La vita oltre la vita
Raymond Moody
(edito Corbaccio 1975,2001,2005)
Nell’edizione del 2005 che ho riacquistato avendo perso il
libro dell’edizione 1975 che mi aveva profondamente colpita la prefazione è di
Eben Alexander, a sua volta autore di Milioni di farfalle).
Dalla prefazione: Cos’è la coscienza? Cos’è la materia?
Come interagiscono mente e materia? È un dibattito che si svolge da più di
venticinque secoli.
Raymond Moody, medico e psicologo americano, rimase impressionato dalle testimonianze
di molte persone, uscite da uno stato di morte clinica che hanno raccontato
cosa c’è oltre la morte e come da quel momento la loro vita sia spiritualmente
cambiata: è stato un imparare ad amare gli altri.
Moody ha coniato il termine di esperienze di premorte.
Questa sua opera pionieristica ha portato alla costituzione del Shared Crossing Project a Santa Barbara in
California.
Lo scopo è
che coloro che assistono malati terminali e familiari interessati siano in
grado di riconoscere e, potenzialmente, di prender parte a un trapasso
condiviso con un loro caro in punto di morte.
“Le
esperienze di premorte hanno aperto la strada ad una nuova consapevolezza fra i
membri della comunità scientifica: il cervello fisico non crea la coscienza e
la coscienza è eterna. Le esperienze di premorte ci insegnano che lo spirito
sopravvive alla morte fisica.
Elisabeth
ricorda anche critiche. Il rappresentante di una Chiesa confessionale che disse
“vendere la salvezza a buon mercato”. E alcuni ritengono che il concetto del
dopo morte debba rimanere solo nell’ambito della fede.
Alcuni
medici ritengono che tali esperienze siano allucinazioni causate da carenza di
ossigeno in un cervello morente.
Si
rassomigliano tutte nel loro svolgersi: un tunnel, una luce luminosa che fa da
guida, la persona dichiarata clinicamente morta (si va da un tempo di cinque
minuti allungabile fino a venti nelle pratiche di rianimazione), la persona che
proiettata in alto vede il suo corpo disteso sul letto, la persona che sente
tutto ciò che si dice intorno a lei ma non può comunicare con gli altri, la
persona che a volte è trascinata come in un viaggio da cui vede gli altri e poi
rianimata saprà descrivere questo fatto con particolari che era inimmaginabile
potesse sapere.
L’Autore
fornisce diverse spiegazioni a fine libro: le soprannaturali, la farmacologica,
la fisiologica, la neurologica, le psicologiche.
E’
interessante questa sua riflessione finale attraverso le parole di uno che
aveva vissuto l’esperienza di premorte. “Mentre ero là ho avuto la sensazione
che due cose mi sarebbe stato assolutamente proibito di fare: uccidermi o
uccidere. Se mi fossi ucciso avrei gettato in viso a Dio il suo dono. Se avessi
ucciso mi sarei intromesso nelle intenzioni di Dio nei confronti della mia
vittima”.
Non
solo, l’Autore trova riscontri nel Libro Tibetano dei morti: “una sorprendente
somiglianza tra le descrizioni di questo antico manoscritto e gli avvenimenti
che mi sono stati narrati da americani del XX secolo”.
Nel
racconto tibetano la mente o l’anima del morente esce dal corpo; quindi, si
trova in un vuoto in cui gli accade di udire suoni allarmanti come tuoni o
fischi di vento. Si accorge di essere avvolto da una nebbia grigia e luminosa.
Può attraversare rocce, muri e perfino montagne senza resistenza alcuna.
Riconosce altri esseri con un corpo simile al suo e quella luce che gli
consiglia di provare solo amore e comprensione verso gli altri. In uno specchio
vede tutta la sua vita, le azioni buone o cattive e lo vedono anche gli altri
esseri che sono con lui in modo da poterlo giudicare: è impossibile mentire
sulla propria vita.
La
conclusione è che la saggezza dei tibetani, la teologia e le visioni di San
Paolo, i miti di Platone, le rivelazioni spirituali del filosofo Svedenborg che
visse un’esperienza di premorte coincidono in perfetta armonia anche con i
resoconti di contemporanei che sono andati vicino alla morte più di ogni altro
essere vivente.
Concludo
(riguardo al paragone che si fa comunemente tra notte e sonno) con l’Apologia di Socrate quando appena
condannato a morte dice: “Se dunque la morte non è che un sonno senza sogni deve trattarsi di un meraviglioso
beneficio. Se infatti si chiede a chiunque di ricordare la notte
in cui dormì un sonno profondo… e gli si chieda quante notti e quanti giorni
migliori e più felici di quella notte abbia conosciuto, ognuno troverebbe che
sono assai pochi quei giorni e quelle notti. Se la morte è questo, io chiamo un
beneficio la morte poiché tutto il tempo,
se lo si considera così, non è che una sola notte”.
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