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Premessa

Chicco(Giovanni Ferrero), Gli Zoccoletti

Silvio Vignetta, Una lunga vita       

29 agosto 2010 Articolo su Il Giornale

Due commenti: Prof. Maria Clotilde Giuliani

              Ing. Fabio Capocaccia

Dudo (Augusto Ferrero), Una vita in due

 

 

                Chicco e Dudo

Premessa:

Non è facile trovare una famiglia di scrittori e in questa dei Ferrero ce n’è più d’uno. Inizio con i primi due cui è intitolato questo scritto, due fratelli.

Chicco (Giovanni) che nel 2018 pubblicò Gli <<Zoccoletti” - ricordi di Casa Ferrero dal 1851 al 2001>>;

Dudo (Augusto) che nel 2026 ha pubblicato <<Una vita in due: da zero a novanta>> dedicato alla moglie Tella che non è più.

Poi ricorderò Silvio Vignetta, cugino primo della loro mamma Lidia e quasi loro maestro o antesignano che scrisse <<Una lunga vita>>.

In effetti questi Ferrero e Vignetta sono longevi. Quindi aggiungerò la recensione al libro <<Senso-Espresso>> di un nipote, Edgardo Ferrero, figlio di Chicco.                               

 

                       GIOVANNI FERRERO

                     (Chicco in famiglia)

 

 

                     

                   Parin - Cav. Ferrero Giacomo 1851-1938

 

L’ingegner Giovanni Ferrero, nella sua consueta passeggiata mattutina, ritrova un vecchio collega ansaldino, neoingegnere elettrotecnico come lui assunto in Ansaldo nello stesso anno (1963). Gli racconta qualche aneddoto di famiglia dei tempi andati e questi gli dice: “Perché non scrivi i tuoi ricordi?”.

Il suggerimento dà ali ad un altro di quando, poco tempo prima, un nipotino gli aveva portato un quaderno di quelli grandi per scrivervi “le sue memorie”. Nome questo un po’ pomposo ma la maestra – educativa - aveva spiegato che i ricordi degli anziani sono la nostra ricchezza più grande. Si può forse resistere agli occhi con tante domande di un bambino? Così l’ingegnere, classe 1937, di getto e in meno di un mese, su quel grande quaderno dalla copertina verde scrive la storia della sua famiglia d’origine.

Nel libro, (edito Youcanprint nel 2016), nei vari capitoli aggiungerà preziose foto (è anche un collezionista) con sapore del tempo che fu e con quella patina d’antico color seppia che ti prende al cuore. Chicco è il suo soprannome e pure i suoi tre fratelli ebbero dolci appellativi d’affetto materno: “Mimmo, Dudo e Peppi”.

I ricordi di Chicco iniziano a Valfenera d’Asti, il paese d’origine della famiglia Ferrero, una trentina di chilometri a sud di Torino. Il tempo è quello della II guerra mondiale e nella casa avita in via Maestra erano sfollati i figli del capostipite Parin, ben nove, di cui mancavano solo Sebastiano e Augusto, parroco e viceparroco ad Agliano d’Asti.

“Ti domanderai il perché”, con questa domanda, riferita agli zoccoletti, Chicco incomincia a raccontare. “Il fatto è che i miei ricordi iniziano quando d’inverno portavo gli zoccoletti con la suola di legno e la tomaia di un cuoio nero e rigido…” Ne conserva ancora uno in bella vista in uno scaffale della biblioteca per non dimenticare quel tempo in cui suo padre, che aveva combattuto nella guerra 1915-18 e che nella seconda era sfollato con la famiglia a Valfenera, confezionava con fatica e precisione servendosi di forme da calzolaio.

L’autore ci indica come ha scritto questi ricordi e ci anticipa: “Le mie radici sono le radici di tutti, uguali e diverse, in esse tutti si possono riconoscere: potevo esser nato in qualsiasi parte d’Italia, eppure c’è un’identità nel trascorrere di ricordi che tanti, in essi, possono trovare una piccola parte delle loro”.

Il capostipite della famiglia è Parin-Giacomo Ferrero (1851-1938) e mentre noi diciamo ai figli: “Saluta il nonno”, allora si diceva “Saluta Parin”. Aveva spirito imprenditoriale: iniziò vendendo ai contadini solfato di rame e guano del Cile (ottimo concime), girando per la campagna in biroccio e con una pistola a tamburo per difendersi dai ladri. In un libricino, che il nipote Chicco ha conservato, annotava le proprietà che man mano veniva acquistando.

Sposo nel 1877, biondo, capelli fluenti e ondulati, due occhi azzurri e limpidi; lei, capelli corvini, con un grande chignon e uno scialle dalle lunghissime frange e rose ricamate. Lei muore due anni dopo.

Parin si risposa con Zanet, soprannome piemontese di Giovanna; nel libro anche la foto del menu delle nozze d’oro con, tra altre squisitezze, “polli novelli alla finanziera, arrosto inglese primaverile, quaglie e pernici in salmì”, e tra i dolci quelle frutte sciroppate di stagione” che erano parte della tradizione culinaria casalinga.

Nel libro a tutti i nove figli di Parin sono dedicate poche pagine che ne ricordano e condensano la vita. Quasi a presentarceli visivamente, prima del racconto, “un santino”, foto che si metteva in morte per il miglior ricordo di sé.

“In un paese – scrive – a fine ‘800 tre erano le figure di spicco: il prete (accompagnava dal battesimo al funerale), il farmacista (del dottore si faceva a meno ricorrendo a salassi e pozioni, per le nascite bastava la levatrice) e il notaio, (uomo di legge che dirimeva le questioni sui confini dei terreni e le eredità)”. Parin, cui non mancava lungimiranza ed un pizzico di ambizione, ebbe queste tre figure tra i suoi figli tutti laureati.

Chicco dedica un ritratto a zia Benedetta, la sorella maggiore, regina della famiglia, che aveva contribuito ad allevare i fratelli e per questo non si era sposata, ma per gli 80 anni ebbe in dono un mazzo di rose rosse da un antico pretendente. Particolarmente sentito il ricordo di zio Mario che gli fu maestro nella “caccia da piuma” (pernici, non lepre) perché gli insegnò “fatica, rispetto del prossimo, amicizia, obbedienza”. Anche rispetto della natura ed etica della caccia: “Non si spara mai ad una quaglia che si alza dal nido o ad un perniciotto”.

Se Chicco, ad inizio libro, ha voluto precisare che i suoi sono ricordi di bimbo e non condizionati dalla tragedia della guerra, non mancano alcuni episodi esilaranti proprio perché visti dalla parte di un bambino. Come nel giorno in cui arrivano al podere tre repubblichini in cerca di cibo: quando nei loro discorsi vien fuori la parola Benito, un cuginetto piccolo dice: “L’hanno ammazzato”. Panico e suspense, poi la spiegazione: qualche giorno prima era stato macellato il maialino detto Benito con cui i bambini giocavano. Quando poi ci descrive il gabinetto alla turca, che magnanimamente Parin metteva a disposizione dei contadini nei giorni di mercato, Chicco ricorda che fino agli anni Ottanta vi campeggiava una scritta, incisa all’interno della porta di legno da qualche “ospite” per la “perfida Albione”:                        

             “Se gli inglesi asfissiar volete,

            in questo cesso di peso li mettete”.

C’è anche una cartolina, inviata nella I guerra mondiale da zio Pinotto a zio Angelo di cui da tempo non aveva notizie: “Sei vivo o sei morto? Bacioni!”

Il libro si conclude con la storia dei suoi genitori. Cesare, nato nel 1893, e Lidia nel 1905.

Cesare, ingegnere, negli anni ’30 con il fratello Angelo (anche lui ingegnere) fonda le Officine Ferrero che a Savona fu la più importante industria privata del dopoguerra; in quei tempi di ricostruzione si ampliò anche grazie agli operai, fedelissimi e affezionati a chi dava loro lavoro. Cesare realizzò, insieme ad altri strumenti ed attrezzi per l’edilizia, un Regolo Circolare per il calcolo del cemento armato esposto all’Università d’Ingegneria di Genova.

Lidia era nata in Egitto. Suo padre Augusto Vignetta, nato a Pinerolo nel 1874 e da giovane vissuto con la famiglia paterna a Nizza, dopo una giovinezza da giramondo (Palestina, Sud Africa) si fermò in Egitto a Porto Said dove fondò un’impresa che perforava pozzi nel deserto per trovare l’acqua. Fu chiamato al Cairo da Re Fuad e messo a capo dello staff (oggi si direbbe Viceministro) del Ministero dei Lavori Pubblici al Cairo. Si sposò con una ragazza della borghesia maltese: rimase vedovo con Lidia ragazzina e si trasferì a Torino. Dall’Egitto, allora protettorato inglese e cosmopolita (erano i tempi del fervore seguito all’apertura del Canale di Suez), arriva in questa nostra città, importante sì ma con mentalità ben diversa. Lidia non aveva ancora vent’anni e si chiude in sé, dedicandosi a migliorare il suo italiano, alla musica, alla pittura con Casorati. Nella vita, nonostante la cura di quattro figli ben allevati, non verrà mai meno al suo talento artistico.

Il finale della storia di famiglia è affidato a Silvio Vignetta, cugino primo di Lidia, che per il suo lavoro ma soprattutto per lo spirito “cosmopolita”, assorbito nella giovinezza al Cairo con i suoi genitori, viaggiò poi per tutto il mondo e ci ha lasciato un grande libro:<<Una lunga vita>>.

Silvio ricorda così la mamma e il papà di Chicco, sotto la foto di un anniversario di nozze di Cesare e Lidia nella cornice degli otto nipoti:   

            “Cara Lidia,

             mi manchi, eri la mia sorella maggiore.

             Di Cesare ancora oggi (siamo nel 2005) vedo,

             vivo, e non posso dimenticare come diceva

             e faceva dire le preghiere prima dei pasti.

             Io lo faccio ancora oggi”.

 

         

nozze Parin 1880 Valfenera.                     In fondo Casa Ferrero:

 

“Collassò nel 2001, ne raccolsi un mattone per ricordo” così ha scritto Giovanni (Chicco) e di qui la data finale della Storia di famiglia.

(La casa fu ricostruita dal fratello ing. Augusto Ferrero).

Di Silvio sopra citato con il suo bel ricordo per la cugina Lidia riporto queste immagini dal suo libro: il mio commento al suo scritto e a quello di mio marito Chicco in Recensioni 2018.

 

                      Una lunga vita

                 

                  Silvio Vignetta 1920-2011

Nome in famiglia “Sev”, acronimo di Silvio Edgardo Vignetta.

                    

              

      Sev al Carlo Alberto      Sev campione di scherma           Sev-M/n al Victoria di Moncalieri 1929

 

    Questo l’articolo che scrissi sul Giornale per questo zio, indimenticabile e gran signore.

 

 

      

 

Oltre ai cari messaggi dei parenti, mi sembra doveroso riportare due commenti   particolarmente condivisi e apprezzati da mio marito, Giovanni Ferrero (Chicco).

 

                    Genova, 19 febbraio 2016

               Professoressa Maria Clotilde Giuliani.

 

“Mi rallegro per la Sua memoria che è riuscita con attenzione e puntualità a far rivivere in un bellissimo affresco figure davvero indimenticabili come Parin, adamantino patriarca, gli zii operosi e geniali, le dolci zie, i genitori forti e tenaci, Valfenera la casa del cuore.

Sullo sfondo la società borghese che dalla campagna si apre alla città con quella imprenditoria e quella originalità che ne ha fatto la spina dorsale ed economica dell’Italia e di grande interesse anche le pagine sulla Guerra, cariche di preoccupazioni e di disagi per gli adulti e così serene per i bambini.

I suoi sei nipotini saranno sempre orgogliosi e riconoscenti per avere un Nonno come Lei che, oltre ad essere un ingegnere di notevole rilievo, scrive tanto bene e dimostra una delicatezza e una sensibilità non comuni. Il Suo libro è un grande dono d’amore”.

 

                       28 agosto 2016

                   Ingegner Fabio Capocaccia

 

“All’inizio ho pensato ad un libro scritto per i nipoti perché non si perda la memoria della famiglia, una specie di trattato familiare pieno di nomi e di fatti, utile solo ai discendenti…

Poi devo confessare che sono rimasto preso dalla forza di questa famiglia, dallo straordinario disegno del Padre Padrone (o meglio Parin), dalla ricostruzione fedele delle vicende dei nostri nonni, che un po’ tutti si somigliano. E poi la guerra e il rapporto dei bambini con i tedeschi e i partigiani (sono stato sfollato a Roccagrimalda, ed ero affascinato dalla guerra senza capire i drammi, le differenze e le contraddizioni, ma per me quello è stato un periodo bello e molto formativo, mi facevo i giocattoli da solo anch’io, che poi erano fucili, camion e jeep).

Certe volte le storie vere hanno una forza che nessun romanzo di fantasia riuscirebbe a creare. Ho poi trovato delle semplici (e divertenti) verità: il farmacista vale più del medico, il notaio più dell’avvocato, e almeno un prete nelle grandi famiglie ci vuole (vedi anche i Costa). E poi l’incontro tra papà e mamma al Valentino è un vero capolavoro…:” ma di che cosa dobbiamo parlare?”. Penso ai ragazzi di oggi…

Insomma, ho passato qualche bel momento e volevo dirtelo…

Ho poi apprezzato il tono volutamente dimesso, l’understatement, il contrario della retorica.

Quando, alla fine, del Papà Cesare bisogna per forza che vengano fuori le qualità, che qualcuno abbia il coraggio di dirlo, allora si fa parlare il cugino Silvio…

Proprio un bel libro                    

                       Fabio

 

                                

                           Dudo

            (Augusto Ferrero)

               

                                                

Questo libro è dedicato a Tella che non è più da qualche anno (19 settembre 2021) e ne riporto alcune foto.

                           

                                             

            

                +

                                           (commiato)                                                       

Dal risvolto di copertina alcune notizie di presentazione.

Augusto Ferrero (Dudo), nato il 6 gennaio 1936 a Savona, laureato in ingegneria civile, si è trasferito a Milano nel 1962. Sposato nel 1963 con Maria Teresa Vivaldi (Tella) ha tre figli: Cesare, Silvia e Michela.

Dopo aver costituito la Ferrero Costruzioni sas, ha realizzato importanti complessi nel settore turistico così come nei settori civili e industriali.

Con strutture prefabbricate ha operato in Arabia Saudita, Iraq e Algeria.

Appassionato sportivo ha praticato sci e vela; in gioventù atletica e lotta greco romana.

Presenta così il libro: “Questa memoria è la storia di novant’anni a cavalcioni di due secoli in cui l’accelerazione e la trasformazione dello stile di vita, ma ancor più dei mezzi di produzione, delle scoperte scientifiche, della mobilità, di tecniche ed apparecchiature ha superato ogni immaginazione e di cui sul piano medico ne ha usufruito per raggiungere questo traguardo: novant’anni il 6 gennaio 2026.

Come il fratello Chicco (nato il 1° giugno 1937) quindi poco più giovane di lui ricorda il periodo da sfollati a Valfenera d’Asti: “Noi ragazzini” abbiamo vissuto cinque anni felici in campagna fra scuola, prati, mucche e oche”. Gli viene in mente in particolare la mietitura del grano come “un ricordo romantico” rispetto ad oggi dove si vedono le mietitrebbie che con un solo operatore risolvono dal campo, al sacco di grano, alla balla di paglia.

Ricorda in particolare zia Pina, ottava di nove fratelli, che aveva un negozio di tessuti al piano terra della casa di famiglia a Valfenera ed aveva vestito tutte le spose dei paesi dei dintorni. Accoglieva nella grande sala tutti i maggiorenti della zona offrendo loro Martini Rosso, digestivi, rosolio e caffè e dopo l’8 settembre riceveva quasi ogni giorno dei carabinieri di stanza a Villanova, a 5 km. di distanza. Questi la informavano dei movimenti dei tedeschi e dei repubblichini e a notte fonda lei passava le informazioni alla staffetta dei partigiani.

Il più vecchio dei cugini Ferrero, Giacomo, detto Mino Dutur, in quanto medico era alpino della Julia.                                            

In ottobre arrivano le notizie dei superstiti dalla ritirata in Russia tra cui c’era Mino e tutti i bimbi con le biciclettine vanno ad aspettarlo ad un incrocio di strade che portano anche a Valfenera. Arrivò magro magro dopo un’ora di attesa. Racconta di essere stato salvato da una famiglia russa dove aveva curato i malati. Questi gli fasciarono i piedi con strisce di panno impermeabili, lo coprirono con cappotti e pellicce in modo che potesse affrontare il viaggio di ritorno. Non raccontò mai nulla di più e ricordo il mio attore preferito per stile,

David Niven

           960px-David_Niven_in_1959.jpg (960×1445)

che fu incaricato da amici di rintracciare la tomba del loro figlio a Bastogne. La trovò ma constatando che era insieme ad altre 27mila si disse che ci sono 27mila motivi per tenere la bocca chiusa sulla guerra.

A Valfenera nella casa di fronte alla loro abitava un bel ragazzo, Natale Fiorito che in divisa di aviere veniva a trovare Lidia, mamma di Dudo, che chiamava “zia”. Nel novembre del ’42 era in licenza e fu lui a scrivere quel messaggio sul gabinetto alla turca in cortile di casa Valfenera, frase molto umoristica e graffiante: “e se gli inglesi asfissiar volete in questo cesso di peso li mettete”. L’ultima volta quella, perché in una missione su Malta fu abbattuto dagli inglesi e “la strada che passa fra le nostre case – scrive Dudo – fu a lui dedicata”.

Riporta anche una notizia che riguarda lo zio Battistino, farmacista, che si era dedicato all’organizzazione dei giovani fascisti e quindi ritenuto tale. L’8 settembre 1943 alcuni sciocchi entrarono in farmacia e gli spaccarono in testa il quadro di Mussolini che era d’obbligo tenere nei pubblici esercizi. Poi gli chiesero scusa, ma se penso allo sfascio che hanno fatto a Torino ieri 31 gennaio e che ho visto in Tv penso più che mai giusta la frase “la madre degli imbecilli è sempre incinta”.

Questo libro è dedicato a Tella, perciò, di lei ricordo il primo bacio con Dudo, lei di 16 anni, lui di 18 dietro una tenda e così diventò la mascotte del gruppo Ferrero. La sua prima sciata su una pista ghiacciata fu fatta sul sedere con molte imprecazioni ma poi divenne esperta sciatrice. E una volta in Corsica, dove Dudo aveva costruito, nel 1994 con un attentato dinamitardo vengono distrutte tre costruzioni e quando si recano alle gendarmerie di Sartene per la denuncia ricevono la solita frase di rito “Bon courage” e bisogna trattenere a stento Tella che insulta e vuole picchiare il gendarme.

Mi sembra che questi due episodi riflettano il suo carattere di donna solare, accogliente ma molto determinata.

La parte più interessante del libro è secondo me la descrizione sintetica ed incisiva dei vari viaggi di lavoro e dei tanti paesi nel mondo visitati.

Per stare in Italia quando c’è il terremoto del Friuli Dudo fornisce 400 casette prefabbricate ma la nota di humour è che gli sfollati, ospitati in alberghi della riviera adriatica, quando devono tornare non ne sono molto contenti. L’operazione Friuli è un salto di qualità che lo lancia fra le società importati del settore e Dudo guarda all’estero: Medio Oriente e Nord Africa.

Quasi un ritorno alle origini perché mamma Lidia era nata nel 1905 al Cairo in Egitto e suo padre Augusto Vignetta era un alto funzionario del Governo egiziano. Il ritorno in patria a Torino fu motivato al fatto che sua madre Darmenia, di origini maltesi, era affetta da un glaucoma incurabile in Egitto. Lidia a Torino si iscrive al Conservatorio e frequenta lo studio di Casorati esponendo i suoi quadri ad una mostra dell’artista. Quindi sposa Cesare e per lui bisogna ricordare che inventò il “Flessimetro, Regolo circolare, Estensimetro”  (esposto all’Università d’Ingegneria di Genova) e accompagnato da Lidia viaggiò l’Italia per farlo conoscere.

            

Mi piace inserire un’immagine che non è nel libro ma mi è cara di nonno Cesare con tanti nipoti e con i cuginetti dei miei bimbi Annalisa (che non è più ed è a fianco di mia figlia Ida con i capelli lunghi e lei li ha raccolti in due ciuffetti vicino al viso) e Marco in giacchetta blu, entrambi figli di mio fratello Ferruccio. Gli altri sono tutti Ferrero: Silvia, Martina, Michela e in alto Cesare grande, perché i Cesari di famiglia sono stati tre tutti i primogeniti di tre figli. Quindi al lato destro della foto guardandola i miei Cesare ed Edgardo. Bei tempi di unità di famiglie ormai un po’ perduti.

             

Vicino a nonno Cesare: Silvia, Martina, Ida, Annalisa (cugina di Ida), Michela.

Dudo nei suoi viaggi tesse affari e incontri con persone importanti come Hussein di Giordania ma non dimentica mai come aveva iniziato: a Milano in uno scantinato presso l’Ufficio di rappresentanza della Fratelli Ferrero sas in via Rossetti, dove lavorava alla sera dopo essere stato in ufficio alla Snam. Studio dotato di un vecchio tecnigrafo dove sviluppava progetti a volte fino a notte fonda. Così può descriverci con simpatia la storia di Abadalla Barum, ras di Jeddah e figlio di un ricco sceicco, capraio del deserto.

Quando Jeddah inizia il suo sviluppo e lui era un ragazzino lascia il deserto con un carrettino ed un asino per andarvi e comprato qualche sacco di cemento lo rivende in cantiere a tre volte tanto e così inizia la sua fortuna. Qui Dudo fa esperienza della barriera corallina e ne è tanto affascinato che si attarda ad ammirarla con maschera e pinne finché non vengono a cercarlo temendo che gli sia successo qualcosa. È un ricordo che si porta in cuore.

Dudo non viaggia solo per lavoro, anche per diporto con Tella e con l’ONAV, Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Vino: Australia, Nuova Zelanda, Cile, Argentina, Uruguay, Brasile, Sud Africa, Cina, Israele, Petra, Canada, Turchia, Caraibi, Marocco, Costa d’avorio, Niger. In questo paese con un caldo torrido visita un mercato con bancarelle dove gli artigiani lavorano sotto un tetto di rovente lamiera. Una famiglia di artigiani produce statuine in bronzo che riproducono i lavori della terra e gli sembrano veri artisti.

          

Nei viaggi di lavoro arriva ad Erbil in Iraq dove è stato arrestato un suo dipendente perché aveva investito un ragazzino che sbucando d’improvviso da una strada si era rotto una gamba. Passati 5/6 giorni il ragazzino è ancora con la gamba steccata alla meglio dal padre. Si offre di portarlo a Bagdad in ospedale e il gendarme che supervisiona l’incontro gli suggerisce di dare al padre 1000 dollari evitando così la denuncia. Acconsente e se ne va pensando che il ragazzino resterà claudicante per la vita.

Nel libro alcune frasi memorabili come questa: “Lo scoutismo grande scuola alla vita con protagonista la natura” o bellissime immagini come in Australia con meta Red Rock dove il deserto dopo un diluvio fiorisce per un giorno di verde perché gli arbusti mettono d’improvviso tante piccole foglie.

Per Tella, nome che a me ricorda il latino “tellus” che sta per terra e la penso come una mamma che è stata humus, terra, per i suoi figli e nipoti, Dudo si è scoperto poeta scrivendo:

   “Eri piccola, mi hai guardato mi hai stregato è nato un folle amore

    Casa tua era in salita e lontana diventava un soffio

    Un sussurro una luce un bosco accogliente un bacio e a casa

    Col tempo la vespa accorciava i tempi,

    la topolino un grand’hotel.

    Più avanti più spazio più tempo più tutto

    con il limite di vigili tradizioni…”

 

    E poi nel dolore per la perdita:

    “Dove sei?

    qualcuno bussa – chi c’è- nessuno

    suona il cellulare – chi è – nessuno

    suona il telefono – chi è – nessuno

    ti guardi intorno – non c’è nessuno

    cerchi dappertutto – non c’è nessuno…

    i ricordi s’inseguono

    la cucina è spenta

    il letto è vuoto…

    (1° novembre 2021)…

    “Mi manchi ma sei con me

    arriverò a riabbracciarti sereno

    tuo Dudo

    (14 dicembre 2023)”

Concludo con questa bella immagine di Tella che galleggia beata nel Mar Morto, dove appunto si resta in superficie senza affondare.

            

              Edgardo Ferrero

             Nipote scrittore

 

Foto del libro della Cimbali (macchine da caffè industriali) dove ha lavorato di recente come Direttore del Service e dove quando ha iniziato è stato pubblicato questo arguto articolo.

 

Di questo libro è stato supervisore ma alcuni capitoli, i principali e di ricerca, li ha scritti lui.

 

            In conclusione, una famiglia di scrittori e bravi!