Abbiamo un davanzale così esteso in profondità che possiamo starvi stesi
affiancati al sole. Poiché siamo in aprile e pur se al Sud, la temperatura è
ancora freschina e mi prendo un febbrone per cui deve
venire un medico a visitarmi. Per uscire dalla costiera amalfitana, tutta
curve, guido io, se no vomiterei anche l’anima e arriviamo a Marina di Massa.
Mi ritiro in camera esausta senza nemmeno mangiare e poi arriva il marito che
tutto contento mi racconta di aver cenato con la proprietaria dell’albergo,
simpaticissima. Da parte mia una punta di feroce gelosia perché penso abbiano
cenato allo stesso tavolo; invece, erano in tavoli separati ma gli unici due
nella sala e quindi avevano conversato.
Finalmente stiamo per arrivare a casa e siamo rientrati qualche giorno
prima per goderci quell’intimità, ma non possiamo entrare perché i miei
genitori hanno aggiunto una serratura alla porta dato che hanno iniziato a mettervi
i regali di nozze.
Così dobbiamo far capo a casa loro e lì c’è il
fotografo che ha portato a visionare le foto di nozze e quindi ci tocca
partecipare al rito della scelta e infine possiamo arrivare a casa.
Chicco con sforzo erculeo mi solleva oltre la soglia e mi porta al volo
sul letto matrimoniale che è di ottone con due punte laterali su cui – con
terrore - mi vedo infilzata, ma non succede. Invece uno dei nostri figli
inciampando nel tappeto ci finirà sopra con il mento e dovremo portarlo al volo
al pronto soccorso e con un grande spavento. Ora le punte sono rigorosamente
fasciate.
C’è però un fatto inquietante: la casa doveva avere il decreto di
abitabilità prima delle nozze e invece non c’è ancora quindi dobbiamo figurare
di non esserci, vivere da clandestini con le persiane abbassate. Porto la
spazzatura a casa dei miei, occultandola in una valigia a fiori che una zia mi
ha regalato per il matrimonio. Sul tram un signore fa per aiutarmi e prenderla
ed io me la stringo al petto. Chissà cosa avrà pensato ci sia dentro. Poi però
noi clandestini siamo individuati e un vigile ci notifica che dobbiamo lasciare
la casa finché non ci sarà il decreto.
Andiamo dai miei genitori che hanno affiancato una poltrona letto al mio
lettino da ragazza, solo che è un po’ più bassa e così o mio marito s’inerpica
da me o io scendo da lui se vogliamo stare abbracciati, il tutto con
imbarazzanti cigolii perché la stanza dei miei genitori è di fianco e quella di
mio fratello di fronte.
Il marito rincasa solo a sera perché mangia in
mensa all’Ansaldo dove lavora e una volta a pranzo con i miei
genitori comunico che penso di dare l’esame di Archeologia - molto ponderoso - a
settembre. Finora ho sempre finito gli esami universitari a giugno/luglio per
non rovinarmi l’estate, ma mio padre si alza da tavolo e mi punisce con uno dei
suoi silenzi che sembra ricordarmi:<<Hai voluto sposarti e già vieni meno
al tuo dovere dello studio e rimandi un esame>>.
M’impunto e do Archeologia nella prima sessione ma
un’amica di mia cognata le chiede se abbia avuto qualche malattia tanto mi ha
visto deperita.
E poi arriva Natale e il giorno prima faccio “chilometri” per portare
piccoli ricordi ad amici e persone care; quindi, al ritorno del marito dal suo
lavoro saltiamo in auto per andare a Sestriere dove ci aspettano i miei
genitori. Sono al terzo mese di gravidanza e non l’ho detto a nessuno. Il
giorno dopo siamo su belvedere che allora era tra La Torre e la Chiesa. Di
fianco all’albergo scendeva una galleria con un paio di negozi elitari
(articoli sportivi francesi più belli dei nostri) e in fondo anche la sala
cinematografica. Sul belvedere, che affaccia sul campetto da pattinaggio, in
quella giornata nebbiosa c’è solo un distino signore, assorto ad ammirare lo
splendido albergo Principi
di Piemonte, a circa 500 metri.
Ricordo un film che vi girò Valter
Chiari.
Quel signore mi avrà considerato una ragazza madre
perché non poteva non sentire ciò che stavo dicendo e cioè: <<Questo
bambino non lo voglio, rovina tutti i miei programmi. Devo laurearmi e pensare
solo a quello>>. Poi procedo a falcate nella neve fresca verso i Principi e al ritorno in albergo da Possetto
un’emorragia.
Consultazione con il ginecologo, rientro a Genova,
io in treno per evitare i troppi scossoni dell’auto, mio marito in macchina e
quando in un sottopasso sente il treno che passa sopra mi dice che stava per
andare fuori strada per l’emozione. Nonostante le mie scalmane mi vuole bene.
Ma è tutto inutile, dopo una settimana il bimbo non c’è più. Mio padre
commenta: <<Sei un’esibizionista, volevi aver le doglie mentre discutevi
la tesi>>.
La laurea dove mi presento con un tailleurino di lino bianco, fiocco
marrone sotto il mento e bordura marrone che continua sul davanti. Ricevo un
110 e lode e medaglia d’argento e Enrico Turolla, il professore di greco con cui mi laureo, ha
scritto nella prima pagina bianca della tesi sull’Aristea (episodi di valore, il
concetto del bello e bravo), sia in Omero che in Virgilio, che pur avendo frequentato Omero per tutta la vita certi miei commenti sono stati
illuminanti anche per lui specie su Achille, il mio amatissimo eroe. Mi trascrivo le sue
parole nella prima pagina bianca della mia copia della tesi perché credo che
quella ufficiale sarà conservata all’Università per tutta la vita e non sapevo
che invece dopo cinque anni le tesi vanno al macero. Prima della laurea però ci
sono stati diversi tentativi verso di me perché mi fermi all’Università. Hanno
mandato il professor Bartolini a parlarmi per un’ora e Turolla mi ha detto quando gli avevo comunicato che mi
sposavo:<<Povera bambina…>> Poi mi aveva chiesto scusa dicendomi di
aver pensato a sua cognata sposa giovane e rimasta vedova presto.
Ma io voglio solo un mio bambino.
Lo aspetto subito dopo la laurea. Non posso nemmeno
andare al matrimonio di mio fratello (la moglie gliela ho fatta conoscere io,
era una mia compagna d’Università molto carina che avevo invitato alle mie
nozze), faccio riposo, sto brava bravissima ma al compimento del quarto mese
altra emorragia.
Viene il ginecologo. Mi dice che il bimbo non c’è
più e poiché è un venerdì e lui è stato invitato per una battuta in una riserva
di caccia al lunedì successivo mi farà ricoverare per il raschiamento. Gli
rispondo che può farsi tutta una stagione di caccia perché mio figlio l’ho
sentito muovere e sta benissimo.
La mattina dopo però mi succede un fatto strano,
apro gli occhi ed è come rifiutassi la luce. So bene che mio figlio non c’è più
e non l’accetto. Così piombo in uno stato d’incoscienza, poi riapro gli occhi e
poi ritorno incosciente. Sento le voci di mia madre e di mio marito a fianco al
mio letto: lei “falla ricoverare”, lui “aspettiamo ancora un poco”. Infine, mi
portano via con la Croce verde. All’ospedale quando riapro gli occhi un giovane
dottore mi dice: <<Bentornata fra noi, per venti minuti abbiamo creduto
di averla persa, a tutto quello che le facevamo lei non rispondeva>>.
Senza mio figlio io non volevo vivere. Poi arriva il ginecologo, tutto
abbronzato e provo odio per la sua aria tutta salute. Mi dice:<<Coraggio,
la prossima volta andrà meglio>>. Il giorno dopo viene un medico
giovialone che mi saluta con un “E’ lei che ha fatto il patratac…”, gli rispondo
che “i patatrac li farà lui, non io”. Dentro di me penso che mio figlio non è un patatrac. Un’infermiera mi ha detto che era un
maschietto. Sa che il Professore ginecologo non vuole che lo si riferisca alla
mamma per farla dimenticare più in fretta, ma lei, da donna, pensa che una
mamma desidera sapere. Come sono contenta quando mi dimettono e il giovialone è
alla reception, perché gli passo davanti dritta sui tacchi, stretta nella mia
pelliccia di ocelot (che mio padre ha voluto regalarmi) con i capelli biondi
sciolti sulle spalle e senza salutarlo, ma a casa piangerò tutte le mie lacrime.
Intervallo
Il ginecologo sostiene che deve passare un anno prima che aspetti un
altro bimbo e ne approfitto per accompagnare mio marito a Schenectady dove deve
andare alla General
Electric. Una piccola città con
un laghetto e i cigni, i vip arroccati sopra una collinetta, in centro un
vecchio negozio di abiti femminili il cui proprietario deve essere morto e
sembra una fatiscente vetrina degli orrori, ma soprattutto in questa cittadina
vivono Renato e la moglie Adriana. Lui era il compagno più
bravo del corso ad ingegneria con mio fratello e mio marito.
Quando per la Baistrocchi lo spettacolo teatrale degli universitari in cui i
ragazzi rivestivano pure i panni delle donne che non c’erano, mio padre
riceveva in omaggio da Gadolla, suo amico, la possibilità di fruire della
Barcaccia, vi andavo insieme a mio fratello e a molti dei suoi compagni. Non so
perché mia madre non pensasse di farmi invitare un’amica così mi sarei sentita
meno isolata in quella compagnia tutta al maschile. Infatti, una volta Renato, quando eravamo andati tutti insieme dopo lo
spettacolo a bere una bibita in un bar lì vicino fece un brindisi alla “ragazza
più bella della compagnia”. Ero l’unica, ma lo gradii.
Renato aveva uno spirito da goliardo e il giorno prima dello spettacolo
andava in una grande magazzino per acquistare vezzose mutandine femminili che
si metteva in tasca e quando all’uscita del Teatro Margherita si profilava
qualche bella ragazza, lui ne gettava a terra una in modo furtivo e poi
chiedeva alla ragazza: <<Scusi signorina le ha perse Lei? Scusi le sono
cadute?>>. Ricordo gli occhi spalancati e indignati di quelle belle
fanciulle.
A Schenectady una volta che ci avevano invitati con
il capo di mio marito ed altri due ingegneri, mentre la moglie preparava la
cena ci offrì dei cioccolatini con un aperitivo. Vidi poi che gli ingegneri
stavano masticando in modo strano perché nelle lucide carte erano fasciate dei
pezzetti di dura gomma.
Ci invitò a cena anche un ingegnere mormone, con
tanti figli, che aveva allestito due pareti di una stanza a cella frigorifera e
quando mio marito gli chiese cosa avrebbe fatto se saltava la corrente, lo vidi
sbiancare. Non ci aveva pensato e poi si acquistò un generatore elettrico.
Per due weekend successivi (il nostro soggiorno
durò tre settimane) andammo a New York ed una sera che salimmo sull’Empire e le luci erano già accese, provai il senso della
grandezza dell’uomo. Sì che quelle luci nascondevano anche orrori come rapine
ed omicidi, ma il loro estendersi a perdita di vista era la prova tangibile di
quanto possa l’uomo.
Con Adriana a Schenectady nacque una bella amicizia e mentre i
mariti a mezzodì erano al lavoro noi andavamo a mangiare alette fritte di pollo
e ci raccontavamo un sacco di cose delle nostre vite.
Adriana aveva sperimentato che quegli americani ci
consideravano un po’ come dei paria, i figli di un dio minore e allora si
divertiva a magnificare le nostre abitazioni italiane con i pavimenti di marmo
di Carrara, i lampadari con le gocce di Murano al posto di quelle plafoniere
che illuminavano le loro case e poi tappeti persiani a gogò. In primis, le case
in cemento e non in legno come le loro che volano ad ogni fortunale
Quando mi accompagnava per i grandi magazzini
ripeteva una frase standard:
<<We are just looking>>, così eravamo lasciate in pace dai
commessi.
Al ritorno dall’aeroporto con il bus che ci portava alla Stazione Centrale
a Milano le case di periferia della nostra città più importante mi apparivano
tutte scrostate; l’America, quella da me conosciuta allora, mi era sembrata
molto più evoluta.
Maternità
È ora di avere un bimbo: sette mesi rigorosi di letto
e vedo da lì guardando alle finestre costruire tutto il ponte dell’autostrada
che scavalla il torrente Nervi e corre verso la riviera di Levante. Vicino a me
ho il vocabolario di latino e quello di greco perché sto preparandomi alle
abilitazioni per insegnare e al settimo mese -finalmente! - ho il permesso di
alzarmi.
Uscendo incontro un signore che mi racconta di
un’analoga esperienza di una nipote e dice che gli sembra disumano costringere
a letto una giovane donna. Sua nipote aveva alle prime uscite due gambette
sottili sottili e forse lo dice anche per me. Sempre
meglio prender consapevolezza dei nostri difetti cosa che mi pare le attuali
conduttrici televisive non siano più capaci di fare perché mettono pantaloni
attillati su gambe storte e via dicendo, senza contare l’orribile coccina di alcune: ma come le selezionano?
15)
Marisa “gambette sottili”
Siamo al dunque, al momento del parto: travaglio di una giornata e
infine nasce la mia bimba. La sculacciano perché è grigia, era già in
sofferenza ed è nata asfittica. Mio marito che assiste al di là di una vetrata,
allora il padre non poteva stare con la madre partoriente, quando vede che la
tirano su per i piedi, pensa “è bella come una lepre” (lui è stato cacciatore)
e sviene per l’emozione. Allora tutte le infermiere corrono da lui, “il puerpero” come lo chiameranno e mi lasciano sola. La bimba
me la riporteranno solo il giorno dopo e provo una gran sensazione di freddo.
La notte la passo quasi insonne: so che non sarò mai più padrona di me stessa
che prima ci sarà sempre quel piccolo esserino.
La mattina dopo, la prova allattamento e quando
vedo la piccola che si getta famelica verso di me per istinto mi ritiro e
l’ostetrica commenta: <<Fortuna che ha una figlia sveglia, con lei nessun
bimbo potrebbe mangiare>>.
Torniamo a casa e quando di notte posso stringere
la manina della mia Ida che è nella culla vicina a me, mi sento la donna più
felice e realizzata al mondo. Il parto del secondo figlio sarà veloce, ma
quello del terzo avviene in un’atmosfera dissacrante. La sera prima il
ginecologo, il prof. Stefano
Defendi (non più il primo ma un
altro che mi ha dato la fiducia per diventare mamma) ha avuto un ictus. Il
giovane dottore chiamato per il parto si lamenta che non mi hanno preparata a
dovere e penso che ai dottori più che mai dovrebbero fare un Corso di Educazione
perché chi hanno davanti non è un numero e qualcosa di amorfo, ma una persona
con la sua sensibilità. Alcuni dottori possono essere molto maleducati.
Un aneddoto a questo riguardo: quando avevo perso
il secondo bimbo, i miei genitori (non mio marito che era impegnato con il suo
lavoro) mi accompagnarono da alcuni luminari per capire perché mai avessi avuto
quei due aborti.
Ad uno di loro mia madre chiese se potessero essere
utili le cure termali come quelle di Salsomaggiore, terapeutiche se avessi
avuto una qualche infiammazione. Il luminare le rispose che erano state molto
utili quando vicino c’era il reparto di cavalleria.
16)
I nostri figli: Finalmente Mamma! Mio marito con i nipotini: Stefano e
Maria
Poiché la maternità è un
dono, è un dono la vita che ci è stata trasmessa ed è un dono poterla
trasmettere a nostra volta, inserisco quindi anche la foto di mio marito con
due nipotini: la vita continua.
Amore liticarello
Se ci arriveremo al 4 aprile 2024 saranno 60 anni
di matrimonio. Un traguardo che non molti raggiungono. Ma non è stato tutto un
fiorire di baci e abbracci, anzi due volte ho tentato di fuggire di casa. Una
volta persi tempo per un minimo di bagagli e per caricare i tre figli su un
taxi ma arrivati al cancello della casa dei miei genitori vi arrivò in
contemporanea anche il marito che pagò il taxista e mi riportò a casa. Quando
glielo raccontai mia madre commentò ridendo:<<Hai fatto una scelta, non
ti avrei aperto la porta>>.
Un’altra volta ed eravamo a Bobbio, saltai sulla
mia Cinquecento con il figlio più piccolo e scappai verso Genova. Su un
tornante del Monte
Penice mi accorsi che mio
marito mi stava seguendo e tagliai per un prato per seminarlo zigzagando tra i
massi. Con soddisfazione vidi nello specchietto retrovisore che sceso dall’auto
si era messo le mani nei capelli e stava guardando la mia performance. Arrivata
a Genova quando inserii le chiavi nella serratura di casa, la porta si aprì
prima che le girassi e sulla soglia c’era il marito con una tazzina di caffè
fumante in mano: mi aveva preceduta e non ci restò che fare pace. Poi gli
scrissi una lettera con tutti i motivi del mio dissenso, ma quella lettera come
tutte le altre non si prese mai la briga di leggerle, mi guardava solo con i
suoi accattivanti occhi azzurri e m’intenerivo.
MAMMA
18)
Ida piccola
Una volta quando la nascita
di un maschietto era la più desiderata, se fosse arrivato una bimba si diceva -quasi come una consolazione- “una bella famiglia
inizia con una figlia”.
Così inserisco questa foto
della mia Ida piccola che le scattò ai giardini un guidatore di bus
amante della fotografia e me ne fece dono.
Poiché sono stata ammonita
proprio da lei che esiste la privacy e non vuole comparire nel mio scritto, torno
a quell’età dei miei bimbi tutti piccoli e tutti litigiosi che, ripensandoci,
non manca di farmi sorridere.
Una volta Ida sui
quattro anni litigava con il fratello Cesare di due e proprio nell’atrio
del nostro caseggiato gli gridava “puttano, puttano” al ché, laureata in Lettere classiche, non
mancai di riprenderla: <<Non si dice così, ma “figlio di puttana”
>> e lei subito strillò a voce altissima:<<figlio di p…>> e
intanto usciva dall’ascensore il giudice nostro dirimpettaio. Sarei sprofondata
volentieri.
Ida è sempre stata una bimba
volitiva e brava a scuola, ma una volta ai giardini mi toccò salvarla da un
cicciotto che l’aveva rovesciata su quelle recinzioni di metallo che mettono
intorno alle aiuole e stava cercando di strozzarla. La madre del bimbo guardava
imperturbabile e se è vero che nella via tutti abbiamo avuto voglia di
strozzare qualcun altro, allora intervenni veloce.
Quando mio padre assisteva
la mamma malata di Parkinson una volta si arrabbiò con noi pensando che non lo
apprezzassimo abbastanza e tirò il libretto d’assegni sul tavolino del salotto,
pronto a fuggire verso il Sud d’Italia (aveva in tasca solo un biglietto da
diecimila lire), ma Ida, quando si fermò con l’auto davanti al cancello
per aprirlo, gli tolse le chiavi in modo che non potesse uscire e lo convinse a
risalire in casa.
Di Ida ricordo le parole
finali della sua tesi in Economia: “L’eccellenza non avrà mai fine” e mi piace
molto perché è la speranza di un mondo che progredisce e migliora. E se penso a
lei mi viene in mente un breve ricordo di Colette Rosselli (Donna Letizia) per
una ragazzina che passava quieta e così composta e gentile per strada lungo una
recinzione in un giorno assolato. Proprio come la mia Ida.
Un’altra volta avevo
piantato i tre figli a tavola all’ora di pranzo, al loro ritorno da scuola (mio
marito rincasava dal lavoro solo a sera ed aveva più autorità di me nel farli
tacere) e mi ero ritirata in stanza da letto, offesissima e con un libro in
mano. Ad un certo punto vidi la porta aprirsi spinta da un ginocchio e il mio
figlio più piccolo, Edgardo, mi stava portando un vassoio tremolante con
la caffettiera da tre tazze. Il suo pensiero era stato: <<Se la mamma con
una tazza di caffè si calma, questa volta con tre ci sarà l’effetto>>.
Il mio amore per il caffè iniziò
quando ebbi il mio secondo bimbo, Cesare, un parto come sempre avviene
molto più veloce del primo che era durato una giornata e una suora delle Orsoline
mi portò il mio primo. Lo trovai così buono che giunsi a gustarne anche sei o sette
tazzine al giorno, ormai ridotte a due. Non solo, ho sempre avuto una
predilezione per le Suore tanto che la mia Ida adolescente si lasciò scappare
questa frase: <<La mamma è una Suora e mi voleva far sposare un Frate>>.
Infatti, tra gli amici che allora frequentava ce n’era uno che mi sembrava
avesse simpatia per lei e che, obbedendo ad una chiamata più alta, si fece
proprio Frate cappuccino.
Delle Suore a me tanto care
ne ricordo una presso le Sacramentine non vedenti di Tortona. Di ritorno
da Bobbio a Genova, poiché i figli non amavano la strada tutta curve della Val Trebbia
e quindi passavo di là, mi ritagliavo sempre un po’ di tempo per salutarla e
una volta che mi scusai per aver lasciato passare un lungo intervallo di tempo,
dicendole: <<È stato un periodo duro>>, Lei mi rispose:<<L’ho
sentito dal colore della tua voce>>. Insomma, agli occhi di un cieco non
si sfugge.
Ebbi carissima suor Cecilia
che nella Casa delle Gianelline di Nostra
Signora dell’Orto di Bobbio, dove la sorella nubile della mamma, raggiunti i 90
anni, si ritirò. Non mancava di riscaldare tutti con la sua allegria. Purtroppo,
è morta prematuramente però nel mio cuore la ricordo.
Cosa raccontarvi dei miei
figli per non interferire con la loro privacy di adulti? Quando arrivava una
telefonata importante sembrava facessero apposta a scatenarsi in pianti o
litigi, per cui una volta il capo di mio marito che voleva glielo passassi mi
disse: <<Oggi ha i pianti, poi avrà i rimpianti>>. Verissimo! Avevano
anche appeso un foglio sulla porta del bagno per stabilire l’orario delle loro
docce.
A scuola non mi hanno mai
dato problemi anche grazie all’impostazione di mio padre che ogni pomeriggio
arrivava a casa mia e, dopo averli aiutati velocemente nei compiti, uscivamo
tutti insieme per la consueta passeggiata anche con due cani, un pointer e un
bracco (mio marito era cacciatore). Al figlio che aveva scarsa memoria mio
padre ripeteva la poesia da imparare e intanto la mimava con i gesti:
ripensandoci dovevamo essere un po’ ridicoli. Però che bei tempi!!!
In terza liceo scientifico
il mio Cesare ebbe tre materie da riparare a settembre: italiano,
latino, fisica. L’italiano non era nelle sue corde, era incapace di aprirsi
davanti al foglio bianco di un tema. Non a caso rimase memorabile quello scritto
in terza elementare su “La mia mamma” :<<La mia mamma ha i capelli gialli
(bionda naturale), ha i brufoli in faccia (ancora un po’ d’acne) e fa la
giornalaia (la giornalista in realtà)>>. Quell’anno si era ritrovato
un’insegnante di lettere, mia compagna all’Università. Ci eravamo frequentate
poco dato che io frequentavo Lettere classiche e lei Lettere moderne.
Una volta che ero arrivata timorosissima a consultare i quadri d’ammissione all’orale
mi aveva illuminato con un “ce l’hai fatta” prima che leggessi il tabellone.
Però ho un’idea fissa, maturata dall’esperienza scolastica anche se non mia:
<<I professori sono molto portati a stangare il figlio di un
collega>>. Non dovrebbe esser così, eppure si verifica.
Il mio Cesare
quell’estate a Bobbio andò a ripetizione da un ottimo insegnante di Lettere,
il prof. Paolo Todde che non mancava di parlargli di un suo meraviglioso
viaggio a Petra. Con i suoi racconti gli apriva mondi e gli ripeteva spesso
quella frase di San Colombano; <<Senza libertà non c’è dignità>>, ma
- ironico - anche quell’altra maturata a Bobbio dove c’era il Seminario e tanti
erano i preti:<<Sacerdos sacerdoti lupus>>.
L’esame di latino andò
benissimo, ma per italiano l’insegnante disse che era andato fuori tema, di
fisica invece se la cavò alla grande. La mia “collega”, sua insegnante, voleva
bocciarlo e allora la professoressa di matematica (che me lo raccontò l’anno
dopo) le disse:<<Mi vuoi bocciare Cesare cui ho dato da riparare fisica
perché è un po’ pigro e di matematica è l’unico che capisce, il primo a capire,
allora io ti boccio i cinque rimandati nelle mie materie a te tanto
simpatici>>. Così Cesare si salvò ed io -pavida – mandai Edgardo
a leggere il tabellone esposto fuori dalla scuola e quando tornò festante con
un “tutti promossi”, indagai: <<Tutti, ma non Cesare?>>
<<No, promosso anche lui>>.
Cesare in quel momento era ad un
campo Scout e quando lo raggiunsi con la buona notizia non si scompose e poi mi
accompagnò a vedere il posto dove erano accampati. Ad un certo punto su un
torrentello vorticoso che stavamo attraversando sopra due assi, si voltò verso
di me con un “hai detto che sono stato promosso perché ti vergognavi, ma non è
vero”. Lo tranquillizzai e raggiungemmo la riva sani e salvi. Con grande nostra
gioia l’anno dopo quell’insegnante non c’era più perché i genitori di altri
allievi avevano mandato una lettera al Preside per farla rimuovere. Non era
carogna solo con mio figlio come credevo ma anche con gli altri.
A Cesare mio marito
aveva regalato una moto con cui fece gare e che divenne per lui ali di libertà.
Una volta che litigò con il padre vi saltò sopra e non sapevamo dove fosse
andato, ma riuscii a raggiungerlo tramite un compagno. Era andato a Sestriere,
ospite di amici, e si era trovato un lavoro da idraulico. Gli telefonai:
<<Torna, Cesare>>.
<<Papà non mi
vuole>>. <<Ma sì che ti vuole, torna per favore>>. E tornò. Purtroppo,
usciva tutti i giorni nel primo pomeriggio e non sapevo dove andasse, né volevo
chiederglielo aspettando fosse lui a dirmelo. Poi un negoziante un giorno che
ero a comprare mi disse:<<Grande ragazzo suo figlio>>.
<<Perché?>>. Cesare si recava da un compagno che stava in
carrozzella, gli portava i compiti e lo aiutava a farli. Certe volte
bisognerebbe chiedere scusa ai figli ed imparare da loro.
Un’altra volta a Bobbio si
era infortunato un polso cadendo in moto e andò a farsi togliere il gesso in
anticipo per seguire il cugino di due anni più grande che rientrava a Genova.
Partirono: prima il cugino, dietro Cesare e dietro io credendo di
doverlo ricuperare in qualche burrone. A Genova mi disse:<<Perché sei
stata in pensiero? Ho guidato con una mano sola>>.
Di Edgardo ricordo
quando fu esonerato dal servizio militare. Cesare lo aveva fatto e
ritengo sia stato formativo. Edgardo, longilineo e magrolino, capitò due
anni dopo, in un momento di eccedenza di leva, e lo stavamo aspettando in auto
in Carignano a Genova all’uscita dalla visita. Quando comparve sotto i portici
della struttura sembrava perplesso, fece alcuni passi e poi iniziò a correre a
braccia allargate come volasse verso la libertà.
Un tempo essere giudicati
rivedibili alla leva magari per insufficienza toracica era considerata quasi
cosa disonorevole e c’era chi maneggiava per poter esser ammesso. Ricordo uno
zio giovane a Trieste che dapprima rimandato poi divenne un bel bersagliere con
uno splendido cappello piumato.
E dei miei zii triestini (il
papà aveva due fratelli) so che non erano litigiosi come i miei però
s’imbarcavano in discussioni così accese che mia nonna Gisella chiudeva
le finestre perché non li sentissero.
Edgardo coltivò la passione di acchiappafarfalle
che poi fissava con aghi e spilli presi dal mio corredo per cucire. Quando lo
portai al Museo di Storia naturale un addetto si mise a ridere e gli
fornì quelli giusti.
È il bimbo che non doveva
nascere perché il medico di famiglia, che era stato tale già per i miei
genitori, mi sconsigliò per la mia salute d’intraprendere quella gravidanza e
poiché l’aborto in Italia era illegale aveva pronto l’indirizzo di una clinica in
Svizzera. Decisi di tenermi il bimbo. Penso l’aborto sia il peggior crimine di
una mamma e poi scrissi diversi articoli come simpatizzante del Movimento
per la Vita.
Il mio pensiero è
questo:<<C’è la castità (parola disusatissima),
ci sono i metodi contraccettivi, come si può affidare al caso la nascita di un
bimbo, l’atto di maggior responsabilità della propria vita. Un bimbo non è cosa
da prendere o gettare. La vita è sempre un dono che abbiamo avuto e dobbiamo
rispettarla>>.
Ora che mio marito ed io siamo
anziani ed abbiamo i nostri acciacchi Edgardo, quel bimbo che non doveva
nascere, e che ha sempre gettato il cuore oltre l’ostacolo, spesso ci supporta
nelle visite mediche. Nessuno dei miei figli infatti abita a Genova, neanche
lui e siamo soli.
Questi sono stati i miei
figli e sono stata molto orgogliosa di averli accompagnati alla laurea, così
orgogliosa che volevo scriverlo nel retro di copertina di un mio libro nelle
notizie che mi riguardavano: <<Ho tre figli laureati bene>>. L’Editore
(non laureato) osservò che gli sembrava molto provinciale e così rinunciai però
era stata una delle mie conquiste affiancarli sempre fino al traguardo. Provai
la stessa insoddisfazione a suo riguardo che mi suscitò un giovane dottore quando
tanto tempo fa mi disse:<<Bella vita>>. Intendeva che avevo
condotto una vita sana ma lo avrei quasi schiaffeggiato pensando a tutte le
piccole rinunce e ai tanti piccoli sacrifici che può costare anche un sano e
prudente stile di vita.
Chiudo con una foto di Cesare
e Ida (al centro) con i cugini Annalisa e Marco e aggiungo
una foto di Edgardo piccolo. Quei maglioncini con la casetta allora li
sapevo fare: era bello lavorare a maglia però poi arrivò il
pile, più pratico, e soppiantò quei lavori.
19)
Metto una foto di Edgardo,
storica nel senso che si trova sullo Stradivari il battello su cui si
svolse la crociera sul Po organizzata dal Giornale con approdo a Venezia.
È a prua e di fianco si vede Bruno Lauzi (che ci dedicò la canzone
genovese “Ma se ghe penso”:<<Per
gli sposini che camminavano sul ponte mano nella mano>>). Nella foto
sotto Edgardo è con Giorgio Torelli, il giornalista più amato
dagli italiani con la sua rubrica “Cosa nostra” e sotto un tavolo dove
stavano giocando a carte un loro amichetto (che rimase presto orfano, quasi
subito dopo quel viaggio) Edgardo e di spalle Cesare.
20)
Stradivari-Crociera sul Po
Edgardo quando a Venezia ci indirizzarono a due
diversi battelli mi sfuggì di mano e andò su quello che non era il nostro. Ero
spaventa perché quei vaporetti avevano delle sponde fatte da tubi e tra l’uno e
l’altro c’era lo spazio per cui un bimbo affacciandosi poteva cadere in acqua-
Ma il giornalista Nicola
Fudoli che sovrintendeva allo
smistamento mi gridò: <<Tranquilla ci penso io>>.
FAMIGLIA
Questo capitoletto avrà foto di famiglia per presentarla attraverso
immagini.
E prima di tutto ricordo persone che hanno aiutato
la mia famiglia:
gli Ausiliari.
La mamma aveva, quando ancora vivevo con lei, una
donna ad ore di nome Amabile, il cui figlio sposò un’indolente. Dapprima Amabile si fece in quattro per aiutare gli sposini, poi,
constatato che la nuora dormiva fino a mezzodì, decise di lasciarla “sbattere”
come si dice. Affermava: <<Quando troverà davanti alla porta un cumulo di
spazzatura così alto che dovrà fare il salto per uscire si sveglierà>>.
Da sposina ebbi per qualche ora settimanale l’aiuto
di Teresa, che mi chiedeva in prestito libri per il figlio
studente e questo mi piaceva molto. Un giorno però mio padre chiamò degli
operai a fare qualche lavoro nel mio giardinetto al quinto piano (il Comune ci
aveva imposto di fare una soletta di raccordo con la scarpata soprastante e in
quel pezzetto di terra avevamo ricavato un piccolo giardino con una vaschetta
in pietra e tre pesciolini rossi), però papà non sapeva che erano gli stessi ragazzi
che quando passavo mi facevano qualche “coretto” di apprezzamento. Così chiesi
a Teresa di andare lei a sentire se avessero bisogno di
qualcosa perché mi sentivo in imbarazzo e la spudorata uscì e ripeté pari pari ciò che le avevo detto. La sentii dalla finestra del
bagno che era aperta di fianco al giardinetto e l’avrei uccisa. Però una cosa
mi piaceva molto di Teresa: mi raccontava che in Tv guardava sempre le belle
case, ornate con piante, gli interni ben arredati e ciò testimoniava che aveva
il gusto del bello.
E ci fu Tata, così la chiamammo, che dalla mia mamma si
spostava per qualche ora da me per aiutarmi. Era della
vallata del Trebbia, di Ponte Organasco non tanto
lontano da Bobbio, quindi un po’ di famiglia per tradizioni comuni. Se ne era
andata da lì perché una volta a ballare un tale le aveva detto:<<Tu
grassa vuoi ballare con me?>> non solo per questo, anche per trovare in
Genova un buon lavoro ma quel fatto indicava quanto fossero grezze le persone
che si trovava intorno. La portammo con noi nella prima vacanza con i nostri
bimbi in una casa dei miei suoceri a Frabosa e lì la facemmo salire sulla prima
seggiovia della sua vita, cosa che lei ricordava come un perigliosissimo
evento. Una volta che le avevo lasciato nell’infant-seat
la mia piccola Ida, dicendole:<<Me la può guardare un quarto d’ora perché
vado in farmacia a comprarle da mangiare (intendevo la farina lattea). Tata commentò: <<Stiamo freschi se va comprarle il mangiare in
farmacia>>.
Tata sposò in tarda età un grande invalido, vedovo, che lei assisteva. Il
momento della dichiarazione avvenne con lei che s’inginocchiava con un mazzetto
di fiori davanti alla carrozzina di lui. Sono sepolti entrambi a Cerignale ma
lui con la prima moglie e Tata in un loculo lontano. Ricordo che a Vienna c’è un
monumento funebre con un re e intorno le statue delle sue quattro mogli. In
morte coloro che si sono voluti bene non dovrebbero essere separati.
Tata si affezionò molto ai nostri tre bimbi e per questo
meritò quell’appellativo e quando, ormai in pensione, il mio più piccolo andava
a trovarla non mancava di preparargli il pesto come solo lei sapeva così buono
e quando non usciva più di casa si faceva portare il basilico fresco per
poterglielo fare.
Nelle foto di fianco a Tata, che in una ha in
braccio una gallinella a lei cara e nell’altra Maria, la mia prima nipotina, un
altro meraviglioso ausiliare, Ottavio. Uno scatto lo ritrae con la mia mamma che ha in
braccio il suo nipotino Manuel (oggi trentenne) e con la moglie Marta, diventata nonna a 43 anni, alla quale si legge
tutta la felicità in volto.
Ottavio in Bobbio è stato già l’uomo di fiducia del mio
papà dal 1985 e lo è tuttora per noi. Cosa ne sarà di Bobbio quando smetterà di
lavorare?
21)
23)
Ho concluso con le foto degli Ausiliari e
passo a quelle di famiglia.
Famiglia
La prima è dei nonni di Bobbio, un grande e spesso
cartone regalatomi da un cugino e le coppe all’intorno sono quelle vinte da Cesare nelle sue gare di moto o sci. Il nonno Ernesto nella sua cucina a Bobbio, quando da piccola avevo
la tosse e mi preparavano latte caldo, sapeva raccontarmi mirabolanti storie,
però dai buchi della parete fuoriuscivano sul pavimento lunghe file di blatte
nere che mi terrorizzavano.
Quando nonno era anziano gli venne l’Alzheimer e per tenerlo fermo a
letto gli mettevano la camicia di forza ossia una camicia che incrociava sulle
braccia tenendole ferme. Un giorno che passò uno zio a
salutarlo, gli disse: <<Oggi ho conosciuto una ragazza così
carina. Si chiama Esterina>>. Era per l’appunto nonna Rosa Ester e non ricordo più semplice ma bella dichiarazione
d’amore.
La foto a fianco è dei nonni di Trieste: nonno Luigi con la moglie Gisella e i tre figli, da
sinistra guardando la foto zio Gero il più giovane, zio Gigi (=Luigi allora padre e figlio potevano avere lo stesso
nome), e mio papà Edgardo sulla destra, con il suo bel viso da idealista.
24)
Rosa
Ester ed Ernesto Ragaglia Gisella e Luigi Bressani, con i figli:
Gero, Luigi e Edgardo
Nonno Luigi, che ebbe
il titolo di cavaliere, morì per una cancrena ad una gamba e non vollero
fargliela amputare, ormai vecchio, per non sottoporlo a tale sofferenza. Quando
andavamo a Trieste a salutarlo, lui pregava che mi lasciassero nella sua stanza
per raccontargli le mie “storie” di bimbetta che lo divertivano.
Quindi la foto della mia
mamma a Bobbio alla Festa dell’Uva nel 1934. I boccoli che le vedete li
faceva arrotolando i capelli bagnati con acqua e zucchero su strisce di carta
di giornale che poi annodava. Di fianco papà con la divisa da artigliere dal
mantello azzurro. La spada l’ha presa mio nipote Marco, la divisa è
rimasta a me e poi l’ho data al Museo delle Forze Armate dove mi hanno
detto d’averla messa in una bacheca a parte perché molto ben conservata. Di
recente mio figlio Edgardo mi ha chiesto: <<Perché? Il nonno
l’aveva promessa a me>>, ma papà mancò nel 1993, anni or sono.
26)
Quindi belle immagini di famiglia: io mamma Ferruccio, poi Ferruccio ed io al lago Miage.
28)
30)
Gli spadaccini I pistoleri
In questa foto in primo
piano mio cugino Nico, quattro anni meno di me, diventato medico. Il
mantello che ho sulle spalle è la gonna della mamma che sotto aveva i
pantaloncini e se l’era tolta per prender sole sulle gambe. Nella foto a
fianco, a Bobbio in un fienile vicino alla casa della mamma di Nico che
ci ospitava. Allora sognavo di essere una Calamity Jane del selvaggio
West.
Qui sotto la foto di mio
cugino Nico vestito da diavolo per carnevale. È poi diventato un bravo
medico ed ormai è anche lui in pensione.
32)
Infine, aggiungo la foto di
mio fratello Ferruccio in divisa, un fratello che nella mia vita è stato
sempre presente con affetto.
33)
Andammo a trovarlo a Lecce
alla scuola Allievi Ufficiali. L’albergatore prestò a mio padre l’auto per
raggiungere la caserma ed io ero al volante. Andando vedevo che la gente mi
salutava e – inorgoglita – facevo ciao con la manina come la Regina
Elisabetta. In realtà stavo guidando con il freno tirato (che bruciai) e
nuvole di fumo uscivano dallo scappamento.
Mi piace ricordare pure i
miei cugini triestini, tutti molto in gamba e l’unica cugina Chiara dai
bellissimi occhi chiari ereditati da nonna Gisella. A Bobbio ero l’unica
ragazza tra cugini tutti maschietti e a Trieste almeno avevo Chiaretta più
giovane di me. Così mi sembrava di riecheggiare quel libro Rosa Campbell e
gli otto cugini, ma questo ha significato pure che sono stata
viziata e coccolata. Per un grazie li nomino: Claudio, Tullio, Andrea, Sandro,
Nico, Maurizio, Giampietro, Tullietto.
Non ho finito: mi pare che
sia necessaria anche la foto dei miei suoceri, Cesare e Lidia con gli 8 nipoti.
34)
Per i 40 anni di matrimonio
dei miei suoceri. I miei bimbi sono
Cesare e Lidia i due biondini in primo piano e Edgardo in braccio a nonno
Cesare.
Gli altri nipoti da sinistra
a destra sono: Silvia, Martina, Cesare grande e Cesare medio e davanti Michela
per mano con Ida. Avete capito che tutti i primogeniti maschi dovevano
chiamarsi “Cesare” come il nonno.
Quindi la foto che nella rubrica
settimanale Omaggio alla Vita comparve sulla
Trebbia di Bobbio per la nascita
delle mie due nipotine a cinque giorni di distanza,
giugno 2003.
35)
(Omaggio alla vita su La
Trebbia, settimanale diocesano di Bobbio, per la nascita delle mie nipotine,
Maria il 17 giugno 2003 ed Annalisa (in Inghilterra) il 21 tanto che la mia cara
caporedattrice al Corriere Mercantile, Sandra Monetti le aveva
definite “le gemelle a distanza”. Non solo, il mio consuocero Carlo commentò a
proposito della nipotina Maria: <<Appena nata e già così importante da
essere sui giornali>>).
RIMORSI
Potrei enumerarne molti come capita - penso – a tutti, includendo pure
le occasioni mancate, però voglio ricordarne solo due.
Mia madre visse 25 anni di Parkinson dalla diagnosi
e gli ultimi quattro e mezzo da vedova li passò alla Casa di Riposo Santa Marta, vicino alla stazione di Quarto. Vi si giungeva
per una piccola strada percorribile dalle auto e con una vista stupenda sul
mare e sullo scoglio da cui partì Garibaldi per la sua spedizione. Allora
avendo i figli già grandini, quindi un po’ indipendenti dalle mie cure, vivevo
in pratica con lei nella Casa di Riposo. I figli al mattino andavano a scuola e
al pomeriggio erano impegnati con i compiti o con attività sportive e ne avevo
ben organizzato i tempi.
Un giorno il neurologo, professor Carlo Loeb che aveva seguito la mamma dall’inizio della sua
malattia mi chiese se potesse venire a trovarla e gli dissi di no, ma per un
riguardo a lui perché non dovesse affrontare quella stradina, magari in auto,
dato che pure lui era un po’ anziano. Fui così insensibile da non capire che
gli avrebbe fatto piacere vedere la sua paziente e mia madre ne sarebbe stata
molto contenta.
In quel periodo, nella curva prima di arrivare al
cancello della Casa, dei ragazzi sbandati avevano gettato a terra un paio di
materassi e lì si spinellavano e davano fastidio ai parenti in visita o a chi
poteva uscire.
Un pomeriggio che con mamma tornavamo dalla passeggiata quotidiana lungo
quella piccola via vidi quei ragazzi e le dissi: <<Non fermarti, facciamo
finta di niente e raggiungiamo il cancello>>. Lei si bloccò di colpo
perché le prese il freezing, un improvviso arresto che rende i malati di
Parkinson come blocchi di ghiaccio, inamovibili. Un ragazzo si staccò dal
gruppo e ci venne incontro. Prese mamma sotto l’altro braccio e ci accompagnò
al cancello, dicendo: <<Non vivrò tanto a lungo come la sua mamma>>.
Non si dovrebbe mai dubitare degli altri e della loro capacità di solidarietà.
Inserisco la foto di mamma in Casa di Riposo con la
signora Fedora, che stava per intraprendere il viaggio della sua vita
in Cina ma il marito morì e lei lì si ritirò. Quanta solidarietà e belle storie
di vite ho incontrato in quella Casa. Avevo promesso alle compagne di mamma di
scrivere un libro, ma poi non ne ho avuto cuore.
La sua compagna di stanza si chiamava Elvira, aveva l’Alzheimer, era ancora abbastanza giovane
e molto carina ed era un’accanita fumatrice per cui le infermiere, quando a
sera salutavo mamma, mi pregavano di controllare se avesse sigarette nascoste
sotto il cuscino. Dopo il recente incendio nella Rsa di Milano penso che fossero molto
previdenti mentre allora mi sembravano solo un po’ crudeli. Non solo di Elvira ricordo che le piacevano i pocket coffee e suo
fratello glieli portava sempre. E per consolarmi della mia scrittura imperfetta
me ne sono comprati un pacchettino e ne ho gustato uno or ora.
E c’era Pasquale
Vasquez (la casa ospitava anche
uomini) che aveva girato il mondo, intrattenendo gli ospiti sulle navi con la
sua musica al pianoforte. Un giorno, che tornavo dalla passeggiata pomeridiana
con mamma, era al cancello con un compagno e intonarono per mamma che si
chiamava Ida: <<Aida, celeste Aida…>>
Vasquez è stato chi mi ha da subito avvertita che la mamma
non riusciva a mangiare da sola. Quando andavo a trovare mamma e papà ed era
ora di pranzo o cena vedevo che smettevano di desinare e questo perché papà
ormai doveva imboccare mamma e non aveva voluto lo sapessi. Così si presentò il
problema di assisterla ai pasti perché potesse rimanere nella sala degli
autosufficienti dove c’era più vivacità e che era più stimolante.
Tante le cose commoventi di quel momento e ricordo
l’anziana che ancora andava in brodo di giuggiole nel raccontare di Mussolini quando
le aveva stretto la mano. Forse i libri di storia dovrebbero esser scritti da
testimoni del tempo.
36)
Mamma e Fedora Mamma con me Pasquale Vasquez
Sono foto che mi danno malinconia pensando allo
smalto di mia madre per i suoi 19 anni alla Festa dell’Uva: bellissima ed ora
consumata dalla malattia.
Nella Casa di Riposo incontrai anche una brava professoressa, mia
insegnante, che era stata assistente all’Università del professor Francesco Della Corte, docente di Latino. Aveva l’Alzheimer e una volta
incontrò mio marito che mi aspettava al cancello quando avessi salutato mamma.
Lei gli chiese una sigaretta e quando tornai, lui disse:<<Che simpatica
quella signora>>. <<Ma non sai che non può uscire?>> Allora
con la segretaria ci recammo alla sua abitazione di un tempo e lì c’era il
portiere che cercava di trattenerla perché il fratello, per pagare la retta
della Casa, l’aveva affittata. L’insegnante era riuscita a raggiungerla
facendosi imprestare un biglietto del bus da ragazzi che erano in attesa alla
fermata.
Mi dispiaceva quando a sera dopo la cena la portavano via dalla Tv per
metterla a letto e il programma non era mai finito, mi sembrava una mancanza di
attenzione, ma lei diceva:<<Tanto sono tutti uguali>>.
Un’altra volta mamma aveva dovuto esser ricoverata presso la clinica
neurologica perché il professor
Loeb doveva rimetterle a
punto la cura. Nel letto vicino al suo c’era una donna assistita dal marito.
Lei era priva di conoscenza e lui raccontava come fosse caduta per strada
mentre rientravano a casa dopo che le aveva comprato un paio di scarpe a lei
gradite. Non riusciva a darsi pace ricordando come sua moglie fosse sempre
riuscita a farlo sorridere e ridere.
Stavo scrivendo un articolo e mamma mi diceva severa, più con gli occhi
che con la bocca: <<Tu non distrarti, scrivi>>.
Poi venne ricoverata anche una donna che aveva una ferita al centro
della testa. La sorella ci raccontò che, nata in una famiglia bene, questa si
era innamorata di un repessin (uno che raccoglie cose
vecchie ed usate o robivecchi) ed era andata a vivere con lui. Era quasi certo
che questo “animale” l’avesse picchiata producendole quella ferita.
Un giorno nel cambio di turno degli infermieri suonarono al campanello
della clinica ed andai io per aprire come succedeva in questi momenti di
assenza del personale per far entrare parenti in visita. Mi trovai di fronte al
repessin che mi chiese se potessi fargli salutare la sua
compagna. Trovai una scusa e non gli aprii, poi quando mamma era già stata
dimessa venni a sapere che quella donna aveva un cancro sulla testa causa della
ferita e mi è rimasto il rimpianto e rimorso di non averlo fatto entrare in modo
da salutare la sua compagna.
Scrivo
Perché scrivere? Ve lo dirò come in quei “racconti
lunghissimi” che compaiono sul cellulare per dire l’origine di un fatto, di una
parola ma anche di uno spettacolo televisivo e di un evento sportivo. Solo alla
fine vi danno la spiegazione. Forse è suspence, però è anche una scocciatura.
Innanzi tutto la mia è una vocazione come attesta questa foto a
quattro anni sul primo banco che mi regalarono i miei genitori e sul terrazzo
in via dello Scoglio a Trieste.
39)
La postura è scorrettissima,
però sono del tutto presa da quel mio foglio sul mio primo banco.
Questo, se diventerà libro e lo diventerà dato che
troverò chi me lo pubblichi in tante copie quanti sono i componenti della mia
famiglia, i tre figli e i sei nipoti e una copia per mio fratello Ferruccio, sarà il mio decimo e anche un diario della mia
vita, come un volersi consegnare alla memoria dei propri cari in modo che
sbiadisca più lentamente.
Certo lo proporrò anche a Mondadori perché mi accadde quando ero giovane di mandarvi
un manoscritto e -con gioia e stupore- fui contattata da un’addetta che mi
chiese se “fossi una Ferrero dei cioccolatini” (Ferrero, mio cognome da sposata),
dissi che “no” e non fui più ricontattata. Adesso ci riproverò dicendo che ho
totalizzato trent’anni di giornalismo dopo aver conseguito due scuole di
specializzazione in questo campo dopo la laurea, che ho scritto per tutti
quegli anni tra i cinque o sei articoli a settimana tutti pubblicati e forse,
dico forse mi prenderanno in considerazione. Cosa che ora ritengo
irrealizzabile pur se dicono di avere tempi lunghi dato che sono passati mesi
da quando inviai.
Segnalo una pagina del sito www.marialuisabressani.it (che è diventato come un mio esteso libro on line)
dal titolo “Eccezionale” per indicare tre momenti significativi per me. Nel
sito vi è anche il link del precedente su wix, 25 pagine tematiche di articoli
pubblicati, che sono stati anche commentati in scuole del Piacentino e del
Friuli-Venezia Giulia.
1)
Donna Letizia risponde su Gente
2) UCSI LIGURIA
Giubileo 2000
3) Ernesto Canepa,
un lettore
Nell’esperienza di
ciascuno di noi ci sono alcuni fatti che restano impressi nella memoria e nel
cuore come pietre miliari.
Qui di seguito tre
importanti per me e da ciò il titolo eccezionale di questo file con ben tre
punti esclamativi.
Donna Letizia risponde
GENTE 28 maggio1982
40)
Se ricordo bene è proprio
stata questa risposta di Donna Letizia (Colette Rosselli, moglie di
Montanelli) che m’inviò sul settimanale Gente, (allora lo leggevo
sempre molto volentieri), a farmi pensare che avrei potuto scrivere per altri,
non solo amici cui inviavo lettere.
Come è evidente dalla risposta il nome con cui scrissi
è quello usato in famiglia, Marisa, cioè la fusione di Maria Luisa (troppo
lungo e imperiale che fa pensare all’imperatrice d’Austria e che
come ho già detto mio fratello abbreviò) e Ferrero il mio cognome da sposata. Poi
quando iniziai il mio percorso di scrittura e di giornalista firmai sempre con
il mio cognome d’origine, Bressani, per segnare una continuità con i miei
studi.
Scrissi a Donna Letizia
per ringraziarla e poi lei che era una valida pittrice, con quadri spesso
onirici e misteriosi, m’invitò a Roma ad una sua personale. Non andai perché
allora per me era impensabile lasciare anche se per un giorno figli e marito.
Anni dopo mi trovai a Roma
e guardavo le finestre della sua abitazione. Mi sarebbe piaciuto andare a
suonare il suo campanello per presentarmi con un “Si ricorda di me?”, ma non lo
feci ed una mia cognata che aveva vista lunga sulle persone una volta mi definì
“la donna che non sa osare”. Ritengo che avesse proprio ragione. Comunque,
resto grata a Donna Letizia per quella sua risposta e pubblicai quelle
pagine a Lei dedicate sulla rivista Sìlarus (Battipaglia) che aveva
ospitato il mio primo racconto ed altri in seguito e anche saggi. Il titolo da
me scelto è stato “Colette Rosselli, signora della penna” perché
sono convinta che con il suo garbo abbia contribuito ad
educare al saper vivere (cioè alle buone maniere) generazioni di italiani.
In seguito, avendo iniziato a collaborare come primo
giornale a quello di Montanelli (alle pagine di Genova), non portai mai
a vedere questa risposta di Donna Letizia al mio caporedattore che a
dire il vero mi fece vedere “i sorci verdi”. Si era indispettito perché quando
avevo iniziato a scrivere per lui frequentavo la scuola biennale delle Comunicazioni
Sociali dell’Università Cattolica di Milano. Mi ero presentata d’estate e
dovevo ancora frequentare il secondo anno. Il capo, Massimo Zamorani, mi
disse: “O s’impegna qui o con la sua scuola” e preferii la scuola perché all’Università
Cattolica avevo scoperto un bacino immenso di cultura come già scritto.
Me ne andai insalutata
ospite dopo aver totalizzato i due anni di collaborazione con gli articoli
richiesti per diventare pubblicista, nomina che il capo tardava a farmi avere
accampando scuse tant’è che fui nominata d’ufficio dall’Ordine dei
Giornalisti: avevano capito che aria tirava a mio riguardo.
Incontrai di nuovo Zamorani
al funerale di mia nipote Annalisa, dottoressa, la figlia di mio
fratello. Lei aveva studiato con la più giovane delle sue figlie e ne era stata
amica cara. All’uscita dalla Chiesa Zamorani mi disse: <<Non
sapevo che appartenesse a quella famiglia, le chiedo scusa>>. E le scuse
sono sempre ben accette. Oltre tutto è stato l’unico ad insegnarmi qualcosa di
giornalismo in un campo in cui sembra di navigare a vista e non si sa se si è
scritto bene o male, una patente che viene solo dai lettori più attenti.
ARTICOLO sul GIORNO
vincitore dell’UCSI LIGURIA
PREMIO
GUIUBILEO 2000
(Premiata con 1 milione di
lire, una giacca a vento
e un ombrello da inviata speciale)
41) articolo per il Giubileo 2000
Questo articolo che mi
valse un così ricco premio è rimasto una delle gioie più grandi del mio
giornalismo.
Venne premiato dall’UCSI (I°Premio) seguendo un criterio
“geopolitico” come precisò Cesare Viazzi che ne era presidente. Mio
marito che mi aveva accompagnato mi pregò di non guardare nella busta finché
non fossimo stati fuori dalla sala e solo allora scoprii il cospicuo assegno,
dovuto al fatto che quell’anno il Premio era sponsorizzato dalla Banca Carige.
Ma anche se si dice che nella carità la mano destra non deve sapere ciò che fa
la sinistra, l’assegno lo donai alla ricerca dell’AIP, l’Associazione
per il Parkinson, pensando che mia madre aveva sofferto di questa malattia
per 25 anni dalla diagnosi. Tanto non sarei diventata né più ricca né più
povera e so che fare una donazione o un atto di carità può sempre suscitare
qualche emulazione e ci spero.
Quanto all’UCSI ne ho
carissima memoria. Ricordo Viazzi che alle conferenze, pure quelle dove era
lui a parlare, si ritirava quando poteva dietro qualche tenda o in qualche
angolo per fumare (era un fumatore accanito); ricordo Giorgio Bubba con
la sua simpatia e che organizzava insieme alla moglie Piera i pranzi
conviviali per gli iscritti in qualche trattoria dove si mangiava sempre molto
bene. E rammento la sua forza di volontà quando colpito da un ictus si allenava
per riabilitarsi lungo la strada che porta verso Torriglia. Bubba
divenne anche caro amico di mons. Piero Coletto a Bobbio dove
organizzarono una premiazione di giornalisti liguri e piacentini.
Tutti cari Amici che più
non sono ma che hanno lasciato semi di cultura e di umanità.
Questa è la foto della
premiazione alla carriera di giornalisti piacentini e liguri a Bobbio,
organizzata dall’UCSI. Al centro il sindaco Roberto Pasquali, alla sua
sinistra io e al mio fianco mons. Coletto. Sulla destra si vede Giorgio
Bubba e primo sempre sulla destra un caro amico, il giornalista picentino Gianfranco
Scognamiglio.
42)
Avevo iniziato a scrivere
su il Giornale di Montanelli, me ne andai perché, come già detto prima,
ero in rotta il caporedattore Zamorani.
Però chiusa una porta
s’apre un portone e iniziai a collaborare al Giorno che ritengo sia
stata la mia più bella collaborazione giornalistica. Avevo sempre collaborato a
due giornali e non avevo mai lasciato il Settimanale cattolico poi
diventato il Cittadino dove grazie alla lungimiranza di mons. Giulio
Venturini ad ogni collaboratore era affidata una zona: così il giornalista
scopriva la sua città come non avrebbe mai fatto di sua iniziativa. Con un po’
d’ironia mi definivo “l’inviata speciale da Nervi a Quinto e Sant’Ilario”
ma poi mi allargai a tutto il Levante cittadino dalla Foce, Albaro fino a Nervi
e alla riviera.
Ora una lettera per me sul Giornale.
il Giornale, pagine Liguria e Piemonte 12 gennaio 2010
43)
Lettera inviata al mio
caporedattore Massimiliano Lussana che con Gianni Buosi al Giorno
sono “i capi” che ricordo con più affetto per intelligenza e sensibilità.
È stata questo apprezzamento
di Canepa forse il più bello ricevuto per il mio giornalismo, quello che
mi ha fatto più piacere e proprio all’inizio di questo mio “amarcord” ho
scritto che la patente di buon giornalista arriva solo dai lettori. Cercai di
rintracciare in Genova questo signor Canepa, con lo stesso nome del mio
nonno bobbiese e che mi faceva pensare a “L’importanza di chiamarsi Ernesto”
di Oscar Wilde. Non ci riuscii non avendo mai avuto capacità di giornalista
investigativa.
C’è però anche un altro
lettore che ricordo nel mio cuore con affetto pur se non ne rammento il nome.
Seguivo la IX Circoscrizione Levante di Genova (prima che diventasse Municipio) ed
in un consiglio avevano fatto un applauso ad un consigliere che aveva compiuto
gli 80 anni. Lo citai in un articolo insieme ad una sua buona proposta e
questi, avuto il mio telefono dalla segretaria, mi chiamò per ringraziarmi e
non cessava di ripetere: <<Dio la benedica signora>>. Anche questo
suo augurio mi è rimasto in cuore.
Ricordo ancora di essermi appassionata
al volontariato, questo servizio insostituibile che supplisce a tante carenze
dello Stato, e scrissi molti articoli in proposito. E pensai di doverlo
praticare in prima persona se no sarebbe stato, parlando sempre di altri, come
se mi mettessi delle piume di pavone. Lo praticai in modo molto modesto e
seguendo ciò che potevo fare. Mi dedicai ad un volontariato scolastico nella
mia parrocchia in una zona di Nervi dove si erano stabilite molte famiglie di
immigrati dal Sud Italia e dove appunto il parroco, don Glauco, aveva
avviato un doposcuola. Seguivo alcune ragazzine e un giorno, ritornata a Genova
dopo un anno in cui avevamo vissuto a Milano, incontrai una di queste, Adriana,
commessa in una panetteria. Mi salutò con affetto, dicendo ad alta voce:
<<Lei mi ha fatto del bene signora>> e lo apprezzai molto.
Signora infumanata
Ancora due parole di spiegazione perché la mia
scrittura si è articolata in due parti, quella privata da scrittrice e quella
sui giornali al servizio della gente.
Per la prima pubblicai due libri Begonza e Scrivere
o ricamare. Scrittrici italiane del Novecento prima di dedicarmi a scrivere sui giornali. Anzi dovrei anche
includere Leggende arrabbiate
per cui però ritirai l’offerta di
pubblicazione con la Casa editrice con cui ero in parola: avevano modificato un
mio breve scritto che doveva comparire sulla loro rivista Occidente/Oriente aggiungendo ben venti righe. Pensai: “Questi
signori possono mettermi in bocca ciò che vogliono”. Poi il mio breve testo “Un
Bip” fu pubblicato dalla rivista Sìlarus perché il direttore e fondatore Italo Rocco capì il mio disagio. Quella volta però telefonai,
abbastanza indignata, all’Editore. Questi mi chiamò “signora infumanata” e nella mia mente mi vedevo o in una fumeria di
oppio o come i poeti maledetti che facevano uso di droghe e quasi mi veniva da
ridere per quell’insolito appellativo. Dalla telefonata però scoprii che la
responsabile dell’aggiustamento (secondo cui il mio racconto non stava in
piedi) era una giornalista del Secolo
xix
che abitava poco lontano da me. Anzi la individuai ad una coda ad uno sportello
del Comune dove era proprio davanti a me e non avevo nemmeno la punta di un
ombrello da infilarle nella schiena come avrei fatto volentieri dato che era
una splendida giornata di sole e con il sole si può dimenticare ogni paturnia.
Lei lasciò lo sportello con il funzionario che rideva a crepapelle perché gli aveva
chiesto di modificare l’anno della sua data di nascita: voleva apparire più
giovane, giustificabile perché nei giornali si cercano sempre nuove leve e gli
anziani o hanno grande fama o non esistono più.
Poi, durante il mio percorso da giornalista, non
volli pubblicare niente salvo Alla
mia Trieste e ai profughi giuliano dalmati. Edito in self-publishing è stato anche il mio libro più fortunato
quanto alle vendite. Lo presentai alla Libreria Ubik di Trieste e poiché toccava problemi reali, che i triestini avevano
vissuto, esaurì tutte le copie fatte giungere in libreria e dovetti ordinarne
altre. Dopo, quando nel giugno 2013 mi pensionai dallo scrivere sui giornali
anche se mi toccò pubblicare ancora qualche articolo come per la Palma d’oro al regista Marco
Bellocchio, da ragazzo vicino di
casa di mia nonna a Bobbio (con una sorella amica cara di una mia zia), ripresi
a scrivere e pubblicai tutti i miei altri libri di cui ora allego le copertine.
Sono stati tutti premiati, ma un giorno ad una presentazione
mi si avvicinò una donna che mi chiedeva di aggiungere la mia firma ad un
foglio dove ce n’erano altre di estimatori: lei aveva vinto 105 premi letterari e il foglio serviva come sua presentazione.
Pensai: <<Non si può sprecare la vita tra un
premio letterario e l’altro e non partecipai più a nessuno>>.
Il mio primo libro, edito dal toscano Lalli, era sato da lui inviato al Premio Agropoli, una città del Sud dove non sono mai stata e dove,
come vidi in Tv, ci sono (o c’erano) branchi di cani randagi.
Sono stata molto contenta invece che le Lettere dei miei genitori con un titolo scelto dai giurati
“Tu sei per me l’aria che
respiro” (romantica frase di mio
padre indirizzata a mia madre quando era ancora prigioniero in Africa) siano
state tra i finalisti al Premio
di Pieve Santo Stefano e
l’Epistolario dei miei genitori lo donai proprio al loro Archivio. Quel Premio,
ideato da Saverio Tutino, raccoglie tante memorie degli italiani e quindi
ha un grande valore storico secondo me, da sempre appassionata di storie di
uomini. L’Epistolario dei miei genitori arrivò tra i dieci finalisti e fu
allora che mi telefonò Valerio Fiandra
per farne un libro per la Lint
Editoriale (Trieste) di cui era
direttore editoriale. L’acronimo Lint
significa “libri e interessi dei nostri tempi”.
Per le mie opere teatrali, in particolare per Ifigenia e Achille, tutte premiate al Candoni-Ora Zero di Arta Terme,
(il luogo che Carducci ricorda nel “Comune
rustico” e che ha fatto parte
del disastro ambientale della tragedia del Vajont – 6 novembre 2020 -) fui
contattata da una compagnia teatrale amatoriale per metterla in scena. Poi però
mi fecero sapere che avevano avuto delle difficoltà finanziarie. Mi sentii comunque
onorata del loro apprezzamento, ma il segretario storico del Premio, un anziano
signore Armando Bortolotto (che costituì dal Premio un grande Archivio), mi
avvertì con aria paterna di non stare a perder tempo perché non ci sarebbe
stato risultato pratico nonostante la premiazione e gli sono tuttora grata per
il suo consiglio. Ifigenia
e Achille fu premiata anche a Controvento (mi pare nelle Marche) e lì ebbe il primo premio.
Mia soddisfazione aver sempre pubblicato con
Editori diversi che hanno creduto in ciò che avevo scritto e proposto loro.
Inserisco ora le cover dei miei nove libri, ma metto
l’ingrandimento di una: “Nel
tempo”, poiché è stata ideata
dal mio nipotino Michele, allora di nove anni. Disegnò un albero dove alla base
eravamo noi, i nonni e i rami avevano alla base i nostri tre figli e terminavano
nelle diramazioni con i nostri sei nipoti. Mi sembrò molto originale ed è anche
firmato con tanto di data: Michele,
4 aprile 2014.
Nel retro di quella cover il nostro amatissimo
gatto Pulce e se dovessi scrivere degli animali, gatti, cani,
uccelli, che ci sono stati di compagnia negli anni, dovrei allungarmi per
tante, tante per me indimenticabili pagine.
44)
Questa foto l’ho già messa nel retro di copertina
del mio libro Nel
tempo, però desidero inserirla
qui di nuovo perché non ho mai visto uno sguardo così innamorato per me come
quello del mio gatto Pulce.
Le cover dei
miei libri
45)
2015 2020 2020
Desidero mettere qui la cover e il retro anche del
libro di mio marito perché sono stata io a metterlo su Pc come una dattilografa-segretaria.
Aveva intrapreso a scriverlo quando andò in pensione e poi si fermò. Allora per
stimolarlo ne feci una prima copia e gliela feci stampare. Si offese perché
secondo lui era incompleto e non ben rifinito però iniziò di nuovo a scrivere e
lo completò. Secondo lui le cose “o si fanno bene o non si fanno” mentre per me
il desiderio è solo arrivare alla fine il più in fretta possibile e sono anche
convinta che gli altri capiranno e perdoneranno le mancanze. Il suo libro è stato
apprezzato molto di più dei tanti miei e mi piace mettere anche il retro della
cover perché lì ci sono, pur se allora molto più piccoli i nostri sei nipoti
(le bimbe più grandi ormai sono ventenni).
46)
E ancora chiudo questa rassegna fotografica con un
disegno di quel nipotino Michele che oggi sta effettuando una verifica importante
(al liceo) e il mio pensiero è con lui. C’erano sotto casa mia, al capolinea
del bus, dei ragazzi che a sera bevevano lasciano bottigliette sparse senza
curarsi di metterle nel vicino bidone. Michele eseguì questo disegno
che poi feci plastificare ed appesi e qualche risultato lo ottenne perché gli
“sbevazzoni” non si fecero più vedere.
47)
Scrivere sui giornali
significa anche entrare in contatto con persone famose.
Ricordo le interviste a due
cardinali.
Giuseppe Siri, (che non rilasciava
interviste ma a me la concesse e prima della pubblicazione dell’articolo il suo
segretario, mons. Grone, lo volle esaminare), quando gli chiesi quale tratto
sentisse più suo tra le qualità che gli attribuivano i fedeli, mi rispose: <<So
che ho una faccia sola mai due>>.
Giovanni Canestri, ricordando un momento di
dubbio prima di diventare sacerdote, mi disse: <<Se è sì è sì>>
ed era la fede granitica che prendeva il sopravvento nel suo cuore su ogni dubbio.
Ricordo Rita Levi
Montalcini che dopo la mia intervista mi regalò molti dei suoi libri, ma di
cosa credete che abbia parlato con Lei, il nostro Nobel, io umile
intervistatrice? Mi chiese ad un certo punto se avessi mai posseduto qualche
abito di Pucci di cui Lei, sempre molto elegante, era diventata cliente
abituale. Con un sorriso le risposi che “sì”.
Da giovane sposa avevo
accompagnato mio marito in un suo viaggio di lavoro a Schenectady sede
della General Electric. Da lì, in un fine settimana, eravamo andati con
il treno a New York (un viaggio abbastanza breve). Mi ero infilata nel
grande magazzino Macy’s che non sapevo fosse
per le grandi taglie, ma che aveva un piano dove si trovavano abiti per persone
nella norma. Lì avevo trovato un abito di Pucci, di maglina così leggera
che poteva stare chiuso in una mano, con bellissimi disegni geometrici e
l’avevo acquistato per un prezzo stracciatissimo mentre da noi per vestire
quella firma bisognava avere soldi. Ne mandai questa foto a Rita:
anch’io avevo avuto un abito di Pucci.
48)
Di Rita Levi Montalcini
ricordo soprattutto l’umiltà. Allieva del padre di Natalia Ginzburg, per
lei un mito, era rimasta un po’ scandalizzata da quel Lessico famigliare
in cui la figlia lo descriveva nella quotidianità casalinga. Poi aveva
riconosciuto che il successo del libro era dovuto al fatto che Natalia
riusciva ad entrare nel cuore della gente più dei suoi colti libri che tanto
insegnano.
Ricordate quell’ancora che a
diciassette anni mi fu regalata da un compagno della spiaggia dove mio papà
aveva la cabina?
Non capii perché mai quel
ragazzo me l’avesse regalata e ne tenni così poco conto che la relegai in
cantina dove sta tuttora.
Ma scrivere, nelle gioie e
nei dolori della mia vita (e una volta per scrivere passai una notte insonne e
alla mattina quando uscii mi sembrava di essere in trance),
scrivere
è stata la mia ancora.
FOTO
|
1) |
Prima vacanza:
“Uccio” ed io davanti ad un Crocicchio |
p.5 |
|
2) |
Io a Trieste
sui quattro anni |
p.5 |
|
3) |
Bobbio, papà
mamma Uccio ed io in bici |
p.5 |
|
4) |
I cavalli di
Platone |
p.9 |
|
5) |
La tombola
sportiva |
p.9 |
|
6) |
D’Oria, Liceo
III C |
p.10 |
|
7) |
Lettera
Arnolfo Galli, vicepreside liceo D’Oria |
p.13 |
|
8) |
Enzo Magrì,
Guerre di carta (cover) |
p.17 |
|
9) |
Sui 18 anni |
p.17 |
|
10) |
Corvo di
Dionisio di Francescantonio |
p.18 |
|
11) |
Lorenzo
Bressani su Uniflair e sindaco a bordo - Barcolana |
p.19 |
|
12) |
Lorenzo
Bressani vince la Barcolana 2002 |
p.19 |
|
13) |
Fidanzamento |
p.24 |
|
14) |
“I miei figli
del peccato” (cugini Giampi e Tullietto) |
p.25 |
|
15) |
Marisa
“gambette sottili…” |
p.30 |
|
16) |
Alla nascita
di Edgardo- foto famiglia |
p.31 |
|
17) |
Chicco con
Maria e Stefano sul Benelli |
p.31 |
|
18) |
Ida piccola |
p.32 |
|
19) |
I cuginetti:
Annalisa, Cesare, Ida e Marco |
p.36 |
|
20) |
Crociera sul
Po con lo Stradivari |
p.37 |
|
21) |
Tata e gallina |
p.39 |
|
22) |
Tata e Maria
neonata |
p.39 |
|
23) |
Ottavio, la
moglie Marta e il nipotino Manuel sulle ginocchia della mia mamma |
p.39 |
|
24) |
Ester Rosa ed
Ernesto Ragaglia (famiglia Bobbio) |
p.40 |
|
25) |
Gisella e
Luigi Bressani con i figli Gero, Luigi, Edgardo |
p.40 |
|
26) |
Ida festa
dell’Uva a Bobbio |
p.40 |
|
27) |
Edgardo in
divisa artiglieria 1934 |
p.40 |
|
28) |
Mamma, Uccio
ed io |
p.41 |
|
29) |
Uccio ed io al
lago Miage |
p.41 |
|
30) |
Gli
“spadaccini” e Nico in primo piano |
p.41 |
|
31) |
“I pistoleri” |
p.41 |
|
32) |
Nico
mascherato da diavolo |
p.41 |
|
33) |
Ferruccio in
divisa |
p.42 |
|
34) |
Nonni Cesare e
Lidia con gli 8 nipoti |
p.42 |
|
35) |
Omaggio alla
vita |
p.43 |
|
36) |
Mamma e Fedora |
p.45 |
|
37) |
Mamma ed io a
Bobbio |
p.45 |
|
38) |
Pasquale
Vasquez |
p.45 |
|
39) |
A Trieste con
il mio primo banco |
p.46 |
|
40) |
Donna Letizia
risponde |
p.47 |
|
41) |
Articolo per
il Giubileo 2000 vincitore UCSI |
p.49 |
|
42) |
UCSI
premiazione giornalisti liguri e piacentini |
p.50 |
|
43) |
Lettera al
Giornale di Ernesto Canepa |
p.51 |
|
44) |
Foto Gatto
Pulce |
p.54 |
|
45) |
Le cover dei
miei libri |
p.55 |
|
46) |
Chicco, Gli
zoccoletti Ricordi di Casa Ferrero,1861/2001 |
p.56 |
|
47) |
Michele
disegna Gli sbevazzoni |
p.56 |
|
48) |
Il mio abito
Pucci |
p.57 |
|
INDICE |
||
|
1) |
Indice
dettagliato e Premessa |
|
|
|
|
|
|
2) |
Inizio |
p.2-5 |
|
p.2 “Da Bobbio
a Trieste” |
||
|
p.4 “Genova” |
||
|
p.5 foto 1,2,3
Uccio ed io davanti ad un Crocicchio, io a Trieste, Io mamma Uccio al Trebbia) |
||
|
|
|
|
|
3) |
Studio |
p.5-17 |
|
p.7 “Al
Liceo”, |
||
|
p.9 foto 5 “La
tombola sportiva” |
||
|
p.10 foto 6
Liceo D’Oria III C” |
||
|
p.10
“Finalmente l’Università”) |
||
|
|
||
|
4) |
Amo |
p.17-32 |
|
p.17 foto 9
sui diciotto anni, |
||
|
p.18 foto 10
“Corvo” di Dionisio di Francescantonio |
||
|
p.19 foto 11
“Barcolana: Lorenzo su Uniflair” e foto 12 Lorenzo
Bressani vince |
||
|
p.24 foto 13
Fidanzati |
||
|
p.25 foto 14
“I miei figli del peccato” |
||
|
p.30 foto 15
Marisa gambette sottili |
||
|
p.29
Intervallo |
||
|
p.31
“Maternità” |
||
|
p.31 foto 16
alla nascita di Edgardo |
||
|
p.31 Chicco
Mari e Stefano sul Benelli |
||
|
p.31 “Amor liticarello”) |
||
|
|
||
|
5) |
Mamma |
p.32-37 |
|
p.32 foto 18
“Ida piccola” |
||
|
p.36 foto 19
“Bobbio, foto Ida e Cesare con i cuginetti Annalisa e Marco” |
||
|
p.37 ben 4
foto “Crociera sul Po” del Giornale con lo Stradivari: Edgardo con Giorgio
Torelli e Bruno Lauzi |
||
|
|
|
|
|
6) |
Famiglia |
p.37-39 |
|
p.37 “gli Ausiliari” |
||
|
p.39 foto 21
Tata e gallina, foto 22 Tata e Maria, foto 23 Ottavio |
||
|
p.40 foto 24
Nonni Bobbio, foto 25 Nonni Trieste, foto 26 mamma festa Uva, foto 27 papà
divisa artigliere (data: 24-I- 1934) |
||
|
p.41 foto 28
mamma Uccio ed io, foto 29 Ferruccio ed io Lago Miage, foto 30 Gli spadaccini
e Nico in primo piano, foto 31 I pistoleri, foto 32 Nico mascherato da
diavolo |
||
|
p.42 foto 33
Ferruccio in divisa, foto 34 “40 di matrimonio” dei miei suoceri con gli otto
nipoti |
||
|
p. 43 foto 35
Omaggio alla vita) |
||
|
|
||
|
7) |
Rimorsi |
p.39-41 |
|
p. 42 il
neurologo Carlo Loeb, medico della mamma |
||
|
p.43 foto
36-37-38 la Casa di Riposo Santa Marta
|
||
|
|
|
|
|
8) |
Scrivo |
p.46-58 |
|
p.46 foto 39 A
Trieste con il mio primo banco |
||
|
p.47 foto
40“Donna Letizia risponde” |
||
|
p.49 foto 41
“Articolo premiato UCSI Giubileo 200” |
||
|
p.50 foto 42
Giornalisti premiati |
||
|
p.51 foto 43
“Lettera al Giornale di Ernesto Canepa” |
||
|
p.52 “Signora infumanata” |
||
|
p.54 foto 44
Omaggio al gatto Pulce |
||
|
p.55 foto 45
“Le cover dei miei libri” |
||
|
p.56 foto 46
“Chicco Gli zoccoletti” |
||
|
p.56 foto 47
Michele disegna Sbevazzoni |
||
|
p.57 foto 48
Abito Pucci |
||
|
|