Linee confuse
Storie di genti e di confini
di Saverio
Merzliak
(edito Tresogni
– Ferrara - 2024)

Questo libro
per me è identitario come poi spiegherò: mi sento coinvolta nelle sue pagine per
esser nata a Trieste.
Ho sempre
pensato che una recensione più che esprimere un giudizio serva a far capire al
lettore cosa è scritto nel libro e questa volta riporto le parole della quarta
di copertina:
“Un romanzo
che racconta di genti e di confini incerti, dal secondo dopoguerra agli anni
Settanta.
“Storie che si
intrecciano e che descrivono la ricchezza di una fusione di popoli tra mare e
continente, tra Est e Ovest, tra Venezia Giulia e Istria.
“Trieste è un
capolinea con le sue verità sotterranee, la sue comunità parallele e la
ricchezza di culture genialmente eclettiche”.
Già in questa presentazione c’è un concetto cui l’Autore tiene: Trieste
non è un crogiuolo di culture, ma una città in cui queste convivono con le loro
identità, le diversità e la loro ricchezza.
L’autore è Saverio
Merzliak, nato a
Trento da una famiglia di origini fiumane, istriane e dalmate. Laureato in
filosofia a Bologna e in Sociologia a Trento. È questo il suo secondo romanzo,
quasi un proseguimento ideale del primo: “L’Eclissi di San Sabba” che testimonia un amore profondo per Trieste
e l’averci riprovato è perché aveva qualcosa d’importante da aggiungere.
La Casa
Editrice, Tresogni, è stata fondata a Ferrara da Stefano Travasoni.
Da un’intervista di Giulia Siena in occasione dell’VIII Edizione Buk
Modena riporto alcune notizie sulla casa editrice: nata nel 2011 ha iniziato
occupandosi di storia locale, poi di letteratura di viaggi nello spazio e
viaggi nello spirito. È il sogno di tre amici: Nathan Levi, medico fiorentino (autore de La cinese di Maputo),
Oles Grandiani (Viaggi in bicicletta) e Pier Vincenzo Zoli (Confesso che ho viaggiato).
Come si arguisce dai titoli questi amici hanno in comune il desiderio
di allargare la loro conoscenza viaggiando e mi fanno venire in mente un libro
che ho molto amato: Randagio è l’eroe di Giovanni Arpino o anche i libri nati dai
viaggi (anche in bici) di un grande giornalista: Giorgio Torelli, autore
indimenticabile della fortunata rubrica “Cosa nostra” (titolo
scelto da Indro Montanelli) e poi della numero 2 di questa rubrica “Avanti
adagio quasi indietro”
e poi della numero 3 “I Giorni della merla” e “Della magnolia padronale” la numero 4.
Tornando al libro inizia con l’avventura di due ragazzi amici: Alcyone (l’undicesimo
figlio di una mamma che lo aveva chiamato così in onore di D’Annunzio dei cui
si era innamorata leggendo “La pioggia nel pineto”) e di Piero, fiumano, anche
suo compagno di lavoro alla Sepral (Sezione
Provinciale Alimenti) organismo creato per gestire i Magazzini di Stato e la
distribuzione degli alimenti attraverso la tessera annonaria. Inizia con l’irruzione
in ufficio da parte di croati che mettono loro in teta due bustine con la
stella rossa e poi
li portano in carcere. Altri due personaggi sono fondamentali nel libro: Netzger commissario di polizia e Kluge medico responsabile
dell’Ospedale Militare, entrambi provenienti da Monaco di Baviera ma che a Trieste
hanno trovato la loro patria. Netzger aiuterà Alcyone
a fuggire e a passare in Italia dove già lavorava la sua fidanzata e il medico Kluge
quando gli sono portati per una visita dal carcere avrà cura di entrambi
comprendendo che la loro malattia era la fame patita.
A questo riguardo ricordo la testimonianza di un caro amico di mio
marito, ingegnere in Ansaldo, provenendo da Pola e che poi si trasferì in
America dove è morto da poco a 90 anni. Raccontava come nei tempi duri dell’immediato
dopoguerra con gli amici si concedevano il lusso di un bicchierino di Slivovitz e se lo passavano mettendovi dentro a turno un
dito per poi portarlo alla bocca assaporando l’aroma di quell’acquavite
ricavata dalla distillazione delle prugne fermentate.
In carcere con i due giovani si trova anche un altro personaggio che Piero
incontrerà di nuovo come autista del camion che dovrà portarlo a Fiume quando
esce dal carcere e riconosce essere il più giovane dei due altri compagni di
cella che avevano incontrato in carcere. Già allora aveva pensato che quei due
potessero essere lì per conto dei titini per scoprire se loro avessero qualcosa
da nascondere o fossero stati collaborazionisti dei tedeschi. E c’è un altro
personaggio Claudio, comunista convinto che parteciperà alla costruzione di
Goli Otok, l’isola Calva, noto come il più spietato
dei campi di rieducazione e la cui morte misteriosa viene denunciata come suicidio
ma in realtà deve essere stata un omicidio. Il problema - scritto nel libro - è
che Caludio non sopportava la partecipazione degli stessi deportati al processo
rieducativo con lo scopo di umiliare i detenuti oltre che evitare ribellioni
collettive per il timore che chiunque potesse essere una spia. Il funzionario
che parla a Peter di Claudio dirà: “Non gli è stato portato via niente,
togliendosi la vita ci ha impedito di togliergli anche la dignità, anzi lui
l’ha tolta a noi”.
Accanto a queste pagine drammatiche altre sono festose come l’arrivo
dei bersaglieri a Trieste il 26 ottobre 1954 e Netzger
con la cui morte inizia il libro dice all’amico dottor Kluge: “Cominciai a capire
perché a Trieste ci volevo spendere la vita e credo che anche tu che sei
rimasto a Trieste come ho fatto io puoi capirmi”.
In breve, un bel libro pieno di colpi di scena e perché lo sento così
tanto mio?
C’è la pagina 62 dove si parla di via dello Scoglio dove
abbiamo abitato quando io avevo tra i quattro e i sei anni. C’è il ricordo
della birreria Dreher dove per quei venti metri da casa mi mandavano a prendere
la birra alla spina e così piccola come ero mi sentivo molto importante, c’è
via dell’Acquedotto (oggi via XX Settembre) dove abitava mio nonno e abitavano
gli zii.
E in un libro in cui ho raccolto gli articoli che Massimiliano Lussana,
sensibile caporedattore alle pagine di Genova del Giornale e dell’età dei miei
figli, mi lasciava scrivere dandomi una paginata per il Giorno del Ricordo, ci
sono tante testimonianze di esuli. Il libro s’intitola Alla mia Trieste e ai profughi Giuliano Dalmati. Voglio ricordare tra queste voci raccolte
quella del fiumano Fulvio Mohoratz, mancato di recente, punta di spicco
dell’ANVGD (Ass. Naz. Venezia Giulia e Dalmazia) che nella sua prima telefonata
sembrava un fiume in piena e non osando interromperlo poiché in quel momento mi
stavo preparando la vasca da bagno mi ritrovai i piedi nell’acqua che aveva
debordato. Questi mi disse una volta: “Fortunata lei che è nata a Trieste” e nel
libro una bella pagina riguarda proprio Fiume.
Dalla Carta del Carnaro. Disegno di un nuovo ordinamento dello Stato
libero di Fiume con la premessa: Della Perpetua volontà Popolare: “Fiume, libero comune italico d secoli, pel voto unanime dei cittadini e per la voce legittima del
Consiglio nazionale, dichiarò liberamente la sua dedizione piena e intiera alla
madre patria, il 30 ottobre 1918… Da lei s’irraggiarono e s’irraggiano gli
spiriti dell’italianità per le coste e per le isole, da Volosca a Laurana, da
Moschiena ad Albona, da Veglia a Lussino, da Cherso ad Arbe. E questo è il suo
diritto storico”.
Ricordo di quegli esuli che mi regalarono le loro testimonianze la frase
di un colto signore: “Tornare una volta e poi più”. La nostalgia per le cose
perdute ci accompagna ma significa anche “dolore del viaggio di ritorno” perché
i luoghi cambiano e rivedendoli non si ritrova più ciò che avevamo vissuto. A
Trieste quando tornai una volta trovai via XX Settembre invasa da auto
parcheggiate tra i platani mentre quando andavo a trovare il nonno c’erano
delle colonnine all’inizio su cui facevo il salterello e poi s’apriva la corsa
in quello spazio libero che allora mi sembrava immenso.
Ecco perché quando sento la parola Rijeka mi sembra una di quelle per
cui se la dicevi da piccolo ti promettevano di lavarti la bocca con il sapone.
Ricordo quando papà il 4 novembre esponeva il tricolore e gli slavi ci
tiravano pietre alle finestre rompendole, ricordo quando mia madre cadde perché
la ruota della sua bici si era incuneata nelle rotaie del tram ed un donnone
slavo le gridò: “Crodiga (cotenna del maiale) di
un’italiana”. Per nostra buona sorte passano i tempi e da Bobbio, la città
d’origine della mia mamma, in molti per le vacanze estive andavano in
Jugoslavia, bella e dove si pagava di meno.
Della mia Trieste in questo libro mi è mancato il Castello di Miramare
che una leggenda trentina definisce della disgrazia, mi è mancato San Giusto e
la sua leggenda mi è mancato il ricordo dei bagni – credo – Excelsior dove mio
padre a quattro anni mi buttò in acqua come allora usava e risalii annaspando
come un cagnolino, stile che ritrovo quando sono in mare ed agitata per qualche
motivo. Mi disse Lelia Finzi Luzzati, cara amica e cugina maggiore di Giorgio
Bassani che suo cugino anche lui gettato in acqua rimase balbuziente per
qualche tempo tanto si era spaventato.
E del mio arrivo a Genova a metà della mia prima elementare ricordo il
senso di spaesamento: a Trieste ero in una classe di biondine. A Genova ce
n’era solo un’altra oltre a me. Però un giorno due gemelline, Lidia e Marina
Gazzo, mi presero per mano per portarmi all’uscita da scuola a conoscere la
loro mamma dicendo: “Questa è la bambina che viene da Trieste”, loro ne
sapevano il significato ed ho potuto scrivere del loro papà il giornalista
Emanuele, poi trasferitosi a Bruxelles, quando la Provincia ne organizzò il
ricordo. Lì incontrai una delle mie compagne di un tempo, ma entrambe, prima
seguendo il padre e poi per la loro attività, non sono più ritornate a vivere in
Italia. E di quel tempo malinconico ricordo anche una compagnetta, orfana che
viveva in un Istituto di Suore dove c’era una grande albero di Magnolia e me ne
portò un fiore ma mentre me lo tendeva un’altra bimba vi picchiò sopra una
manata e i petali caddero a terra.
La riscossa per me arrivò con un tema in terza elementare “il mio lettino”, dato che abituata alla dolce parlata
giuliana avevo avuto difficoltà ad assimilare le doppie e facevo molti errori.
Lì io che avevo paura del buio inventavo storie per addormentarmi e la mia
maestra nel leggere si commosse e passò il tema ad
altre colleghe che a loro volta si commuovevano. Imparai forse allora come è
bello confidarsi con il foglio bianco e così chiudo questi ricordi personali
con la foto di quel piccolo banco nero con i bordi rossi che i miei genitori mi
regalarono e su cui scrivevo sul terrazzino di via dello Scoglio a Trieste.

Torno al libro che finisce con la memoria di tre grandi: Joseph Ressel
nato in Boemia che visse da ispettore
forestale tra Trieste e Montona d’Istria e per rendere le navi più veloci
sostituì le ruote a pale con quelle ad elica, era il 1827; il capostipite della
principale famiglia d’industriali del caffè che nel 1934 inventò la pressurizzazione
e fu anche inventore della prima macchina da caffè automatica; infine un altro
eclettico e geniale triestino, figlio di ferroviere e ferroviere pure lui che
divenne progettista affermato di barche.
Da Trieste c’è sempre da imparare e questo libro lo mette in risalto.
Però c’è il fondo
della pagina 47 che mi farebbe chiedere all’Autore “fuori le prove” come in una trasmissione Tv su Focus che
seguo sempre con interesse. Vi è scritto che le truppe fasciste avevano
coinvolto delle SS nell’eliminazione di partigiani jugoslavi gettandoli in una
foiba e il metodo era poi stato adottato anche dai tedeschi. Inn seguito le
foibe erano state usate dagli jugoslavi per eliminare i fascisti e per
rappresaglie di ogni tipo. Ecco avevo sempre e solo saputo di tremila o
cinquemila italiani e più (non uno o due) eliminati in foiba dai titini. Una
denuncia per dire che quel gran delitto aveva avuto un delitto di proporzioni
minori ad originarlo?