Crimen

  Dino Frambati e Stefano Alice

(Serel International Stefano Termanini Editore)

 

     

                     

 

 

Questo libro nasce come un dialogo tra due autori:

Dino Frambati giornalista

Stefano Alice, medico e criminologo.

 

    

Inserisco qui le cover di due libri di Dino che ho recensito e una sua foto in bici (una delle sue passioni come il volo e il nuoto, discipline queste in cui ha ottenuto il brevetto).

Dino è sposato da anni con Marina e una volta mi disse che se non l’avesse conosciuta non si sarebbe mai sposato, anzi le dedica questo libro: “Dedicato alla mia meravigliosa moglie Marina che ogni giorno mi dà la forza di creare cose nuove e mi incita a far bene” e sempre nel libro dice ancora di Marina che sono coppia felicissima, unita, e con lei fanno tutte le cose insieme.

Ma Per Dino bisogna ancora ricordare che è stato vicepresidente dell’Odg Liguria e poi consigliere nazionale, che da 40 anni pubblica su <<Avvenire>> che collabora a <<Famiglia Cristiana>>, <<Conquiste del lavoro>>, al <<Piccolo di Alessandria>> oltre ad essere direttore editoriale de il <<Gazzettino di Sampierdarena>> dove à la ditta di arredi e interni della sua famiglia in cui è stato imprenditore, designer e progettista d’interni.

Anzi a tutti questi giornali e riviste bisogna anche aggiungere che Dino per So.crem, azienda di pompe funebri, ne ha anche diretto la rivista volendo farne un inno alla vita. Vero che il cimitero monumentale di Staglieno con le sue lapidi e statue come quella di Caterina Campodonico, la venditrice di noccioline, è la testimonianza di chi vuole rimanere nella memoria più a lungo della propria vita terrena.

Dalla prefazione a cura di Maurizio De Matteis, già consigliere della Corte di Appello di Genova, stralcio alcune notizie su Stefano Alice “esemplare medico legale ma anche criminologo appassionato e dottissimo”.

Prima però ancora un ricordo di Dino, mio collega nei miei primi anni al Giornale (pagine di Genova). Aveva incominciato con Luigi Vassallo che ricordo come un gigante buono. Una volta nei pressi della Rinascente che ora purtroppo non c’è più in Piccapietra ero a braccetto con mia madre, malata di Parkinson, che perse inciampando perse l’equilibrio e cadde trascinandomi con lei nella caduta. Vassallo che si trovava lì vicino ci sollevò come due piume e questa gentilezza mi confermò nel mio desiderio di scrivere sulle pagine di Genova de Il giornale di cui lui era stato l’inventore.

Purtroppo, quando mi presentai Vassallo era deceduto e mi ritrovai con Massimo Zamorani, che mi fece vedere i sorci verdi. Mi aveva detto:” O Lei s’impegna qui o con la sua scuola (stavo frequentando le Comunicazioni Sociali all’Università Cattolica e preferii la scuola che mi dava di più delle cronachette in cui sarei stata impegnata. Poi, da diplomata, mi ripresentai ma era chiaro che non me l’aveva perdonata. Quando, non potendone più, me ne ero andata collaborando ad altri giornali al funerale della figlia di mio fratello, cara amica di una delle tre figlie di Zamorani, mi aspettò sulla soglia della Chiesa per dirmi: “Non sapevo che appartenesse a quella famiglia, le chiedo scusa”. E le scuse sono sempre ben accette ma si deve esser valutati non perché si appartiene ad una famiglia ma per le proprie capacità. Bisogna sempre camminare solo e sempre sulle proprie gambe.

Scusate la digressione. Torno a Frambati che iniziò con Vassallo occupandosi allora e per 40 anni di cronaca nera. Ebbe fin da allora la mia ammirazione una volta che ascoltai una sua telefonata con Zamorani dato che gli teneva testa benissimo come io non ero capace.

Il suo battesimo del fuoco come lo definisce nel libro fu quando in un bar a Sampierdarena dove era la Ditta di arredi della sua famiglia sentì un gran trambusto e nella via vicina due carabinieri erano stati uccisi dalle Brigate Rosse (“nel loro fanatico e delinquenziale progetto rivoluzionario” come appunto scrive). Da allora – precisa – “io giornalista - assistetti ad ogni tipo di violenza: il peggio della nostra società…fatti avvenuti quando il giornalismo si faceva consumando la suola di scarpe con notes, biro e macchina da scrivere… ma l’uomo è una bestia?” si chiede ancora Dino. E prosegue: “ma dentro di me “la voglia di capire, di dare spiegazione alla cattiveria umana consapevole purtroppo che i male esiste ed esisterà fino alla fine del tempo”.

Questo libro si dipana a due voci, come un dialogo tra due persone accomunate dal desiderio che la società possa comunque migliorare e soprattutto quasi come una lunga intervista al medico criminologo Stefano Alice.

Anzi la prima vera intervista con lui, pubblicata sul sito Ligurianotizie.it, riguarda sulla miniserie televisiva Adolescence con titolo: “I giovani e la violenza, il parere di un medico criminologo”, con l’idea di parlare non tanto dei fatti, ma delle ragioni per cui avvengono i crimini e dei comportamenti delle persone.

La serie televisiva mostra un’umanità complessa dietro il crimine di Jamie che sembra un ragazzo normale ma si trasforma in un mostro. La violenza adolescenziale può davvero essere così imprevedibile?

Il libro nei suoi 26 capitoli sviscera molti temi: “Minori, da vittime a carnefici”, “Tecnologia criminale”, “Dal Cybercrime alle truffe online fino al sexting”, “Crimini e droga quando si mettono le mani nel fango”, “Parità di genere pure nel male”, “Il nuovo scenario della criminalità nel contesto di migrazione e multiculturalità”, “La giustizia riparativa”, “I minori double-face, vittime e autori di reato”. Non manca un’acuta analisi della pedofilia, quindi “I profili dei criminali, la profilazione criminale tra scienza e mito”, “Lo sgomento del male che genera altro male”, “La scuola ferita e il dovere della realtà”.

Mi sono dilungata sull’indice per far capire lo spessore del libro.

Il criminologo Stefano Alice spiega così rispondendo alla domanda “La permanenza in carcere induce a cambiar vita?”. “Penso che ci siano persone turbate psicologicamente che non cambieranno mai e che considerano il reato un mestiere, il crimine un’attività. Spiega che alcuni in carcere non ci vogliono tornare ma non perché siano pentiti, ma perché ci si sta male. E anche questo è un modo per redimersi.

E Dino commenta: Stefano Alice detta e io scrivo ma cosa rispondere alla sua domanda: “Le carceri sono un’università del crimine?

 

 

Le carceri sono sovraffollate e nel 2022 in Italia 84 detenuti si sono tolti la vita.

Il libro per non terrorizzare chi si appresta alla lettura è pieno di frasi illuminanti che fanno riflettere come questa: “La speranza è che con un impegno condiviso possiamo costruire una società più giusta” “Se il libro – spiega Alice ha come filo conduttore il male, esiste sempre la speranza che è il vero volto dell’umanità. La strada verso una società più giusta e pacifica passa attraverso la conoscenza delle sue ombre”.

Il libro è ricco di dati e riporto solo quelli che riguardano il femminicidio, purtroppo sempre così attuale. “I dati non mentono – commenta Alice –, in Italia dal 2008 al 2018 sono state uccise tra le 110 e le 130 donne l’anno, cioè quasi uno ogni due o tre giorni. Nel 2018 le vittime sono state 115 di cui il 73% italiane, il restante 27% straniere, con donne dall’Est Europeo e dall’America Latina che fanno tra queste la parte del leone.

La speranza è quella frase di Frambati ad inizio libro: “Come nasce la violenza e soprattutto possiamo prevenirla prima che si trasformi in cronaca “nera”?”  E ancora: “Bisogna insegnare ai ragazzi il rispetto, la solidarietà, la capacità di ascoltare chi soffre”

Perché il lettore non si spaventi sappia che ci sono pagine anche più serene e al riguardo cito dal libro un episodio che s’incontra quasi alla fine.

Dino afferma di essersi talvolta astenuto dal dare una notizia a tambur battente per rispetto di indagini in corso e che c’è sempre il tempo di darla in un secondo momento, più approfondita: “La notizia che non dai oggi la darai più avanti nel tempo, perché se hai rispettato ti rispetteranno. Ecco l’episodio:” via Garibaldi è la più antica e storica strada di Genova, sede di palazzi che contengono capolavori artistici. È strada pedonale e se passa un mezzo con targa viene filmato e multato.

Ebbene un ragazzo italiano, non genovese e turista sotto la Lanterna, gira con zaino in spalla e una targa cucita sopra, presa chissà dove e come. Scattano filmato e multa. Il ragazzo, sbigottito, fatica a dimostrare che la targa è solo un ornamento del suo zaino e l’unico motore che lo ha portato in via Garibaldi sono le sue gambe.

La notizia divertente fece il giro d’Italia e Dino ricorda con soddisfazione a distanza di anni le tante chiamate di colleghi e tv per riprendere quel fatto.